Pena di morte in Italia

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Pena di morte.

La pena di morte in Italia è stata in vigore fino al 1944[1] nel codice penale civile (con l'eccezione del periodo 1889-1926) e fino al 1994 nel codice penale militare di guerra.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Stati preunitari[modifica | modifica wikitesto]

Serenissima Repubblica di Venezia (697 d.C. - 1797)

La Repubblica di Venezia fu il primo Stato europeo ad abolire di fatto dapprima la tortura e, poi, la pena di morte, anche prima che iniziassero a circolare le idee illuministe. Si ha notizia di una condanna a morte pronunciata intorno alla metà del Settecento, ma commutata in pena detentiva. Le ultime condanne eseguite risalgono all'inizio di quel secolo.

Regno Lombardo-Veneto[modifica | modifica wikitesto]

La pena di morte era prevista nell'ordinamento del Regno Lombardo-Veneto (1815-1866). Angelo Messedaglia, il quale insisteva sulla mitezza del sistema penale austriaco rispetto agli altri paesi europei, annotava che solo poche condanne erano effettivamente eseguite negli anni tra il 1856 e il 1864.[2]

Toscana[modifica | modifica wikitesto]

Roma 1868: Esecuzione dei due patrioti rivoluzionari Monti e Tognetti da parte del governo pontificio.

Il Granducato di Toscana, in data 30 novembre 1786, sotto il regno di Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, per la prima volta nel mondo abolì con atto formale (primo "abolizionista di diritto"), la costituzione cd. Leopoldina, la tortura e la pena capitale, benché quest'ultima poi venisse nuovamente promulgata nel 1853 dal granduca Leopoldo II di Toscana e in seguito espunta nuovamente nel 1861.

In realtà, ben prima, altre realtà statuali avevano abolito di fatto (cioè senza bisogno del ricorso a una legge formale, ma cessando di applicare ed eseguire pene corporali) sia la tortura sia la pena di morte. Il primato come "abolizionista di fatto" è riconosciuto alla citata Repubblica di Venezia ai primi del 1700, accanto alla Repubblica di San Marino (1468 o forse dopo) tra gli stati esistenti.

Repubblica Romana[modifica | modifica wikitesto]

La Repubblica Romana (stato esistito per pochi mesi) bandì la pena capitale nel 1849[3], secondo stato moderno al mondo dopo la Toscana ad abolirla de iure per ogni crimine, preceduta da San Marino nel 1848 (reintrodotta per crimini eccezionali nel 1853 ma mai applicata, fu abolita definitivamente nel 1865 per tutti i reati).

Regno di Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

In Sicilia la pena di morte fu ampiamente utilizzata durante le varie dominazioni spesso, sotto il regno di Spagna, le esecuzioni venivano direttamente eseguite, per motivi religiosi, dall'inquisizione. Lo strapotere dei governi causava troppo spesso esecuzioni palesemente ingiuste, tramate da vari funzionari pubblici per scopi personali tanto che, in alcune parti della Sicilia, si iniziò a credere che le anime dei "decollati" (gli uccisi per decapitazione) continuassero a vagare per la terra, spesso aiutando gli innocenti in difficoltà.Già dal XVIII secolo si registra, a Palermo, il culto di queste anime condannate ingiustamente.[4]

Stato Pontificio[modifica | modifica wikitesto]

L'ultima esecuzione capitale nello Stato Pontificio avvenne nel 1870 a Palestrina, poco prima della "breccia di Porta Pia[5]. La Città del Vaticano, erede dello Stato della Chiesa nel 1929, non comminò più condanne e la abolì nel 1969 per ordine di papa Paolo VI (benché rimossa definitivamente dalla legge fondamentale solo nel 2001), in conseguenza della posizione della dottrina cattolica divenuta molto critica in merito.

Unità d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Al momento dell'unificazione italiana nel 1861, le legislazioni di tutti gli stati preunitari (compreso il Regno di Sardegna) prevedevano la pena di morte ad eccezione del Granducato di Toscana. In attesa dell'approvazione di un codice penale unitario, il codice penale del Regno di Sardegna venne esteso a tutta l'Italia con l'eccezione della Toscana[6].

Nel 1889 la pena di morte venne abolita in tutto il Regno d'Italia con l'approvazione, quasi all'unanimità da parte di entrambe le Camere, del nuovo codice penale, durante il ministero di Giuseppe Zanardelli. Tuttavia, la pena di morte era stata di fatto abolita fin dal 1877, anno dell'amnistia generale di Umberto I di Savoia (Decreto di amnistia del 18 gennaio 1878). Uno degli ultimi condannati celebri fu l'attentatore alla vita del re Giovanni Passannante (1879), la cui esecuzione non fu però eseguita e la pena commutata in ergastolo. La pena capitale restò però ancora in vigore nel codice penale militare e in quelli coloniali, venendo applicata massicciamente durante il primo conflitto mondiale (1915-1918) per fatti di diserzione, insubordinazione e "comportamento disonorevole", anche contro soldati innocenti (pratica della decimazione ordinata dai generali senza alcuna deliberazione del tribunale militare).

Ventennio fascista (periodo 1925-1943) e periodo di guerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1926, con l'opposizione di 12 Deputati e di 49 Senatori, venne reintrodotta da Mussolini per punire coloro che avessero attentato alla vita o alla libertà della famiglia reale o del capo del governo e per vari reati contro lo Stato. Nel 1928 viene giustiziato attraverso la fucilazione Michele Della Maggiora, un bracciante toscano di orientamento comunista, per aver ucciso due fascisti.[7] Il Codice Rocco, entrato in vigore il 1º luglio 1931, aumentò il numero dei reati contro lo Stato punibili con la morte e reintrodusse la pena di morte per alcuni gravi reati comuni.

Nel decennio 1931-1940 (dopo quella data anche i reati comuni più gravi passarono sotto la giurisdizione del Tribunale Speciale) le Corti d'Assise comminarono 118 condanne a morte per reati di particolare gravità, di cui 65 eseguite. Invece il Tribunale Speciale, che operò dal 1927 al 1943 occupandosi di reati di natura politica, ne comminò 65 (di cui 53 eseguite), la maggior parte delle quali per attività spionistiche nel periodo tra il '40 e il '42.[8] Durante il fascismo furono giustiziati legalmente (escludendo le esecuzioni extragiudiziali del periodo squadrista) 118 persone (117 uomini e una donna, Laura D'Oriano, condannata per spionaggio nel 1943 e unica giustiziata femminile della storia d'Italia con l'eccezione del periodo 1943-1945 sotto la RSI e l'occupazione tedesca[9]).

Durante il periodo della guerra civile tra resistenza e nazifascisti entrambe le parti ricorsero alla pena di morte, anche con esecuzioni sommarie; tra i giustiziati sotto il governo fascista, gli ex gerarchi "traditori" al processo di Verona nel 1944 e, per ordine del Comitato di Liberazione Nazionale, l'ex dittatore Benito Mussolini (1945).

Dopo la caduta del fascismo, il d.l.l. 10 agosto 1944, n. 224 di Umberto di Savoia abolì la pena di morte per tutti i reati previsti dal codice penale del 1931, nei territori controllati dal governo legittimo del Regno. Essa fu però mantenuta in vigore in base al d.l.l. 27 luglio 1944 n. 159 per i reati fascisti e di collaborazione con i nazisti ed i fascisti, nonché comminata dai tribunali militari degli alleati della seconda guerra mondiale.

Dal secondo dopoguerra ad oggi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Strage di Villarbasse.

Nell'immediato secondo dopoguerra italiano, la pena di morte rimase in vigore; dopo la fine del conflitto il d.l.l. 10 maggio 1945 n. 234 (poi modificato dal decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 2 agosto 1946, n. 64) ammise nuovamente la pena di morte come misura temporanea ed eccezionale anche per gravi reati come rapina, estorsione, sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, costituzione o organizzazione di banda armata. Il decreto aveva efficacia fino ad un anno dopo la cessazione dello stato di guerra. A norma del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 11 aprile 1947, n. 192, tali disposizioni continuavano ad avere efficacia fino al 15 aprile 1948; la costituzione repubblicana, che abrogava la pena di morte per tutti i reati commessi in tempo di pace, però era già entrata in vigore il 1º gennaio 1948. Nel periodo furono comminate un totale di 259 condanne a morte per crimini commessi da ex appartenenti alla Repubblica Sociale Italiana da parte delle Corti straordinarie d'Assise[10] (poi Sezioni speciali delle Corti d'Assise)[11], e dai Tribunali straordinari, 91 delle quali eseguite tra il 2 agosto 1945 ed il 5 marzo 1947.[12]

L'ultima condanna a morte per crimini comuni venne irrogata agli autori della strage di Villarbasse, atto commesso a scopo di rapina avvenuta nell'autunno del 1945.[13] L'allora capo dello Stato Enrico De Nicola respinse la grazia e il 4 marzo 1947 alle 7:45, venne eseguita l'ultima fucilazione, per reati comuni, in Italia alle Basse di Stura a Torino. I nomi dei condannati erano: Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti.

L'ultima esecuzione invece, fu eseguita il giorno seguente, 5 marzo 1947 circa alle 5 del mattino presso Forte Bastia, alle porte di La Spezia. I condannati furono Aurelio Gallo, di Udine, capo di un sedicente "servizio investigativo autonomo"[14] presso il comando provinciale di La Spezia della Guardia Nazionale Repubblicana; l'ex capitano della G.N.R. e questore ausiliario di La Spezia, Emilio Battisti, di Trento, e l'ex maresciallo della G.N.R. Aldo Morelli[15], tutti già condannati a morte nel maggio 1946, dalla Corte di Assise locale, per collaborazionismo, sevizie e responsabilità nella deportazione nei campi di sterminio di migliaia di persone[senza fonte]. L'esecuzione fu sofferta, poiché il plotone dovette far fuoco una seconda volta in quanto la prima scarica uccise solo il maresciallo Morelli, mentre l'ex questore restò ferito a terra e Gallo illeso[16]. Dopo la prima scarica Gallo disse, rivolto al plotone: «Non dovreste più sparare, ma fate come credete»[17].

Disciplina attuale[modifica | modifica wikitesto]

La Costituzione italiana, approvata dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948, abolì definitivamente la pena di morte per tutti i reati comuni e militari commessi in tempo di pace. La misura venne attuata con i decreti legislativi 22 gennaio 1948, n. 21 (Disposizioni di coordinamento in conseguenza dell'abolizione della pena di morte) e n. 22 (Ammissibilità del ricorso per cassazione proposto dai condannati alla pena di morte).

Secondo la normativa previgente la pena di morte era eseguita tramite fucilazione all'interno di uno stabilimento penitenziario e non era ammesso pubblico. Il Ministro della Giustizia poteva talvolta stabilire sia che l'esecuzione fosse pubblica sia che fosse effettuata in altro luogo.[18] Nel periodo 1945-1947 spesso si eseguirono le fucilazioni nei poligoni di tiro militare, e a volte furono ammessi testimoni.[19] La normativa sui trapianti (legge 1º aprile 1999, n. 91) vieta l'importazione di organi o tessuti da Stati in cui la legislazione consente la vendita e il prelievo forzato da cittadini condannati a morte. La pena di morte rimase nel Codice penale militare di guerra fino alla promulgazione della legge 13 ottobre 1994, n. 589, che l'abolì sostituendola con la massima pena prevista dal codice penale, che è attualmente l'ergastolo.

L'Italia ha poi ratificato il protocollo n. 13 alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, relativo all'abolizione della pena di morte in qualsiasi circostanza, sottoscritto a Vilnius il 3 maggio 2002.[20] La legge costituzionale 2 ottobre 2007, n. 1 (Modifica all'articolo 27 della Costituzione, concernente l'abolizione della pena di morte), modificando l'art. 27 della Costituzione della Repubblica Italiana ha eliminato le residue disposizioni in tema (eliminando l'ultimo residuo di previsione da parte di leggi militari di guerra), sancendo per via costituzionale la non applicabilità.[21] La pena di morte, contemplata nell'art. 17 e nell'art. 21 del codice penale italiano[18] è oggi da ritenersi abrogata nelle parti in questione.

Per reintrodurre la pena capitale nell'ordinamento italiano occorrerebbe un'altra legge di revisione costituzionale sull'articolo 27, a doppia deliberazione di almeno i 2/3 di ciascuna camera (o referendum costituzionale positivo in assenza di maggioranza qualificata) ma non è mai esistito uno schieramento politico così ampio che fosse favorevole, nemmeno negli anni di piombo quando alcuni politici (in particolare Giorgio Almirante, leader del neofascista MSI che promosse delle petizioni per ripristinare la pena in tempo di pace[22], ma implicitamente anche Ugo La Malfa del PRI, che il giorno dopo l'agguato di via Fani e il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse propose l'applicazione del codice di guerra[23]) proposero il reinserimento o il riutilizzo per gravi atti di terrorismo contro lo Stato.

Inoltre, secondo molti giuristi costituzionali ritengono che i diritti inviolabili dell'uomo, menzionati esplicitamente dalla Costituzione, non siano modificabili attraverso il procedimento di revisione costituzionale (limiti alla revisione costituzionale), ma solo con atti illeciti ed eversivi. In particolare gli articoli immodificabili (almeno in peius) sarebbero l'art. 2 e gli articoli 13-16 concernenti le libertà che la Costituzione stessa definisce nel testo "inviolabili". Considerando tra i diritti inviolabili anche il diritto alla vita e al rispetto della persona umana, anche l'articolo 27 potrebbe considerarsi immodificabile nei suoi principi fondanti (responsabilità penale personale, umanità delle pene, presunzione d'innocenza, rifiuto della pena di morte). Il rifiuto della pena capitale come diritto inviolabile e limite di revisione è stato in particolare sancito da una sentenza della Corte costituzionale, avente forza di legge ed emessa nel 1996 nel caso di una richiesta di estradizione di un uomo in un sistema penale che prevedeva il rischio di pena di morte, estradizione bloccata dai giudici costituzionali.[24]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ § 51.4.6 – D.Lgs.Lgt. 10 agosto 1944, n. 224. Abolizione della pena di morte nel Codice penale., su www.edizionieuropee.it. URL consultato il 25 maggio 2017.
  2. ^ Angelo Messedaglia, Le statistiche criminali dell'Impero Austriaco nel quadriennio 1856-59: con particolare riguardo al Lombardo-Veneto e col confronto dei dati posteriori fino al 1864 inclusivamente, pp. 142-145
  3. ^ Costituzione della Repubblica Romana del 1849
  4. ^ Le anime dei decollati, Palermoviva.
  5. ^ Oreste Grossi, I boia di Roma, Newton, 1997
  6. ^ L'abolizione della pena di morte nel Regno d'Italia
  7. ^ Della Maggiora
  8. ^ Tessitore, Fascismo e pena di morte, Franco Angeli, 2000.
  9. ^ Bella e ribelle la Miss Spia finì giustiziata
  10. ^ Istituite con d.l.l. 22 aprile 1945, n.142.
  11. ^ Istituite con d.l.l. 5 ottobre 1945, n.625.
  12. ^ Acta della fondazione della RSI - Istituto Storico - n°63 maggio-luglio 2007
  13. ^ Vittorio Messori e Giovanni Cazzullo, Il Mistero di Torino, Milano, Mondadori, 2005, ISBN 88-04-52070-1, p. 185
  14. ^ Meglio noto come "Banda Gallo". Vedi Vincenzo Marangione e Tarcisio Trani, Polizia e Cittadini nella Resistenza - I Martiri Dimenticati, Luna Editore, La Spezia 2014
  15. ^ Fazzo, p. 142
  16. ^ dall'archivio storico del quotidiano La Stampa, edizione del 6 marzo 1947
  17. ^ http://quotidianodibari.it/articoli/cultura-e-spettacoli/voglio-il-boia-strilla-luomo-della-strada/#.WCq3_7LhAdU
  18. ^ a b L'art. 21 del Codice penale (da ritenersi abrogato) recitava: «La pena di morte si esegue, mediante fucilazione, nell'interno di uno stabilimento penitenziario, ovvero in un altro luogo indicato dal Ministro della giustizia. L'esecuzione non è pubblica, salvo che il Ministro della Giustizia disponga altrimenti.»
  19. ^ Nel 1945 il regista Luchino Visconti fu ammesso come testimone e filmò l'esecuzione del criminale di guerra fascista Pietro Koch.
  20. ^ L 179/2008
  21. ^ Legge costituzionale n.1 del 02/10/2007
  22. ^ G. Buonomo, Maxi-emendamento nella speranza di tappare le falle del codice militare di guerra, in Diritto e Giustizia on line, 24/1/2002.
  23. ^ Forlani riscopre la pena di morte
  24. ^ «La Corte, chiamata a giudicare della legittimità costituzionale di norme che consentivano l'estradizione per reati puniti con la pena capitale dallo Stato richiedente, ha sottolineato che nel nostro sistema costituzionale inammissibilità della pena di morte si configura nel quale proiezione della garanzia accordata al bene fondamentale della vita, che è il primo dei diritti inviolabili dell'uomo riconosciuti dall'art. 2 della Costituzione» (sentenza n. 223 del 1996, nonché sentenza n. 54 del 1979). Riportato in: I diritti fondamentali nella giurisprudenza della Corte costituzionale, pag. 12, dal sito ufficiale della Corte

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]