Luciano Serra pilota

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Luciano Serra pilota
Lucianoserra.jpg
Amedeo Nazzari in una foto di scena del film
Titolo originale Luciano Serra pilota
Paese di produzione Italia
Anno 1938
Durata 105 min
Colore b/n
Audio sonoro
Genere drammatico, guerra
Regia Goffredo Alessandrini
Soggetto Goffredo Alessandrini, Francesco Masoero
Sceneggiatura Goffredo Alessandrini, Roberto Rossellini, Fulvio Palmieri
Produttore Angelo Monti
Casa di produzione Aquila
Distribuzione (Italia) Generalcine
Fotografia Ubaldo Arata
Montaggio Giorgio Simonelli
Musiche Giulio Cesare Sonzogno
Scenografia Gastone Medin
Interpreti e personaggi
Premi

Luciano Serra pilota è un film del 1938 diretto da Goffredo Alessandrini.

Il film, che vide tra gli sceneggiatori Roberto Rossellini, ebbe la supervisione di Vittorio Mussolini e vinse la Coppa Mussolini per il miglior film italiano alla Mostra del cinema di Venezia del 1938.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine della prima guerra mondiale, un pilota dell'aviazione militare tenta di passare all'aviazione civile, offrendo voli sul Lago Maggiore a 50 Lire: Però gli affari non vanno bene, i voli sono troppo pochi, e sta sei mesi senza pagare la pigione: Quando gli addetti tagliano la luce per mancato pagamento della bolletta, la coniuge torna dal padre, portandosi dietro il figlio. Luciano non viene assunto in una ditta di rodaggio aeroplani, e non accetta un posto da operaio nella Filanda del suocero. E parte dunque per l'America, per un lavoro datogli da persone conosciute nel bar del "Grand Hotel" di Stresa.

Dopo dieci anni, incastrato da un malfattore che vuole solo sfruttarlo, Luciano scappa, il giorno in cui firma la domanda per far entrare il figlio nella scuola di aviazione, tentando una trasvolata, su di un aereo per raggiungere l'Italia, con un volo senza scalo, ma, senza bussola, scompare durante il tragitto.

Passano altri anni, il figlio Aldo ormai grande, partecipa alla campagna d'Africa come pilota, durante una missione rimane ferito ed è costretto ad atterrare in zona nemica.

Luciano, che è vivo e si è arruolato sotto falso nome, viene a sapere, durante un combattimento, che il figlio si trova ferito su un aereo fermo in territorio nemico. Luciano lo raggiunge, viene ferito a morte ma riesce comunque a far decollare l'aereo e riportarlo in territorio italiano. Viene quindi decorato per aver salvato un treno attaccato dagli abissini.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Un mese dopo la proclamazione dell'Impero la rivista cinematografica “Lo Schermo” annuncia la prossima messa in lavorazione di un pacchetto di film volti a celebrare l'avventura coloniale italiana in Africa.[1] Due di questi, Luciano Serra pilota e Scipione l'Africano terranno a battesimo i nuovi stabilimenti di Cinecittà, inaugurati il 28 aprile 1937[2]. L'impegno produttivo fu ingente. Le riprese in Africa Orientale, in particolare “sulle pesanti sabbie del Carober e sugli umidi roccioni di Agordat” richiesero due mesi, in due riprese, spesso con temperature sui 40°.[3] 400 ore di volo furono autorizzate in Italia e 60 in Africa per le riprese aeree, la logistica, l'ispezione delle location. “Nelle scene di battaglia sono stati sparati 40.000 colpi di fucile, 25.000 di mitragliatrice, 300 bombe da tre chili, 150 da due chili, e 100 da un chilo. Poiché i colpi a salve dei fucili e delle mitragliatrici erano caricati a polvere senza fumo, siamo stati costretti a scaricarli uno per uno, togliendo polvere e aggiungendo talco”.[4] I ruoli di comparsa, come ascari o come “ribelli”, nelle scene di combattimento, furono affidati al 123º battaglione eritreo. Durante un volo di ispezione, l'aereo che trasportava il produttore Franco Riganti, in fase di decollo sul fiume Barca, non riuscì a prendere quota, a causa di un blocco dell'aletta di aspirazione, causata dalla sabbia sollevata dall'elica. Il veicolo cadde sulla coda e si rovesciò, lasciando miracolosamente indenni il produttore ed il tenente pilota Moggi.[4]

Arricchito di notevoli contributi tecnici, quali quello di Ubaldo Arata alla fotografia e Giorgio Simonelli al montaggio, vide l'esordio nel cinema del musicista Giulio Cesare Sonzogno.[5]. Quasi esordiente, dopo il ruolo di telegrafista in Il grande appello, Roberto Villa, al fianco del protagonista Amedeo Nazzari ormai “stella di prima grandezza”, del cinema nazionale.[6] Quest'ultimo, già protagonista di Cavalleria (1936), un'altra pellicola alessandriniana incentrata su un eroico ufficiale che cade combattendo col proprio aereo durante il primo conflitto mondiale, era diventato un attore di punta di uno star system ideato per sostituire quello d'oltreoceano dopo l'istituzione della legge sul monopolio (1938) per l'importazione e la distribuzione dei film stranieri in Italia.[7]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Al di là della contingente celebrazione dei rinverditi fasti imperiali di Roma, altri temi e motivi accomunano il film alla produzione dell'epoca. Il regime viene identificato come garante della trasmissione dai padri ai figli delle antiche virtù e valori, all'interno della modernità, qui esemplificata nel passaggio dall'aviazione pionieristica, ad una organizzata e potente flotta aerea.[8] Che questo argomento fosse ben presente nelle intenzioni del regista è confermato da una prima stesura della sceneggiatura, in cui il ruolo di Amedeo Nazzari non era previsto, sostituito da una sua fotografia, attraverso la quale il padre, morto in missione durante la prima guerra mondiale, sarebbe stato fonte di ispirazione ed imitazione per il figlio[3]. Altro elemento ricorrente è quello dell' “assenza o irrilevanza del personaggio femminile, presente tutt'al più come pretesto simbolico o come ostacolo”[9] in favore della valorizzazione dell'amicizia e solidarietà maschili (qui il rapporto padre-figlio e l'amicizia del protagonista con l'ex compagno d'armi Morelli).

Tuttavia, nel film sono presenti importanti elementi di discontinuità rispetto alle altre opere a carattere bellico del periodo. L'immagine “velleitaria ed individualista”, unita al linguaggio diretto ed antiretorico del protagonista, alla sua capacità di “comunicare passioni e stati d'animo con gesti asciutti”[10] ne facevano quell'eroe quotidiano del cinema d'avventura hollywoodiano, ben noto agli sceneggiatori Roberto Rossellini, Ivo Perilli, Fulvio Palmieri e Cesare Giulio Viola, molto distante dall'archetipo disciplinato proposto in altri film. A conferma, va notato che il regista aveva anche girato un lieto fine alternativo al cupo finale sacrificale.[10]

In questa modernità del film, si può trovare l'origine del suo gradimento presso quel pubblico piccolo borghese, normalmente più orientato a cercare in altri generi, in particolare la commedia sentimentale, una conferma ai propri modelli di vita e alle proprie aspirazioni.[11] Nella stagione 1938-39, Luciano Serra pilota fu campione di incassi con 7.721.975, 79 lire dell'epoca.[12] Tra i 40.000 lettori che avevano risposto ad un sondaggio proposto, nello stesso periodo, dalla rivista “Cinema”, il film risultava ampiamente in cima alle preferenze, e lo stesso avveniva per Amedeo Nazzari, tra gli attori.[6]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Gino Visentini su Cinema del 10 novembre 1938: "Il film rivela alcuni difetti, specie nella prima parte, un po' scialba nella descrizione dei caratteri e dell'ambiente e forse non del tutto intonata rispetto al colore del tempo, tanto che subito non si ha la sensazione del dopoguerra. Esso è tuttavia pieno di ottime qualità ricco di colore e di scioltezza".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Antonio Costa, “Augusto Genina, un regista europeo”, in, a cura di, Orio Caldiron, Storia del cinema italiano 1934/1939, Marsilio. Edizioni di Bianco&Nero, Venezia, 2006. Oltre a Luciano Serra pilota, il gruppo verrà a comprendere Lo squadrone bianco di Augusto Genina all'epoca già in lavorazione, Sentinelle di bronzo di Romolo Marcellini, Scipione l'Africano di Carmine Gallone, nel 1937; Sotto la croce del sud di Guido Brignone nel 1938; Abuna Messias di Goffredo Alessandrini e Piccoli naufraghi di Flavio Calzavara nel 1939
  2. ^ Barbara Grespi, “Cinecittà: utopia fascista e mito americano”, in, a cura di Orio Caldiron, cit.; . Ai due si aggiunsero due opere comiche: Il feroce Saladino di Mario Bonnard e I due misantropi di Amleto Palermi
  3. ^ a b “Parla il regista (Goffredo Alessandrini)”, “Come abbiamo fatto Luciano Serra pilota, “Film”, n° 28, 6 agosto 1938;
  4. ^ a b “Parla il produttore (Franco Riganti)”, “Come abbiamo fatto Luciano Serra pilota”, “Film”, n° 28, 6 agosto 1938;
  5. ^ “Parla il musicista (Giulio Cesare Sonzogno)”, “Come abbiamo fatto Luciano Serra pilota”, cit;
  6. ^ a b Gian Piero Brunetta, “Cent'anni di cinema italiano”, Editori Laterza, Bari, 1995
  7. ^ Giancarlo Chiariglione, "Luciano Serra pilota ovvero: la rivoluzione mediale fascista tra patrioti, superuomini e divismo", in, a cura di Eusebio Ciccotti, Novellizzare il cinema, Il lettore di provincia Vol. 144, Angelo Longo Editore, Ravenna, 2015
  8. ^ Raffaele De Berti, “Figure e miti ricorrenti”, in, a cura di Orio Caldiron”, cit. “Nei film del periodo 1934-39 sono molti i casi in cui figure di padri e di figli assolvono a funzioni volte a garantire simbolicamente la continuità “spirituale” tra le generazioni...Luciano con il suo eroico sacrificio salva la vita del figlio e muore stringendogli la mano: un gesto simbolico che tradizionalmente segna la trasmissione dell'eredità spirituale da una generazione all'altra e li accomuna nell'amore per la patria. “ Altri film citati, al proposito, sono Il grande appello e Passaporto rosso
  9. ^ Maria Coletti, “Il cinema coloniale tra propaganda e melò”, in, a cura di Orio Caldiron, cit.;
  10. ^ a b Elena Mosconi, “Goffredo Alessandrini” , in, a cura di Orio Caldiron cit.;
  11. ^ Mariagrazia Franchi, "I generi: identità, trasformazioni e pratiche di consumo, in, a cura di Orio Caldiron, cit.;
  12. ^ “Cinema”, n° 117 del 10 maggio 1941. (nel 1939 il prezzo medio a biglietto era 1,66 lire).

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