Stele di Nora

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La stele di Nora

La stele di Nora è un blocco in pietra arenaria recante un'iscrizione ritenuta per la maggior parte degli studiosi in alfabeto fenicio. Fu rinvenuta nel 1773 in un muretto a secco vicino alla chiesa di sant'Efisio a Pula, un centro urbano situato nella Sardegna meridionale che trae origine dall'antica città di Nora, una delle prime città sardo-fenicie. Visibile al Museo archeologico nazionale di Cagliari, la stele svela il primo scritto fenicio mai rintracciato a ovest di Tiro. La sua datazione oscilla tra i secoli IX e VIII a.C.[1]. Il documento epigrafico è stato pubblicato all'interno del Corpus Inscriptionum Semiticarum sotto il numero CIS I, 144, e gli studiosi ritengono che si tratti della parte minore (ed unica parte sopravvissuta) di un'iscrizione molto più lunga, distribuita su più pietre.[2]

Le teorie[modifica | modifica wikitesto]

Gli studiosi moderni sono divisi sulla lettura epigrafica del testo e la sua traduzione. Ad ogni modo è possibile dividere le varie opinioni in due blocchi in base al significato dato al documento. Da un lato ci sarebbero coloro che ritengono si tratti di una commemorazione di una spedizione, dall'altro coloro che invece pensano al culto celebrativo di una divinità.

Commemorazione di una spedizione[modifica | modifica wikitesto]

La presenza fenicia in Sardegna
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Sardegna fenicia e cartaginese.

Dopo una sporadica presenza fenicia nel Mediterraneo occidentale, iniziata attorno all'XI secolo a.C., nell'VIII secolo a.C., mentre la civiltà nuragica viveva la sua massima espansione, si nota in Sardegna un sviluppo dei centri costieri che ben presto diventarono vere e proprie città. I Fenici, oltre che in Africa, si insediarono sulle coste della Sardegna e nell'area occidentale della Sicilia.

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I villaggi nuragici costieri, situati nel meridione dell'isola, furono i primi punti di contatto tra i commercianti fenici e gli antichi Sardi. Questi approdi costituivano dei piccoli mercati dove venivano scambiate varie mercanzie. Con il costante prosperare dei commerci, i villaggi si ingrandirono sempre di più, accogliendo stabilmente al loro interno l'esodo delle famiglie fenicie in fuga dall'attuale Libano. In questa terra, esse seguitarono a praticare il loro stile di vita, i loro propri usi, le proprie tradizioni e i loro culti di origine, apportando in Sardegna nuove tecnologie e conoscenze. Tramite matrimoni misti e un continuo scambio culturale, i due popoli coabitarono pacificamente e i villaggi costieri divennero importanti centri urbani, organizzati in maniera simile alle antiche città stato delle coste libanesi. I primi insediamenti sorsero a Karalis, a Nora, a Bithia, a Sulci nell'isola di Sant'Antioco, a Tharros nella penisola del Sinis, poi a Neapolis presso Guspini, e a Bosa.

In uno studio del 1991, Shea, professore all'Andrews University, propose la seguente trascrizione e traduzione:[3]

Trascrizione || Traduzione
  1. BTRŠŠ || a Tarshish,
  2. WGRŠH' || e egli scacciò
  3. BŠRDNŠ || in Sardegna.
  4. LMH'ŠL || Lui è al sicuro.
  5. MSB'M || Le sue truppe sono al sicuro.
  6. LKTNBN || Milkaton, figlio
  7. ŠBNNGD || di Shubon il precedente
  8. LPNY || comandante.

Lo studioso ritiene che la stele testimoni le attività militari di "Milkaton" a "Tarshish" e in Sardegna.[4] Riguardo l'ubicazione di Tarshish, egli ritiene che si possa trattare di una località in Spagna; si starebbe pertanto parlando di una fallita (o parzialmente fallita) penetrazione in Spagna e quindi del necessario ritorno in una base meno occidentale (appunto la Sardegna). Il comandante inoltre con il verbo šlm (tradotto per la prima volta da Zuckerman come "salvo/al sicuro") intenderebbe che la spedizione in Spagna non avrebbe del tutto compromesso le possibilità di un'ulteriore azione.

L'area culturale di Tartesso

L'identificazione con Tartesso è data per certa da Eduardo Blasco Ferrer[5]. Fortemente contrari ad ogni identificazione tra Tarshish e l'iberica Tartesso si sono schierati Täckholm[6] e Blázquez,[7] mentre più possibilista si è mostrato Wagner. [8] Infine Antonelli sul problema si esprime così:

« [...] Le testimonianze su Tarshish, al di là di ogni moderno tentativo di identificazione puntuale, sembrano contenere un'allusione generica: quella con cui il mondo semita faceva riferimento alle estreme regioni occidentali, meta dei primi traffici commerciali fenici »
(L. Antonelli, I Greci oltre Gibilterra, Roma, 1997, p. 21)

F. M. Cross, professore all'Università di Harvard, ritiene che non si parli di Tartessos, in Andalusia, ma di Tarsis in Sardegna.[9] Inoltre ritiene che Milkaton sarebbe un comandante di Pumayaton di Tiro (831-785 a.C.), conosciuto presso i greci come Pigmalione. La sua traduzione (con integrazioni) è la seguente:

Il quartiere punico di Nora.
  1. [a. Lui combatté (?)]
  2. [b. con le popolazioni sarde (?)]
  3. a Tarshish
  4. ed egli gli scacciò.
  5. Tra le popolazioni sarde
  6. lui è [adesso] in pace,
  7. (e) il suo esercito è in pace:
  8. Milkaton figlio di
  9. Shubna (Shebna), generale
  10. del (re) Pummay.

Secondo Cross questa iscrizione documenterebbe la colonizzazione fenicia della parte meridionale dell'isola.[10] Secondo Gmirkin invece, l'iscrizione testimonierebbe il periodo in cui i Fenici venivano sconfitti e in parte costretti ad emigrare verso occidente dall'avanzata assira.[11] In questo senso Tarshish non si riferirebbe ad una località spagnola o sarda ma a Tarso in Cilicia. Si tratterebbe pertanto della testimonianza della fuga di profughi approdati in Sardegna nella disperata ricerca di salvezza e pace. Concorda con questa interpretazione anche Delgado Hervàs.[12]

Ridgway ritiene che Tarsis non si riferisca né a Tarso in Cilicia, né a Tartessos in Spagna, ma indicherebbe una località mineraria in Sardegna.[13] In questa prospettiva l'iscrizione testimonierebbe la vittoria di un generale fenicio contro delle popolazioni locali per il controllo delle miniere della zona. Anche Markoe, Dyson e Rowland ritengono che la scritta testimoni una vittoria dei Fenici contro i Sardi.[14][15]

Celebrazione di una divinità[modifica | modifica wikitesto]

Rovine dell'antica città di Tharros.

Lipiński non è convinto dall'ipotesi né che la stele sia un decreto pubblico, come ipotizzano alcuni studiosi, né che essa sia un'iscrizione commemorativa per un generale fenicio; al contrario, ritiene si tratti di una dedica al dio Pummay da parte di un alto ufficiale fenicio.[16]

Semerano avanza un'altra interpretazione del testo:

« ET RŠ Š NGR Š EA B ŠRDN ŠLM ET ŠM SBT MLK T NB NŠ BN NGR LPN J
"Accanto è il sacello, quello che l'ambasciatore di Ea in Sardegna ha edificato: questa memoria esprime il voto che il re per iscritto espone: elevi la costruzione l'ambasciatore davanti all'isola." »
Moneta del Sardus Pater con corona piumata e giavellotto

María Eugenia Aubet[17] e José Luis Maya Gonzàlez[18] ritengono sia un'iscrizione commemorativa per la costruzione di un tempio dedicato al dio PMY.

Salvatore Dedola invece propone la seguente traduzione:[19]

« BT RŠ Š NGR Š H’ BŠRDN ŠLM H’ ŠLM ṢB’ MLKTNBN Š BN NGR LPNY
"[Questo è] il tempio principale di Nora che io in Sardegna ho onorato in segno di pace [o: compiendo un voto sacrificale, un olocausto]. Io che onoro in segno di pace sono Ṣb’ [Saba] figlio di Milkaton, che ho costruito Nora di mia propria iniziativa." »

Anche secondo Albright la stele si riferirebbe invece proprio e unicamente a Nora.[20] Invece, secondo lo studioso Gigi Sanna,[21] il contenuto della stele non riguarderebbe però Tartesso in Andalusia bensì la città di Tharros,[22] nella quale, così come a GRŠ (nome geografico contenuto nella seconda riga: Corras/Cornus), era venerato un dio con l'appellativo di 'AB ŠRDN> (padre signore-giudice). Il documento quindi, per quanto scritto in fenicio, riguarderebbe il Sardus Pater dei nuragici.[23]. Nel 2009 nel saggio La Stele di Nora, Il Dio, il Dono, il Santo, lo studioso sardo, sulla base di alcune simmetrie e delle più recenti acquisizioni circa la presunta documentazione scritta nuragica, ha formulato l'ipotesi dell'esistenza nel documento di tre legature (accorpamenti di due diverse consonanti) e di tre letture e non solo di una, ossia quella normale retrograda; ricostruendo in questo modo il testo:

« [NR YH]/ 'BTRŠŠ/ W GRŠ H 'A/ B ŠRDN Š/ LM H 'A ŠL/ M SB'A M/ LKT NRN L/ BN NGR/ LPHSY
"Luce di YH/ in Tharros/ e in Cornus/ Lui A/BA SHARDAN/ Shalom Lui Toro/ Shalom SABA/ Dono di Nora/ per il figlio di NOGAR/ LEPHISY". »

Come afferma Gian Franco Chiai, professore alla Freie Universität Berlin[24]: "non sempre da parte dei coloni si deve presupporre un atteggiamento di totale rifiuto nei confronti delle lingue locali. Lo prova [...] la presenza del termine SRDN nella suddetta stele in riferimento alla Sardegna. Ciò significa [...] che i Fenici erano consapevoli tra il IX-VIII sec. a.C. che la denominazione epicorica dell'isola era SRDN e questo potevano averlo appreso forse direttamente dagli abitanti del luogo. Sarebbe poi lecito supporre, ma questo solo in una seconda fase, che assimilato il nome, lo avessero poi adattato alla loro lingua. I Fenici nella fase precoloniale avrebbero preso contatto con le realtà locali utilizzando non solo interpreti, ma anche, quando serviva, apprendendo loro stessi i rudimenti della lingua del posto, anche in seguito ad unioni con le donne indigene. Ad ogni modo, il fatto stesso che la maggior parte dei toponimi dei centri fenici dell'isola sia di matrice locale, presuppone comunque un atteggiamento positivo e pacifico nei confronti delle popolazioni del posto e della loro lingua,in relazione ad una volontà di integrarsi nell'ambiente, rispettando in primo luogo le denominazioni indigene. Il dato linguistico in questo caso si integra bene con quello storico-archeologico."

La stele di Nora nel Museo archeologico nazionale di Cagliari

Unione delle due interpretazioni[modifica | modifica wikitesto]

Recentemente è stata avanzata una'interpretazione che ha cercato di mediare tra le precedenti da Richard Miles, professore alla Università di Sidney[25]: "un voto di ringraziamento al dio Pumay dedicato da un alto funzionario fenicio di nome Milkaton, dopo che la sua nave e tutto il suo equipaggio erano riusciti a sopravvivere a una grande tempesta nel viaggio verso la terra di «Tarshish». Si è molto discusso sulla reale collocazione geografica di «Tarshish»; comunque, l'ipotesi più probabile è che si tratti di Tartesso, l'antico nome di quella zona meridionale della Spagna corrispondente all'incirca all'attuale Andalusia".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Circa 825-780 a.C. secondo Fox, 2008, p. 120. Una forbice cronologica più ampia (830-730 a.C.) è proposta da Aubet, 1993, p. 179, fine IX-inizio VIII a.C. per Fantar, 1993, pp. 48 e seguenti e fine VIII a.C. per Bernardini, 1993, pp. 54 e seguenti
  2. ^ Albright, 1941, pp. 18-19
  3. ^ Shea, 1991, p. 243
  4. ^ Shea, 244, p. 243
  5. ^ Eduardo Blasco Ferrer, Paleosardo: Le radici linguistiche della Sardegna neolitica, Walter de Gruyter, 2010, p. 37 n. 2.
  6. ^ U. Täckholm, Neue Studien zum Tarsis-Tartessosproblem, vol. 4, in AO, 1986, pp. 59-71.
  7. ^ J. M Blázquez, Tartesos y los orígenes de la colonización fenicia en occidente, 2ª ed., Ediciones Universidad Salamanca, 1975, p. 21, ISBN 84-400-8611-3.
  8. ^ C.G. Wagner, Tartessos y las tradiciones literarias, vol. 14, in RSF, 1986, pp. 201-228, ISBN non esistente.
  9. ^ Cross, 1972, pp. 13-19
  10. ^ F.M. Cross, The Oldest Phoenician Inscription from Sardinia, a cura di T.O. Lambdin, in Working with no data, 1987, p. 71.
  11. ^ R.E. Gmirkin, Berossus and Genesis, Manetho and Exodus, New York/Londra, 2006, pp. 275-276, ISBN 0-567-02592-6.
  12. ^ A. Delgado Hervàs, De Iberia a Hispania, a cura di F. Gracia Alonso, Barcelona, 2008, p. 368.
  13. ^ D. Ridgway, The first Western Greeks, Cambridge, 1992, p. 27, ISBN 0-521-42164-0.
  14. ^ Glenn Markoe, Phoenicians, University of California Press, p. 178, ISBN 0-7141-2095-2.
  15. ^ S.L. Dyson, R.J. Rowland, Archaeology and history in Sardinia from the Stone Age to the Middle Ages, Philadelphia, UPenn Museum of Archaeology, 2007, p. 106, ISBN 1-934536-02-4.
  16. ^ E. Lipiński, Itineraria Phoenicia, Leuven/Louvain, 2004, p. 236, ISBN 90-429-1344-4.
  17. ^ María Eugenia Aubet, The Phoenicians and the West, Cambridge University Press, p. 206, ISBN 0-521-79543-5.
  18. ^ José Luis Maya Gonzàlez, Protohistoria de la Península Ibérica, a cura di Martín Almagro Gorbea, Barcelona, Ariel, 2001, p. 130, ISBN 84-344-6625-2.
  19. ^ La stele di Nora, Linguasarda.com. URL consultato il 30 giugno 2016.
  20. ^ Albright, 1941, p. 21
  21. ^ Gigi Sanna, Sardōa Grammata, S'Alvure, 2004, pp. 316-321, 533-538, ISBN non esistente.
  22. ^ L'ipotesi era già stata espressa da W.W. Covey-Crump, The situation of Tarshish, vol. 17, in The Journal of Theological Studies, 1916, pp. 280-290.
  23. ^ Secondo Sanna (L'unione Sarda del 17 dicembre 2008, p. 44) un coccio nuragico rinvenuto a Orani negli anni novanta conterrebbe la stessa tipologia di scrittura e lo stesso contenuto sintattico e lessicale, mentre un ciondolo, rinvenuto ad Allai, recherebbe in scrittura fenicia arcaica (considerando entrambe le facce dell'oggetto) la scritta "bd" /'ab šrdn che significherebbe servo del padre signore-giudice.
  24. ^ Gian Franco Chiai, Il nome della Sardegna e della Sicilia sulle rotte dei Fenici e dei Greci in età arcaica. Analisi di una tradizione storico-letteraria, in RSF, nº 30, 2002, pp. 129-131.
  25. ^ Richard Miles, Carthago Delenda Est, Milano, Mondadori, 2012, p. 94, ISBN 9788804621744.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) W. F. Albright, New Light on the Early History of Phoenician Colonization, vol. 83, in Bulletin of the American Schools of Oriental Research, 1941, ISBN non esistente.
  • L. Antonelli, I Greci oltre Gibilterra, Roma 1997
  • P. Bernardini, La Sardegna e i Fenici. Appunti sulla colonizzazione, vol. 21, in RStFen, 1993, ISBN non esistente.
  • Anna Maria Bisi, Le stele puniche, Roma, Istituto di Studi del Vicino Oriente, 1967, ISBN non esistente.
  • Gian Franco Chiai, Il nome della Sardegna e della Sicilia sulle rotte dei Fenici e dei Greci in età arcaica. Analisi di una tradizione storico-letteraria, "RSF" 30, 2002, pp. 125-146.
  • (EN) Frank Moore Cross, An Interpretation of the Nora Stone, vol. 208, in Bulletin of the American Schools of Oriental Research, 1972, pp. 13-19.
  • (FR) M'hamed Hassine Fantar, Carthage, approche d'une civilisation, Alif, les Editions de la Méditerranée, 1993, ISBN 0-01-245257-2.
  • (EN) Robin Lane Fox, Travelling Heroes in the Epic Age of Homer, Knopf, 2008, ISBN 0-679-44431-9.
  • Richard Miles, Carthago Delenda Est, Milano, Mondadori, 2012 ISBN 978-88-04-62174-4
  • Sabatino Moscati, Nuova luce sulle stele di Nora, vol. 42, in Rendiconti. Atti della Pontificia accademia romana di archeologia, 1969-1970, pp. 53-62, ISBN non esistente.
  • Sabatino Moscati, Le stele puniche di Nora nel Museo Nazionale di Cagliari, Roma, Consiglio Nazionale delle Ricerche, 1970, ISBN non esistente.
  • Sabatino Moscati, Una stele di Nora, vol. 10, in Oriente Antico, 1971, pp. 145-146, ISBN non esistente.
  • (FR) Sabatino Moscati, Stéles punique de Nora, in Hommages à André Dupont-Sommer, Parigi, 1971, pp. 95-116, ISBN non esistente.
  • (EN) B. Peckham, The Nora Inscription, vol. 41, in Orientalia, 1972, pp. 457-468, ISBN non esistente.
  • G. Sanna, La stele di Nora. Il Dio il Dono il Santo. The God the Gift the Saint (traduzione di Aba Losi), Oristano, Mogoro, 2009, ISBN 88-87393-67-2.
  • (EN) William H. Shea, The Dedication on the Nora Stone, 41, fasc. 2, in Vetus Testamentum, 1991, ISBN non esistente.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]