Palazzo Cavalli alle Porte Contarine

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Palazzo Cavalli
Padova Palazzo Cavalli.jpg
La facciata
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneVeneto
LocalitàPadova
Indirizzovia Giotto, 1 - 35121 Padova
Coordinate45°24′44.57″N 11°52′41.99″E / 45.41238°N 11.87833°E45.41238; 11.87833Coordinate: 45°24′44.57″N 11°52′41.99″E / 45.41238°N 11.87833°E45.41238; 11.87833
Informazioni generali
CondizioniIn uso
CostruzioneXV secolo, XVI secolo, XVII secolo
UsoMuseo di Geologia, Paleontologia, Mineralogia - Dipartimento Geoscienze
Realizzazione
Architettonon identificato
ProprietarioUniversità degli Studi di Padova

Palazzo Cavalli alle Porte Contarine, chiamato un tempo anche Palazzo Cavalli agli Eremitani, è un palazzo di origine medievale ampiamente rifabbricato a partire dal Cinquecento dalla famiglia veneziana dei Cavalli, storici proprietari. Dalla fine dell'Ottocento è di proprietà dell'Università degli Studi di Padova. Celebre scenario dell'omicidio di Vittoria Accoramboni, ospita il Centro di Ateneo per i Musei e il Museo di Geologia e Paleontologia.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Sito lungo una delle principali arterie che immettono al centro storico, in un'area compresa tra la cinta muraria comunale e quella cinquecentesca, Palazzo Cavalli deve il suo nome alla famiglia Cavalli che modificò gli edifici medievali preesistenti e ne fece una suntuosa residenza. In particolare, la costruzione dalla metà del Cinquecento si lega alla figura di Marino Cavalli il Vecchio, ambasciatore veneziano in contatto con le principali potenze europee.

A pochi anni dalla sua erezione, il palazzo salì agli onor di cronaca per una terribile vicenda, che ebbe qui il suo esito ultimo: l'uccisione, per mano del cugino del defunto marito Paolo Giordano Orsini, della Duchessa di Bracciano Vittoria Accoramboni.

Il palazzo fu quindi profondamente rinnovato a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo per iniziativa di Federico Cavalli e della moglie Elisabetta Duodo, che commissionarono l'imponente apparato decorativo tuttora conservato. Alla fine del Settecento la proprietà passò al figlio dell'ultima rappresentante della famiglia, Giacomo Bollani, i cui eredi lo cedettero allo stato, che lo adibì a dogana.

Dal 1892 ospitò quindi la Scuola di Applicazione per Ingegneri dell'Università di Padova e dal 1932 le collezioni e l'Istituto di Geologia, poi Dipartimento di Geoscienze[1].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante gli adeguamenti richiesti dalle diverse destinazioni d'uso, la struttura del palazzo si è conservata quasi integra e denuncia l'origine cinquecentesca nella equilibrata distribuzione degli ambienti, pressoché omogenea per i tre piani dell'edificio: al pian terreno si trova il cosiddetto "portego da baso", a forma di T, che disobbliga in tre sale laterali, mentre al primo piano un omologo "portego de sora" presenta uno sviluppo verticale doppio fino al mezzanino, cui segue il sottotetto. Se il piano superiore era destinato ai ricevimenti e ospitava le camere padronali, al piano terra trovavano posto le cucine, il tinello e gli ambienti di servizio, altre camere da letto o ad uso studio.

Il ciclo decorativo del piano terra è attribuito al frescante padovano Michele Primon, che vi illustrò episodi ispirati alle Metamorfosi di Ovidio (nell'atrio), alla storia romana (sala cosiddetta dei Telamoni) e a quella biblica (sala del caminetto), oltre alle scene venatorie della Sala della Caccia. Lo scalone è invece opera degli artisti emiliani Antonio Felice Ferrari e Giacomo Parolini e rappresenta una sorta di ascesa spirituale, oltre che fisica, verso il piano nobile, accompagnati dalle Muse e sotto la guida di Apollo. Risale al primo decennio del Settecento la decorazione del Salone da ricevimento per mano del pittore francese Louis Dorigny: nei grandi riquadri sono presenti soggetti di carattere mitologico, mentre il fregio a monocromo mostra un trionfo di amorini in varie pose giocose. Irrimediabilmente perduto è il soffitto originale, ridipinto alla fine dell'Ottocento con un'allegoria del trionfo della Scienza e della Tecnica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Marin Chiara, La storia del palazzo, su mostre.cab.unipd.it, maggio 2019. URL consultato il 30 agosto 2019.