Tartesso

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Tartesso
Dati amministrativi
Lingue parlatelingua tartessica
CapitaleTartesso
Politica
Forma di governoMonarchia
NascitaXIII secolo a.C.
FineVI secolo a.C.
Territorio e popolazione
Bacino geograficoEuropa meridionale
Religione e società
Religioni preminentipoliteismo
Tartessos in Iberia.svg
L'area culturale di Tartesso
Evoluzione storica
Ora parte diSpagna (dibattuto)

Tartesso (in greco antico: Τάρτησσος, Tártēssos, in latino: Tartessus) è stata un'antica città-stato protostorica la cui ubicazione è ipotizzata (tradizionalmente) nell'Iberia meridionale, in particolare in Andalusia, nell'area del delta del Guadalquivir.

Al giorno d'oggi nuove ricerche scientifiche basate sull'analisi degli isotopi dei minerali d'argento trovati in "fenicia" comparati agli antichi documenti, indicano con maggior certezza la Sardegna come l'isola di Tartesso." ("Thompson, C., and Skaggs, S. (2013). Internet Archaeology, (35). doi:10.11141/ia.35.6")

La sua potenza a lungo egemone nei mari d'Occidente, grazie all'esportazione in particolare di metalli, fu sostituita dall'arrivo dei Fenici dopo l'VIII secolo a.C. i quali, in seguito si sostituirono progressivamente ai tartessi.[1] Il dominio fenicio sarebbe durato sino all'imporsi nel Mediterraneo occidentale della talassocrazia focea (VI secolo a.C.).

Tartesso fu sottomessa da Cartagine verso il 500 a.C.[2]

Tartesso nelle fonti antiche[modifica | modifica wikitesto]

Tartesso nella Bibbia?[modifica | modifica wikitesto]

È probabilmente menzionata nell'Antico Testamento con il nome di Tarsis[3]. Se ne parla tra l'altro nel libro del profeta Ezechiele:

«Tarsis commerciava con te [Tiro] per le tue ricchezze di ogni specie, scambiando le tue mercanzie con argento, ferro, stagno e piombo...»

(Ez., 27.12[4])

In effetti con questo nome i Greci chiamavano l'estremo Occidente, dal quale provenivano i metalli, in particolare l'argento e lo stagno.

Tartesso è la Turdetania?[modifica | modifica wikitesto]

Strabone (I secolo a.C.) riferisce:

«I Turdetani [probabilmente i Tartessiani] sono i più civilizzati tra gli iberici: conoscono la scrittura e possiedono libri antichi, e anche poemi e leggi in versi che essi consideravano antichi di settemila anni...»

(Strabone, Geografia III, 2-8)

Tartesso è citata anche dallo storico latino Rufo Festo Avieno, che la identifica con Gades nell'opera Ora Maritima.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Sovrani mitologici[modifica | modifica wikitesto]

  • Gerione: Primo re mitologico di Tartesso. Secondo la leggenda era un gigante tricefalo, o anche con tre corpi, che pascolava i suoi buoi e le sue pecore nei pressi del Guadalquivir. Il mito narra che una delle dodici fatiche di Ercole fu il furto del bestiame di Gerione. Un'altra leggenda dice invece che Gerione era un gigante mitico che Ercole uccise e sulla cui tomba costruì la Torre di Ercole a La Coruña.
  • Norace: Nipote di Gerione, conquistò il sud della Sardegna, dove fondò la città di Nora (vedi: Stele di Nora).
  • Gargoris: Primo re della seconda dinastia mitologica tartessica, re dei Cureti. Inventò l'apicultura.
  • Habis: Scoprì l'agricoltura, legando due buoi a un aratro. Promulgò le prime leggi, divise la società in sette classi e proibì il lavoro ai nobili. Sotto il suo regno si sviluppò un sistema sociale nel quale pochi privilegiati vivevano sulla miseria e la povertà della maggior parte della popolazione. Si dice che Habis divise il regno in sette città.

Su questi due ultimi sovrani è stata scritta la Tragicommedia di Gargoris e Habis, che racconta di un sistema sociale basato sullo sfruttamento e sulla prevaricazione dei più deboli, sviluppatosi dopo la scoperta dell'agricoltura. Si tratta chiaramente di personaggi mitologici, la cui reale esistenza è tanto problematica quanto quella di Ercole.

Eventi storici[modifica | modifica wikitesto]

Il territorio dove si ritiene fosse collocata Tartesso era sede durante il II millennio a.C. di un'importante facies culturale che si estendeva anche al Portogallo meridionale e all'Estremadura chiamata bronzo iberico del sud-ovest. Segni di una cultura materiale specificamente tartessica compaiono tra la tarda età del bronzo e l'età del ferro.

La stele di Nora riferisce forse di una spedizione militare fenicia a Tartesso.

Tarda età del bronzo (1200 a.C.-900 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

In questa fase si ha l'apparizione di insediamenti stabili dove si ha anche testimonianza di una certa stratificazione sociale [5]. I primi villaggi tartessici vengono datati quindi a questa tappa finale dell'età del bronzo; erano composti da case a pianta circolare ed erano situati in luoghi strategici da dove si potevano dominare le vie di accesso e le risorse agricole o minerarie del territorio circostante.[6] Alcuni dei più importanti siti di questa epoca sono:

  • Setefilla (Siviglia)
  • Carmona (Siviglia)
  • Montemolín (Siviglia)

Età proto-orientalizzante (900 a.C.-700 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Stele da Almargen

Nel bronzo finale si ha un incremento sia della popolazione che degli oggetti in metallo (anche preziosi). I villaggi sono ancora costituiti da capanne circolari con pareti di fango e rami. La società è dominata da una élite militare le cui testimonianze archeologiche sono delle statue stele riproducenti dei guerrieri.[5]

Nell'800 a.C. circa si registrano le prime influenze tartessiche in Andalusia orientale dove si intensifica lo sfruttamento delle miniere di argento nell'area del fiume Tinto.[7]

Il cosiddetto "Bronzo Carriazo" rappresentante la dea fenicia Astarte

Età orientalizzante (700 a.C.-650 a.C.)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Periodo orientalizzante.

L'età del ferro coincide con l'apogeo socio-culturale di questa civiltà; in alcuni centri vengono costruite delle mura difensive come nel caso dell'insediamento di Tejada la Vieja. La fondazione di enclavi commerciali fenicie avviò un processo di acculturazione con la conseguente adozione di nuove tecniche quali la ruota del vasaio o la tecnica della filigrana nel campo dell'oreficeria. Per quanto riguarda le usanze funebri il rito dell'incinerazione dei defunti sostituisce quello più antico dell'inumazione.[5]

Modello del sito di Cancho Roano

Età tarda (650 a.C.-500 a.C.).[5][modifica | modifica wikitesto]

Di questo periodo ci è noto anche il nome di un re di Tartesso, Argantonio. Primo re di cui si ha evidenza storica e ultimo re di Tartesso. Visse 120 anni secondo Erodoto, sebbene alcuni storici ritengano che sotto questo nome siano in realtà raggruppati vari regnanti conosciuti con il medesimo nome. Lo stesso Erodoto riferisce che il suo regno durò 80 anni. Favorì il commercio con i greci, in particolare con la città di Focea che, durante il suo regno, istituì proprie colonie costiere nei pressi di Tartesso. I greci di Focea fondarono infatti in quel periodo due colonie in Spagna, Mainake (a est dell'odierna Malaga) e Hemeroskopeion (nella zona de Peñón de Ifac, presso Dénia).

Nella battaglia navale di Alalia (presso l'attuale Aleria) i Focesi vennero sconfitti dai Cartaginesi e Tartesso perse un forte alleato commerciale. Con la fine del predominio focese attuato da Cartagine e dagli Etruschi attorno al 535, in conseguenza dell'estensione dell'egemonia cartaginese, Tartesso fu distrutta da Cartagine. Tartesso sembra sparire dalla storia proprio in conseguenza della battaglia di Alalia.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Il vaso di Valdegamas, forse di produzione (o imitazione) etrusca

La ricchezza di Tartesso era dovuta principalmente all'attività metallurgica e all'esportazione di oro, argento, rame, stagno, ferro e piombo. L'oro abbondava lungo i fiumi del sud e dell'ovest della penisola, l'argento nella regione di Huelva e lungo il corso del Guadalquivir, il rame e lo stagno oltre che dall'occidente iberico venivano importati dalle isole britanniche. Il ferro venne introdotto invece dai fenici che lo conobbero grazie alle loro relazioni con gli ittiti.

Il commercio era una parte fondamentale dell'economia tartessica. Le imbarcazioni si spingevano nell'oceano Atlantico fino alla Britannia nonché nei vicini fiumi di "Tartessos" e "Anas". Il commercio avveniva anche via terra lungo le vie che raggiungevano il Tago e la Meseta. Lungo queste rotte commerciali circolavano lingotti di metallo, di forma rettangolare, che venivano esportati nel vicino Oriente da mercanti fenici e greci[8].

Importanti attività erano anche l'agricoltura, l'allevamento e la pesca. Si specializzarono soprattutto sulla coltivazione di cereali, utilizzando tecniche importate dai fenici, ma anche di alberi da frutto.

Religione[modifica | modifica wikitesto]

I dati a disposizione per la comprensione della religione tartessica sono scarsi ma si presume che, come gli altri popoli del Mediterraneo, i tartessici avessero una religione di tipo politeista. Attraverso i fenici si diffuse il culto di divinità orientali quali Astarte e forse Melqart.

Lingua[modifica | modifica wikitesto]

Iscrizione in lingua tartessica
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lingua tartessica.

Dalle ricerche linguistiche sembra probabile che vi si parlasse una particolare lingua, il cosiddetto tartessico di cui esiste traccia letteraria.

Il Tartessico, sorprendentemente, non risulta imparentato con il basco, con l'iberico e con il lusitano (quest'ultimo sicuramente indoeuropeo), che sono le altre famiglie linguistiche dell'Iberia precedenti all'arrivo dei Celti. C'è incertezza se farne una famiglia linguistica separata, o tentare di inserirlo nelle esistenti famiglie linguistiche.
Il tartessico in effetti mostra qualche somiglianza con le lingue indoeuropee anatoliche (quali l'ittita e il luvio), come anche l'etrusco e questo rafforzerebbe la tesi, a suo tempo proposta, che i fondatori della città fossero i cosiddetti Teres dei Popoli del Mare.

Recentemente, nel 2008, a seguito di un'interpretazione, la lingua tartessica è stata riconosciuta come un'antica lingua celtica[9][10].

Nuove ipotesi di collocazione di Tartesso[modifica | modifica wikitesto]

Tartesso in Sardegna[modifica | modifica wikitesto]

L'ipotesi che localizza Tartesso nella foce del Guadalquivir ha perso consistenza in questi ultimi anni e vari studiosi si sono espressi in maniera fortemente dubitativa circa la collocazione di Tartesso nella penisola iberica. Per esempio:

- Sabatino Moscati (1992), l'esperto di studi fenici, rifiuta la collocazione di Tartesso in terra di Spagna considerandola “altamente improbabile” e precisando che “solo tra l’VIII e il VI sec. a.C. la regione di Huelva e del basso Guadalquivir conobbe un fenomeno culturale rilevante ma solo grazie all'apporto dei Fenici”.

- C. G. Wagner e J. Alvar (2003), studiosi e storici spagnoli, smentiscono l'esistenza, nella valle del Guadalquivir, di una cultura di alto livello risalente all'Età del Bronzo per “l'assenza di una continuità culturale che la giustifichi". Per essi, inoltre, il periodo in questione si caratterizza per l'esistenza di un'"Epoca Oscura" che prevede “insediamenti insignificanti e poco importanti”.

Lo stesso Adolf Schulten, l'archeologo tedesco che nel ‘900 dedicò la sua esistenza alla vana ricerca delle antiche vestigia di Tartesso nella foce del Guadalquivir, arresosi davanti alla completa assenza di riscontri archeologici, invitava a estendere le ricerche ad altre regioni.

Gli studiosi moderni che rifiutano le dislocazioni iberiche, si limitano però solo a dimostrarne l’inconsistenza in terra spagnola senza presentare alcuna ipotesi alternativa; lo specialista del testo biblico Card. Gianfranco Ravasi (Presidente della Pontificia Commissione di Archeologia), rispettando la collocazione occidentale di Tarsis-Tartesso, sostiene invece una secca alternativa alla Spagna, proponendo di identificare la misteriosa località con la Sardegna.

In tale contesto si inserisce il libro “Tartesso in Sardegna” (ed. 2018), dello studioso Giuseppe Mura[11], il quale ha realizzato una formidabile e puntuale analisi delle antiche fonti su Tartesso, demolendo una volta per tutte la tradizionale collocazione di Tarsis-Tartesso in terra di Spagna che sembrava un assioma indiscutibile e dimostrando invece che l'alternativa Sardegna (e la regione di Caralis-Cagliari in particolare) vanta credenziali davvero serie e decisamente insuperabili. La Sardegna, peraltro, come ormai dimostrato dagli studi degli ultimi decenni sull'immenso patrimonio archeologico dell'isola e sulla straordinaria civiltà nuragica, era indiscutibilmente la massima potenza marittima e commerciale dell’occidente mediterraneo dell'età del bronzo: quindi, rispetto alle coeve civiltà occidentali, non aveva davvero alternative valide e vantava tutte le credenziali per ospitare una città come Tartesso capace di competere (come riferito dalle antiche fonti) con le maggiori civiltà orientali del tempo sul campo della navigazione, del commercio, dell'estrazione e lavorazione dei metalli e delle arti in genere. Solo in epoca storica, con l'invasione dei Cartaginesi (fine VI sec. a.C.), che occuparono e distrussero vari centri urbani, l'isola conoscerà la perdita della sua talassocrazia e la civiltà nuragica si avvierà alla progressiva fase di decadenza.

Il lavoro di Mura si basa sul particolareggiato studio delle primissime fonti su Tartesso che, oltre a quelle bibliche, risultano essere:

- la Gerioneide di Stesicoro (poeta greco-siceliota dell'VIII secolo a.C. a cui si deve la fonte più antica su Tartesso), opera dedicata alla descrizione della decima fatica di Eracle che, appunto, prevede una sosta nel misterioso luogo;

- l’Ora Maritima di Avieno (autore latino del IV secolo d.C.), opera basilare per chi intende approfondire la ricerca su Tartesso, in quanto l'autore latino descrive minuziosamente quello che definisce "territorio tartessico" che ospita il misterioso luogo. Sebbene compaia in epoca tarda, l’opera di Avieno si basa su una fonte anonima greca risalente al VI sec. a.C.: pertanto, questa fonte si colloca, in quanto a vetustà, immediatamente dopo quella di Stesicoro.

Nel suo studio Giuseppe Mura spiega, innanzitutto, che la Sardegna rispetta pienamente il principale requisito richiesto sia dalla Bibbia sia dalla prima fonte greca su Tartesso (la Gerioneide di Stesicoro) ossia l'insularità. Infatti, secondo le Tavole della Genesi, i discendenti di Noè “Elisha, Chittim, Donanim e Tarsis […] popolarono le isole delle genti” mentre, secondo la Gerioneide, Tartesso si trovava nell’“l’isola bellissima degli dei”.

È chiaro che tale fondamentale requisito, richiesto dalle originali fonti su Tartesso, non può essere rispettato dalla Spagna, trattandosi di una penisola.

Peraltro Mura evidenzia come i termini geografici utilizzati dalle antiche fonti greche per collocare Tartesso (e la vicina isoletta di Erizia, oggetto di descrizione) vadano rapportati al significato che avevano per quell'epoca e non letti attraverso le “moderne” carte geografiche. Ne deriva, per esempio, che il mare definito “Oceano” dagli antichi greci era il Mediterraneo occidentale e non l’attuale Oceano Atlantico; inequivocabili, in proposito, le testimonianze di importanti autori antichi:

- Aristotele (IV sec. a.C.): “l'Oceano è il mare esterno al golfo libico delle Sirti”;

- Tauromenio (IV-III sec. a.C.): “l'Oceano bagna la Sardegna”;

- Diodoro Siculo (I sec. a.C.): “il lago Tritonide [in Tunisia] tocca l'Oceano”;

- Dionigi il Periegeta (I-II sec. d.C.): "parte dell’Oceano bagna le terre estreme dei Locresi d'occidente” [Calabria tirrenica].

Stesso discorso vale per le famose Colonne d’Eracle (che per esempio, secondo Erodoto, furono attraversate dai Sami per giungere a Tartesso); anche in questo caso, risultano preziose le testimonianze degli autori antichi:

- Aristotele (IV sec. a.C.): “[...] facendosi strada con uno stretto passaggio alle cosiddette Colonne d’Eracle, l'Oceano penetra nel mare interno come in un porto e, allargandosi poco a poco, si estende abbracciando grandi golfi [...] che costituiscono le cosiddette Sirti, delle quali l'una è denominata Grande e l'altra Piccola. Dall'altra parte non forma più golfi simili a essi e forma invece tre mari, ossia il Mar di Sardegna, il Mare di Galazia e l'Adriatico e, subito appresso, situato in senso obliquo, il Mare di Sicilia”;

- Tauromenio (IV-III sec. a.C.): “La Sardegna si trova presso le Colonne d'Eracle”.

Le testimonianze più antiche che certificano l'esistenza di molteplici Colonne d'Eracle, conducono a luoghi del Mediterraneo e non al lontano stretto di Gibilterra: Gibilterra è presente nel pensiero prevalente moderno quale luogo di identificazione delle Colonne, ma tale identificazione è in realtà da fare risalire solo alla tarda tradizione greca e non alle antiche fonti che narravano di navigazioni attraverso le Colonne dell'eroe.

Mura evidenzia come le antiche informazioni, evidentemente, siano state malamente interpretate dallo storico e geografo greco Strabone (I sec. d.C.) il quale, dopo circa sette secoli dalla fonte originaria di Stesicoro su Tartesso, identificherà invece la misteriosa località, seppure con qualche incertezza, nella foce del fiume spagnolo Betis (Guadalquivir) e l'isola Erizia con l'odierna Cadice. Le identificazioni di Tartesso ed Erizia in terra di Spagna divennero una sorta di pietra miliare e, finora, la relativa ricerca storica e archeologica ha continuato a concentrarsi (senza risultati) sulla penisola iberica. L'equivoco che ha condizionato il pensiero di Strabone sarà stato verosimilmente originato dall’applicazione delle informazioni provenienti dai testi antichi alla “nuova” geografia del mondo conosciuto ai suoi tempi (che ormai si spingeva oltre Gibilterra), facendo “slittare” nell'Oceano Atlantico le originarie collocazioni mediterranee dei luoghi descritti dagli antichi autori. Da qui in avanti, altri autori che si cimenteranno in descrizioni su Tartesso (Plinio, Virgilio, Pausania), riprenderanno quindi la collocazione di Strabone in terra spagnola, rendendo di fatto definitivo (e inappellabile) tale posizionamento.

Giuseppe Mura procede poi all'analisi della prima parte dell'Ora Maritima di Avieno, nella quale l'antico esploratore greco descrive la navigazione di cabotaggio (cioè lungo la costa) di un “periplo” che inizia dallo "stretto tartessico" e che termina nel "golfo tartessico", illustrando i vari punti cospicui (promontori, isole) incontrati lungo il percorso.

Mura evidenzia quindi come, applicando la navigazione ivi descritta dall’antico esploratore greco alla costa atlantica della penisola iberica (secondo l'ipotesi di collocazione di Tartesso in Andalusia), oltre alla totale incongruenza del tragitto compiuto (che, per fare “quadrare” l'individuazione di promontori e isole citate nel periplo, costringerebbe il marinaio del VI sec. a.C. ad assurdi "balzi" da Gibilterra alle coste della Bretagna, e da qui alle isole Britanniche e infine alla Danimarca), alcuni punti cospicui si susseguono in modo incerto, oppure risultano sovrapposti o in anticipo rispetto a quelli precedenti, quindi non seguono un percorso logico e progressivo, mentre diversi elementi fondamentali del paesaggio tartessico (lago, isola, monti) sono del tutto assenti nell’area andalusa.

Lo stesso itinerario, se applicato invece alle coste della Sardegna, consente di identificare facilmente tutti i punti cospicui con una sequenza logica, progressiva e senza soluzione di continuità, sviluppando così un percorso che comporta la completa circumnavigazione dell'isola "in senso orario” che inizia dallo stretto di Cagliari e termina con il golfo omonimo. Inoltre tutte le tappe interessate da golfi, promontori, isole, rilievi, monti, zone umide e fiumi, compresi i numerosi particolari paesaggistici e alcune digressioni, trovano volta per volta puntuale riscontro lungo la costa della Sardegna e nella sua posizione geografica nel Mediterraneo, oltre che nella toponomastica dei luoghi riscontrabile nelle antiche mappe tolemaiche della Sardegna.

In definitiva i risultati dell’analisi della prima parte dell’Ora Maritima, applicati volta per volta alle coste della penisola iberica e della Sardegna, confermano che il racconto descrive la circumnavigazione della Sardegna in senso orario, mentre, applicando il brano alle coste atlantiche della penisola iberica i risultati sono estremamente negativi.

Infine, tra i molti altri aspetti oggetto del suo minuzioso studio, Mura riferisce del curioso mito di Norace, l'eroe che secondo Pausania (II sec. d.C.) e Solino (III-IV sec. d.C.) sarebbe partito dalla Tartesso iberica per fondare Nora, città del sud della Sardegna. È evidente quanto sia inverosimile sostenere che dalla lontanissima Andalusia atlantica qualcuno abbia deciso di compiere un viaggio così lungo attraversando l’intero mediterraneo occidentale allo scopo di fondare una città nel golfo di Cagliari. Pausania e Solino, vissuti alcuni secoli dopo Strabone (che aveva collocato Tartesso in terra di Spagna), dimostrano quindi che il loro riferimento alla Tartesso iberica è frutto della tradizione ormai errata. Il percorso più logico e razionale è piuttosto che Norace (o colui che ha ispirato il mito) raggiunse l’attuale Nora (città nuragica prima, poi fenicio-punica e infine romana) partendo semplicemente dalla vicina Caralis-Cagliari, vera sede dell’antica Tartesso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Macrobio, Saturnalia, I, 20, 12
  2. ^ Tartesso, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 15 mar 2017. Modifica su Wikidata
  3. ^ L'identificazione di Tarsis quale nome semitico di Tartesso è sostenuta per esempio da Santo Mazzarino in Fra Oriente e Occidente. Firenze, 1947, pp. 116 e segg.
  4. ^ Ezechiele 27.12, su laparola.net.
  5. ^ a b c d Jorge Juan Eiroa García, Prehistoria del mundo, 1ª ed., Barcellona, Sello Editorial SL, 2010, pp. 882-887, 945-946 e 951, ISBN 978-84-937381-5-0.
  6. ^ Carlos G. Wagner, Tartessos y el Orientalizante Peninsular, 1ª ed., Barcellona, pp. 8-22.
  7. ^ Copia archiviata, su historiayarqueologia.com. URL consultato il 21 marzo 2016 (archiviato dall'url originale il 21 marzo 2016). CRONOLOGIA DE TARTESSOS EN RELACIÓN AL MEDITERRÁNEO Y ENTORNO. SONIA BARJA, mayo 8, 2012
  8. ^ Juan Maluquer de Motes, Tartessos, pp. 141-150.
  9. ^ O'Donnell Lecture 2008 Appendix (PDF), su wales.ac.uk.
  10. ^ Aberystwyth University - News
  11. ^ Tartesso in Sardegna, edizioni Grafica del Parteolla, 2018.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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