Lettere dal carcere

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Lettere dal carcere
Gramsci 1922.jpg
Antonio Gramsci
AutoreAntonio Gramsci
1ª ed. originale1947
Genereepistolario
Lingua originaleitaliano

Lettere dal carcere è il titolo con cui sono state pubblicate (in varie edizioni postume) le lettere inviate da Antonio Gramsci durante la sua lunga detenzione voluta dalla dittatura fascista per reprimere la sua attività di oppositore del regime.

La prima edizione fu pubblicata dall'editore Giulio Einaudi nel 1947 per decisione di Palmiro Togliatti, che scelse di presentare una raccolta incompleta, di 218 testi, come primo volume delle "Opere di Gramsci". Il libro vinse il Premio Viareggio nello stesso anno[1].

Ulteriori edizioni, comprendenti via via sempre più testi, si sono succedute nel dopoguerra. L'opera è considerata un classico del '900, per il suo valore intellettuale, letterario e di testimonianza[2].

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

L'arresto, il confino a Ustica, la carcerazione preventiva[modifica | modifica wikitesto]

L'8 novembre 1926 il deputato Antonio Gramsci fu arrestato, in violazione dell'immunità parlamentare; lo stesso giorno Mussolini aveva infatti disposto l'arresto dei deputati comunisti, in modo da impedire loro di partecipare alla seduta di Montecitorio del giorno seguente. Venne rinchiuso in isolamento a Regina Coeli, da cui uscì in manette il 25 dello stesso mese, diretto al confino di polizia di Ustica, che raggiunse il 7 dicembre dopo aver transitato per le carceri di Napoli e di Palermo[3]. Le sue prime tre lettere da Regina Coeli, datate 20 novembre, sono indirizzate rispettivamente alla moglie Giulia Schucht (spesso nelle lettere chiamata col suo diminutivo russo Julca o Iulca), alla madre (in Sardegna) e alla sua padrona di casa di Roma, quest'ultima lettera per domandare «scusa per i disturbi e i fastidi» arrecati e per chiedere l'invio di alcuni libri[4]. La permanenza nel carcere di Roma e il successivo viaggio in cattività fino a Ustica sono narrati nella lettera del 19 dicembre indirizzata alla cognata Tatiana Schucht[5] (qui, come spesso, chiamata col suo diminutivo Tania). Le lettere da Ustica testimoniano, fra l'altro, dei cordiali rapporti fra Gramsci e il suo compagno di confino Amadeo Bordiga[6], nonostante i contrasti politici che avevano diviso i due dirigenti comunisti negli anni precedenti. Il 20 gennaio 1927 Gramsci venne nuovamente arrestato per essere tradotto al carcere di San Vittore a Milano, dove giunse il 7 febbraio dopo un lunghissimo viaggio con parecchie soste in carceri e caserme lungo l'itinerario; a San Vittore rimase in isolamento fino a novembre[7].

La lettera da San Vittore del 12 febbraio 1927 (indirizzata alla cognata Tatiana e, per suo tramite, alla moglie) descrive il viaggio in manette dalla Sicilia:

«Vi voglio dare una impressione d'insieme della traduzione. Immaginate che da Palermo a Milano si snodi un immenso verme, che si compone e si decompone continuamente, lasciando in ogni carcere una parte dei suoi anelli, ricostituendone dei nuovi, vibrando a destra e a sinistra delle formazioni e incorporandosi le estrazioni di ritorno. Questo verme ha dei covili, in ogni carcere, che si chiamano transiti, dove si rimane dai 2 agli 8 giorni, e che accumulano, raggrumandole, la sozzurra e la miseria delle generazioni. Si arriva, stanchi, sporchi, coi polsi addolorati per le lunghe ore di ferri, con la barba lunga, coi capelli in disordine, con gli occhi infossati e luccicanti per l'esaltazione della volontà e per l'insonnia; ci si butta per terra su pagliericci che hanno chissà quale vetustà, vestiti, per non aver contatti col sudiciume, avvolgendosi la faccia e le mani nei propri asciugamani, coprendosi con coperte insufficienti tanto per non gelare. Si riparte ancora piú sporchi e stanchi, fino al nuovo transito, coi polsi ancora piú lividi per il freddo dei ferri e il peso delle catene e per la fatica di trasportare, cosí agghindati, i propri bagagli: ma, pazienza, ora tutto è passato e mi sono già riposato[8]

Questa lettera, tuttavia, non giunse a destinazione, perché sequestrata a fini istruttori e allegata al fascicolo processuale di Gramsci. Più tardi, nell'ottobre 1931, Gramsci avrebbe alluso all'episodio definendo ironicamente «troppo sincera» la lettera sequestrata, e giustificando in tal modo il tono di dissimulazione che era spesso costretto ad assumere nella sua comunicazione epistolare[9].

A partire dal 1927 Tatiana Schucht era diventata «l'unico tramite di Gramsci con l'esterno» e in particolare col Partito comunista, che le aveva affidato espressamente l'incarico di assistere moralmente e materialmente il detenuto[10]; compito che Tatiana assolse per il resto della vita del dirigente comunista. In questo compito Tatiana fu presto affiancata da Piero Sraffa, economista vicino al PCI, amico personale di Gramsci e di Palmiro Togliatti. Zio di Piero Sraffa era Mariano d'Amelio, senatore nonché presidente della Corte di Cassazione, «personalità molto influente che attivò le sue relazioni con l'alta burocrazia del regime a favore di Gramsci in più di una occasione[11]». Tatiana copiava le lettere inviatele da Gramsci e le inoltrava a Sraffa, che a sua volta le inoltrava a Togliatti[12].

Il 19 marzo 1927 Gramsci annuncia a Tatiana un programma di lavoro che intende svolgere durante la detenzione:

«Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore. Ho pensato a quattro soggetti finora [...], e cioè: 1° una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel secolo scorso; in altre parole, una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro origini, i loro aggruppamenti secondo le correnti della cultura, i loro diversi modi di pensare ecc. ecc. [...] – 2° Uno studio di linguistica comparata! Niente meno. [...] – 3° Uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano che il Pirandello ha rappresentato e ha contribuito a determinare. [...] – 4° Un saggio sui... romanzi di appendice e il gusto popolare in letteratura. [...] Che te ne pare di tutto ciò?
In fondo, a chi bene osservi, tra questi quattro argomenti esiste omogeneità: lo spirito popolare creativo, nelle sue diverse fasi e gradi di sviluppo, è alla base di essi in misura uguale[13]

Si tratta del «primissimo progetto di quelli che solo due anni più tardi saranno i Quaderni[14]», che Gramsci inizierà a scrivere solo nel febbraio 1929.

Il 19 marzo 1928 gli venne notificato il rinvio a giudizio davanti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato[15].

La "strana lettera" di Grieco[modifica | modifica wikitesto]

A fine marzo 1928 Gramsci ricevette a San Vittore una lettera inviatagli dall'estero dal dirigente comunista Ruggero Grieco, in cui quest'ultimo lo salutava a nome degli altri comunisti in esilio, gli comunicava una serie d'informazioni sulla situazione del movimento comunista internazionale e gli parlava di un progetto di pubblicazione di una scelta di articoli gramsciani degli anni precedenti, di cui avrebbe dovuto occuparsi Palmiro Togliatti:

Ruggero Grieco

«Noi ti siamo stati vicini sempre, anche quando tu hai avuto ragioni per non sospettarlo, e abbiamo saputo notizie di te, e della tua salute. Anzi, ci si dice ora, che tu non stai bene; e vorremmo saperlo, per nostra tranquillità, ciò di cui avresti bisogno, e che cosa noi possiamo fare per te. Tutto quello che ci è stato chiesto, per te, noi lo abbiamo fatto sempre. [...] Tutti, dovunque, parlano di te. Ti salutano[16]

La lettera venne intercettata dal giudice istruttore Enrico Macis (che aveva il compito di istruire il "processone" contro il gruppo dirigente comunista), il quale la mostrò a Gramsci definendola molto compromettente e insinuando che fosse stata inviata con l'intento di far condannare l'imputato[17]. La lettera fece nascere un rovello tormentoso in Gramsci, che avrebbe finito per persuadersi che essa fosse stata causa della sua condanna[18]. Egli vi avrebbe fatto riferimento una prima volta in una lettera alla moglie del 30 aprile, scrivendo di avere ricevuto «recentemente, una strana lettera firmata Ruggero» che lo aveva fatto «inalberare»[19], e poi più estesamente in una lettera a Tatiana del 5 dicembre 1932:

«Ricordi che nel 1928, quando ero nel giudiziario di Milano, ricevetti una lettera di un "amico" che era all'estero. Ricordi che ti parlai di questa lettera molto "strana" e ti riferii che il giudice istruttore, dopo avermela consegnata, aggiunse testualmente: "Onorevole Gramsci, lei ha degli amici che certamente desiderano che lei rimanga un pezzo in galera". [..] Si trattò di un atto scellerato, o di una leggerezza irresponsabile? È difficile dirlo. Può darsi l'uno e l'altro caso insieme; può darsi che chi scrisse fosse solo irresponsabilmente stupido e qualche altro, meno stupido, lo abbia indotto a scrivere. Ma è inutile rompersi il capo su tali quistioni. Rimane il fatto obbiettivo che ha il suo significato[20]

Pubblicata per la prima volta nel 1968[21], la "strana" lettera di Grieco suscitò da allora una ininterrotta disputa interpretativa[22]. Secondo alcuni storici (in particolare Paolo Spriano e Giuseppe Fiori), il motivo principale dell'irritazione di Gramsci sarebbe consistito nel fatto che Grieco gli si rivolgeva come a un capo del PCI, aggravando così la sua posizione processuale; questi studiosi ritengono che il turbamento di Gramsci sia stato, pertanto, ingiustificato, dal momento che gli inquirenti sapevano benissimo del suo ruolo dirigente e non avevano bisogno dell'ulteriore prova costituita dalla lettera[23][24]. Nel 2012, sulla base di una documentazione resasi disponibile nel frattempo, Giuseppe Vacca avanzò una diversa ipotesi interpretativa: secondo Vacca, «le responsabilità attribuite da Gramsci e dallo stesso Macis alla "strana lettera" non riguardavano la situazione processuale del detenuto, bensì le possibilità della sua liberazione». La lettera di Grieco a Gramsci (così come un'altra lettera, contemporanea, dello stesso mittente a Umberto Terracini) conterrebbe «trasparenti allusioni a una trattativa in corso fra il governo sovietico e quello italiano» avente ad oggetto la liberazione di Gramsci[25]. Grieco avrebbe, cioè, alluso a una prossima scarcerazione di Gramsci, di cui «rivendicava incautamente il merito all'impegno del partito: un impegno ininterrotto, dal quale Grieco mostrava di attendersi buoni risultati a breve». Tuttavia, continua Vacca, «se erano trasparenti per Gramsci, quelle allusioni lo erano anche per le autorità inquirenti, e consegnare nelle mani di Mussolini una prova che, se Gramsci fosse stato liberato, il partito avrebbe potuto rivendicarne il merito, era un gesto così sconsiderato da prestarsi al sospetto d'una macchinazione»[26].

Condanna e reclusione[modifica | modifica wikitesto]

In una lettera datata 10 maggio 1928 Gramsci annunciò alla madre il proprio imminente trasferimento a Roma per essere processato:

«Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in un certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente.
La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini[27]

L'11 maggio partì in cattività per Roma, dove venne nuovamente rinchiuso a Regina Coeli. Il 4 giugno, dopo un processo farsa che coinvolgeva ventidue imputati comunisti e il cui dibattimento durò solo sette giorni[28], il Tribunale speciale lo condannò a vent'anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione. Per le sue precarie condizioni di salute venne assegnato alla Casa penale speciale di Turi (destinata ai detenuti malati), dove giunse il 19 luglio. Qui gli venne inizialmente concesso di scrivere una lettera ai familiari ogni quindici giorni[29]. Nel gennaio 1929 ottenne il permesso di scrivere in cella e a febbraio iniziò a redigere i Quaderni del carcere[30]. A partire dal 13 luglio 1931 poté scrivere lettere ai familiari tutte le settimane[31]. A Turi, Gramsci riceveva, a giorno e ora fissa, un foglio bianco di quattro facciate, che doveva riempire e consegnare alla guardia carceraria; talvolta, in una lettera a Tania, egli riservava una metà del foglio a un altro destinatario, al quale la cognata avrebbe poi provveduto ad inoltrare quel mezzo foglio[32].

Su sollecitazione di Sraffa (il quale, tramite Tatiana, lo incoraggiava a proseguire le sue ricerche e a comunicarne gli esiti per via epistolare), Gramsci scrisse il 7 settembre 1931 una notevole lettera sulla storia degli intellettuali italiani, che comprende una delle formulazioni della sua teoria dell'egemonia culturale:

«Lo studio che ho fatto sugli intellettuali è molto vasto come disegno e in realtà non credo esistano in Italia libri su questo argomento. [...] D'altronde io estendo molto la nozione di intellettuale e non mi limito alla nozione corrente che si riferisce ai grandi intellettuali. Questo studio porta anche a certe determinazioni del concetto di Stato che di solito è inteso come Società politica (o dittatura, o apparato coercitivo per conformare la massa popolare secondo il tipo di produzione e l'economia di un momento dato) e non come un equilibrio della Società politica con la Società civile (o egemonia di un gruppo sociale sull'intiera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni cosí dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole ecc.) e appunto nella società civile specialmente operano gli intellettuali [...]. Da questa concezione della funzione degli intellettuali, secondo me, viene illuminata la ragione o una delle ragioni della caduta dei Comuni medioevali, cioè del governo di una classe economica, che non seppe crearsi la propria categoria di intellettuali e quindi esercitare un'egemonia oltre che una dittatura[33]

Umberto Cosmo

Il 21 settembre 1931 indirizzò a Tatiana, perché la facesse pervenire a Umberto Cosmo (che era stato professore d'università di Gramsci), una sua interpretazione del canto X dell'Inferno di Dante[34]. Nell'autunno del 1931 ebbe luogo fra i due cognati uno scambio di lettere, che traeva spunto dalla visione da parte di Tatiana del film Due mondi; le risposte di Gramsci riassumono il suo punto di vista sulla questione ebraica, improntato all'assimilazionismo e al rifiuto tanto dell'antisemitismo, e del razzismo in generale, quanto del sionismo[35][36].

Nella primavera del 1932 scrisse a Tatiana cinque importanti lettere sulla filosofia di Benedetto Croce[37]. La lettera del 2 maggio torna sul concetto di egemonia, che Gramsci considera come «il tratto essenziale» del marxismo più moderno:

«Si può dire concretamente che il Croce, nell'attività storico-politica, fa battere l'accento unicamente su quel momento che in politica si chiama dell'"egemonia", del consenso, della direzione culturale, per distinguerlo dal momento della forza, della costrizione, dell'intervento legislativo e statale o poliziesco. In verità non si capisce perché il Croce creda alla capacità di questa sua impostazione della teoria della storia di liquidare definitivamente ogni filosofia della praxis. È avvenuto proprio che nello stesso periodo in cui il Croce elaborava questa sua sedicente clava, la filosofia della praxis, nei suoi piú grandi teorici moderni, veniva elaborata nello stesso senso e il momento dell'"egemonia" o della direzione culturale era appunto sistematicamente rivalutato in opposizione alle concezioni meccanicistiche e fatalistiche dell'economismo. È stato anzi possibile affermare che il tratto essenziale della piú moderna filosofia della praxis consiste appunto nel concetto storico-politico di "egemonia"[38]

Nel giugno 1932 fu costretto ad abbandonare il sistema, avviato nella corrispondenza con la cognata, di inserire nelle sue lettere recensioni su argomenti culturali o letterari, perché la direzione del carcere aveva cominciato a insospettirsi. Il 29 luglio il Ministero di Grazia e Giustizia invitò il direttore a sorvegliare con cura particolare la corrispondenza di Gramsci e a bloccare le lettere con contenuto politico[39]. Gramsci sviluppò comunque e approfondì nei Quaderni le tematiche politiche e culturali accennate nelle lettere.

Intanto le condizioni di salute del prigioniero continuavano a peggiorare. A causa dei rumori notturni (la sua cella si trovava accanto al posto di guardia dei secondini) egli soffriva d'insonnia cronica[40]. Il 3 agosto 1931 ebbe uno sbocco di sangue, e il 7 marzo 1933 una seconda grave crisi a seguito della quale il professor Uberto Arcangeli (primario degli Ospedali Riuniti di Roma, che, su iniziativa di Tania e di Sraffa, lo visitò in prigione) dichiarò che Gramsci non avrebbe potuto sopravvivere a lungo in carcere e ne consigliò il ricovero in ospedale o in clinica; suggerì inoltre a Gramsci di presentare una domanda di grazia, suggerimento che il detenuto respinse seccamente[41]. Il 17 maggio 1933 un'ulteriore crisi lo costrinse a letto per vari giorni; il 7 dicembre dello stesso anno, anche in esito a una campagna di stampa condotta all'estero dalla stampa antifascista, Gramsci venne ricoverato, in stato di detenzione, nella clinica Cusumano di Formia[42]. Il 26 ottobre 1934 venne posto in libertà condizionale, ma continuò a essere ricoverato nella stessa clinica; dopo varie istanze venne trasferito nella clinica Quisisana di Roma il 24 agosto 1935[43]. Il 21 aprile 1937 riacquistò la piena libertà (la sua pena si era automaticamente ridotta a seguito di vari provvedimenti generali di amnistia e di indulto[44]), ma era ormai in fin di vita: morì in clinica per un'emorragia cerebrale il 27 aprile 1937[45].

Le trattative per la liberazione e il contrasto col Partito comunista[modifica | modifica wikitesto]

Le lettere di Gramsci della cattività vertono spesso sulla lotta che il prigioniero condusse per la propria liberazione. Molti riferimenti, che risultano oscuri nel testo gramsciano per la necessità di eludere la censura carceraria, sono stati chiariti dagli storici ricorrendo alla contemporanea corrispondenza fra altri attori della vicenda (fra cui i membri della famiglia Schucht, Piero Sraffa, i dirigenti del PCI all'estero).

Indisponibilità a chiedere grazia[modifica | modifica wikitesto]

Gramsci rifiutò sempre qualsiasi ipotesi di chiedere (o che altri chiedesse per lui) gesti di clemenza da parte del regime fascista. Sospettando che i familiari potessero richiedere a sua insaputa una domanda di grazia a Mussolini[46], e sapendo che essa avrebbe avuto l'oggettivo significato di un suo cedimento politico, egli scrisse già nel dicembre 1928 al fratello Carlo:

«Tatiana mi ha disilluso; credevo fosse piú sobria nell'immaginazione e piú pratica. Vedo invece che si fa dei romanzi, come quello che sia possibile che la reclusione venga trasformata, per ragioni di salute, in confino: possibile in via ordinaria, già si intende, cioè in virtú delle leggi e regolamenti scritti. Ciò sarebbe possibile solo per via di una misura personale di grazia, che sarebbe concessa, già s'intende, solo dietro domanda motivata per cambiamento di opinioni e riconoscimento ecc. ecc. Tatiana non pensa a tutto ciò: è di una ingenuità candida che mi spaventa qualche volta, perché io non ho nessuna intenzione né di inginocchiarmi dinanzi a chicchessia, né di mutare di una linea la mia condotta. Io sono abbastanza stoico per prospettarmi con la massima tranquillità tutte le conseguenze delle premesse suddette. Lo sapevo da un pezzo cosa poteva succedermi. [...] Dato tutto ciò, occorre che Tatiana sappia che di simili romanzi non bisogna neanche parlare, perché il solo parlarne può far pensare che si tratti di approcci che io posso aver suggerito. Questa sola idea mi irrita. Fa il piacere di scrivere tu queste cose a Tatiana, perché se le scrivo io, temo di trascendere e di offendere la sua sensibilità[47]

Gramsci non rinunciò tuttavia mai «alla rivendicazione di un diritto formalizzato in leggi o in regolamenti (come avere calamaio, penna e carta, leggere libri, andare in un penitenziario per malati, vivere da solo in cella anziché in camerone con altri, inoltrare istanze per la revisione del processo, chiedere la libertà condizionale)[48]». Egli inoltre contò sempre sulla possibilità di una sua liberazione per via diplomatica, tramite trattative che il governo dell'U.R.S.S. avrebbe dovuto condurre col governo italiano. Un approccio in questo senso, che avrebbe previsto la mediazione del Vaticano e sarebbe consistito in uno scambio di prigionieri (alcuni sacerdoti detenuti in Russia da scarcerare in cambio della liberazione di Terracini e Gramsci), fallì nei primi mesi del 1928 per la temporanea indisponibilità di Mussolini[49] (che, per motivi propagandistici, intendeva attendere la sentenza di condanna prima di compiere eventualmente un atto di clemenza) e per la scarsa determinazione con cui il governo sovietico condusse la trattativa[50]. In una lettera del 25 luglio 1928 Tania accennò a un'ulteriore iniziativa di Togliatti, il quale aveva suggerito a Bucharin (allora presidente del Comintern) di approfittare del salvataggio di alcuni superstiti del dirigibile Italia da parte del rompighiaccio sovietico Krassin per rivolgere un appello al governo italiano per la liberazione di Gramsci; nemmeno questa iniziativa andò a buon fine, forse a causa della contemporanea rimozione di Bucharin dal vertice dell'Internazionale[51].

Il "tentativo grande"[modifica | modifica wikitesto]

Cinque anni più tardi, il miglioramento delle relazioni diplomatiche fra Italia e U.R.S.S. (che sarebbe sfociato nel patto italo-sovietico del 5 settembre 1933) e l'aspettativa di un decreto di amnistia, che avrebbe ridotto la pena di Gramsci e facilitato la sua liberazione condizionale, indussero quest'ultimo a intraprendere un ulteriore tentativo, di cui conosciamo i contorni, più che dalle lettere del prigioniero (che vi allude solamente), da due lettere di Tatiana, rispettivamente a Giulia e a Sraffa, del febbraio 1933. Nella lettera a Giulia datata 9 febbraio Tania illustra due tentativi da portare avanti contemporaneamente, ossia la trattativa che avrebbe potuto portare all'espatrio di Gramsci in Unione Sovietica e un'istanza (più limitata) volta a ottenere la libertà condizionale[52]:

Tatiana Schucht

«Riguardo alla possibilità di ottenere la liberazione, Antonio ha detto che è necessario fare due tentativi. Uno può portare alla sua partenza per l'estero, per raggiungere te (questo sarebbe naturalmente il massimo successo), l'altro alla sua scarcerazione sotto sorveglianza della polizia [...]. I punti principali della situazione sono i seguenti. Da governo a governo. Non coinvolgere in alcun modo i compagni italiani per essere sicuri di tenere loro nascosta tutta la faccenda, al fine di evitare fughe di notizie scritte. Preparare il terreno qui fra esponenti della magistratura, e in particolare con il presidente della corte di cassazione (e sarà compito di Piero [Sraffa] perché il governo dia il suo consenso alla liberazione). [...] E il governo di qui darà il consenso a una condizione: che abbia l'impressione che l'iniziativa derivi da esso, è la condizione fondamentale per avere successo, questa è la psicologia del capo del governo [Mussolini] e bisogna tenerne conto[53]

Nella lettera a Sraffa dell'11 febbraio Tania scrive che, secondo Gramsci, il «tentativo grande» per la sua liberazione potrà avere successo alla condizione che «gli amici italiani non debbono assolutamente essere messi al corrente di ciò che si vorrà fare»[54].

La scarsa fiducia manifestata da Gramsci nei confronti dei «compagni italiani» dipendeva non solo dal precedente episodio della "strana lettera", ma anche dal difficile rapporto che in quegli anni il rivoluzionario sardo sperimentava col partito comunista italiano. Già prima dell'arresto, nell'ottobre 1926, egli era entrato in polemica con Togliatti a causa del rifiuto di quest'ultimo a inoltrare una lettera che lo stesso Gramsci aveva indirizzato al Partito comunista dell'U.R.S.S., contenente critiche relative alle lotte interne al partito sovietico[3]. Nel 1930, in una serie di conversazioni con altri detenuti comunisti nel carcere di Turi, Gramsci aveva manifestato apertamente la propria netta contrarietà alla "svolta", ossia alla linea che il partito italiano stava seguendo in applicazione della teoria del "terzo periodo"[N 1].

Con l'esposizione delle sue idee Gramsci suscitò l'accesa ostilità degli altri detenuti comunisti di Turi, che giunsero fino a escluderlo dal collettivo e a redigere una lettera di denuncia contro di lui diretta al centro estero del partito[55]. La sua acuta percezione di isolamento, aggravata probabilmente dal fatto che su un giornale comunista era apparso nel dicembre 1932 un giudizio di condanna di iniziative politico-diplomatiche volte alla liberazione dei prigionieri[56], lo rafforzò nella convinzione che il partito non si interessasse fattivamente della sua liberazione e anzi volesse la sua liquidazione politica[57].

Nel febbraio del 1933 la segreteria del partito a Parigi affrontò la questione della libertà condizionale di Gramsci, e deliberò di autorizzarlo a chiederla «in termini strettamente giuridici», aggiungendo: «La famiglia appoggi la domanda riferendosi alle condizioni di salute. Se gli si presenta dichiarazione da firmare deve firmare che non darà attività per il PC»[58]. La rinuncia a svolgere «attività per il PC» non rientrava, in realtà, fra i requisiti richiesti dalla legge per chiedere la libertà condizionata. Secondo Giuseppe Vacca, il fatto che il partito avesse autorizzato Gramsci «a sottoscrivere una dichiarazione di rinuncia all'attività politica introduceva [...] una clausola ultronea rispetto alla lettera della legge, che poteva essere interpretata come volontà di facilitare la concessione del provvedimento, ma anche come auspicio che Gramsci rinunciasse al suo ruolo politico. Alla luce dei contrasti verificatisi col partito fin dall'ottobre 1926, egli evidentemente propendeva per la seconda interpretazione perché comunque la sottoscrizione di una tale dichiarazione avrebbe potuto essere adoperata dopo la sua liberazione per contestarne la leadership[59]».

In una lettera a Tania, del 27 febbraio 1933, Gramsci condensò le sue accuse al partito italiano, all'Internazionale comunista e alle autorità sovietiche, coinvolgendo anche la moglie Giulia nel rimprovero di averlo «condannato» alla detenzione:

«...la mia impressione è di essere tenuto da parte, di rappresentare, per cosí dire, "una pratica burocratica" da emarginare e nulla piú. Guarda che io per il primo sono persuaso di aver commesso degli errori, ma l'impressione è che non si tratti di questi errori, ma di altro che mi sfugge e non riesco a identificare con precisione. [...] La conclusione, per dirla riassuntivamente, è questa: io sono stato condannato il 4 giugno 1928 dal Tribunale Speciale, cioè da un collegio di uomini determinati, che si potrebbero nominalmente indicare con indirizzo e professione nella vita civile. Ma questo è un errore. Chi mi ha condannato è un organismo molto piú vasto, di cui il Tribunale Speciale non è stato che l'indicazione esterna e materiale che ha compilato l'atto legale di condanna. Devo dire che tra questi "condannatori" c'è stata anche Iulca, credo, anzi sono fermamente persuaso, inconsciamente e c'è una serie di altre persone meno inconscie. Questa è almeno la mia persuasione, ormai ferreamente ancorata perché l'unica che spieghi una serie di fatti successivi e congruenti tra loro[60][N 2]

In una lettera del 6 marzo Gramsci (utilizzando sempre un linguaggio cifrato) avvertiva che se, anche questo tentativo di liberazione fosse fallito per colpa del Partito comunista, l'intera sua personalità avrebbe potuto essere «inghiottita da un nuovo "individuo" con impulsi, iniziative, modi di pensare diversi da quelli precedenti»[61]: secondo Giuseppe Vacca, Gramsci formulava così la velata minaccia di abbandonare il partito[62]. Informato della posizione di Gramsci, Togliatti rispose lanciando, il 27 marzo, una campagna d'opinione internazionale per l'anticipazione della libertà condizionata del detenuto[63]. Sempre secondo Vacca, l'iniziativa era impostata in modo tale da far capire a Gramsci che il partito e l'Internazionale erano realmente impegnati nella sua liberazione, che il partito italiano non avrebbe interferito in eventuali iniziative diplomatiche sovietiche, ma che d'altra parte se (come Gramsci sospettava) «la clausola della eventuale rinuncia a svolgere attività politica» avesse implicato la «fine politica» del prigioniero, «tale comunque era la volontà di Stalin, alla quale non si poteva resistere»[64].

Ricovero in clinica e libertà condizionata[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la visita in carcere del professor Arcangeli, il 20 marzo del 1933, che certificò le gravi condizioni di salute del prigioniero, Tania inoltrò subito al ministero una domanda per il trasferimento di Gramsci in clinica[65]. Dopo la pubblicazione su un giornale comunista francese del referto di Arcangeli si sviluppò un'intensa campagna per la liberazione del detenuto[66], cui parteciparono esponenti dell'intera sinistra (fra cui repubblicani, socialisti e trotskisti)[67]. Tale pubblicazione, peraltro, fece temere a Gramsci che la trattativa diplomatica per la sua liberazione ne risultasse compromessa e suscitò una sua durissima protesta contro il proprio partito, espressa (in forma cifrata) in due lettere rispettivamente del 16 e del 29 maggio[68][N 3].

Il 27 giugno Gramsci indirizzò un'istanza alla direzione generale delle carceri per protestare contro il «regime di tortura», consistente nella privazione del sonno, cui veniva sottoposto da oltre due anni nel carcere di Turi ad opera delle guardie carcerarie e che gli aveva rovinato la salute:

«Le visite diurne e notturne venivano fatte come esercizi di piazza d'armi e riproducevano gli assalti degli arditi in trincea o degli squadristi contro i circoli vinicoli. Le porte (che pesano circa un quintale l'una) erano aperte e chiuse secondo il ritmo di una festa coi mortaretti; al fracasso dei catenacci seguiva un boato d'apertura con percossa contro l'angolo del muro e quindi la violenta chiusura che rimbombava come un colpo di cannone [...]. Né le cose andavano meglio negli intervalli tra una visita e l'altra; in tutti i momenti o si sbatacchiavano sporte, o si correva per corridoi con le scarpe ferrate, o si accendevano discussioni rumorose come all'osteria, o si trascinavano tavolini o si batteva con le chiavi nelle sbarre dei cancelli un motivo d'opera o di canzonetta. E ciò avveniva anche se c'erano degli ammalati gravi e dei moribondi. [...] Così avvenne che le mie condizioni di salute in una Casa per Ammalati, siano state completamente rovinate; a una fortissima anemia cerebrale si unì una repentina crisi di irrigidimento delle arterie (a 42 anni [...]) che dopo una serie di capogiri e di mezzi svenimenti, culminò nel marzo scorso in un deliquio seguito per oltre quindici giorni da allucinazioni e vaneggiamenti e che mi ha lasciato una minorazione permanente nell'articolazione delle mani e nella capacità prensile, la febbre continua e una continua atroce emicrania[69]

L'istanza, che denunciava gli abusi delle guardie carcerarie chiamando in causa «con velato sarcasmo» l'amministrazione generale del sistema, era redatta in modo tale da costringere le autorità a intervenire: «se l'esposto fosse stato utilizzato dalla stampa antifascista internazionale, avrebbe recato un colpo all'immagine "legge e ordine" del regime[70]». Con esso Gramsci ottenne, nell'immediato, di essere trasferito in una cella meno rumorosa[71].

Un esposto a Mussolini presentato a fine agosto dal fratello di Gramsci, Carlo, ottenne il trasferimento del detenuto dapprima all'ospedale del carcere di Civitavecchia (19 novembre) e poi (7 dicembre) nella clinica del dottor Cusumano a Formia[72]. Con una lettera del 17 novembre Sraffa comunicò invece a Tania il fallimento del "tentativo grande", senza spiegarne i motivi: Vacca avanza due ipotesi, ossia l'indisponibilità del governo sovietico a presentare la richiesta della liberazione di Gramsci, oppure indiscrezioni raccolte dallo zio di Sraffa negli ambienti fascisti secondo cui tale richiesta, qualora presentata, non sarebbe comunque stata accolta[73]. Un incontro fra Mussolini e il ministro degli esteri sovietico Litvinov ebbe luogo il 3 dicembre, ma in esso l'esponente russo non fece alcun cenno ad Antonio Gramsci[74].

Il 24 settembre 1934, dalla clinica di Formia dove era ricoverato sotto custodia dei Carabinieri, Gramsci indirizzò direttamente a Mussolini l'istanza per l'ottenimento della libertà condizionata:

Foto segnaletica di Gramsci, 1933

«Poiché mi trovo nelle condizioni giuridiche e disciplinari indicate nell'art. 176 del Codice Penale per essere ammesso alla liberazione condizionale, prego Vostra Eccellenza di voler intervenire affinché mi sia concessa una condizione di esistenza che mi consenta la possibilità di attenuare, se non di annullare del tutto, le forme più acute del mio male, che da quattro anni ha demolito il mio sistema nervoso e ha reso l'esistere una continua tortura. - Libertà condizionale, confino di Polizia, trattamento da confinato; ciò che la prego di volermi concedere è la fine delle condizioni di recluso in senso stretto, con le sue forme di piantonamento e di vigilanza diurna e notturna, di tutte le ore, che impedisce la tranquillità e il riposo, nel caso mio necessari per arrestare la demolizione progressiva e torturante dell'organismo fisico e psichico[75]

L'istanza fu accolta[N 4], ma il 14 ottobre Gramsci ricevette la visita di un ispettore capo di polizia il quale gli chiese un impegno scritto a non fare di tale concessione un argomento di propaganda antifascista. Gramsci redasse una dichiarazione con la quale affermava di voler rimanere per il momento nella clinica di Formia e aggiungeva: «Sono d'avviso che il beneficio che sta per essermi concesso non è da attribuirsi a cause politiche e, per quanto mi riguarda, assicuro di non servirmi di questo provvedimento per fare della propaganda né in Italia né all'estero»[76].

Commentando tale dichiarazione, Vacca osserva che Gramsci «sapeva che il Duce aveva come primo obiettivo quello di piegarlo. Ma sapeva anche che la sua morte in carcere gli avrebbe inferto un duro colpo innanzitutto nell'immagine internazionale»[77], e argomenta che la battaglia di Gramsci «per la libertà condizionata si concludeva [...] senza l'ombra di una concessione al regime fascista», nonostante il compromesso (che Vacca giudica più apparente che reale) costituito dall'impegno del prigioniero a non propagandare il risultato ottenuto[78].

La richiesta di espatrio[modifica | modifica wikitesto]

Nonostante il fatto che già dal 1933 l'ambasciatore sovietico Potëmkin si fosse interessato per far chiedere dal proprio governo a quello italiano la liberazione di Gramsci[79], durante tutto il 1934 non vi era stata nessuna decisione sovietica in tal senso[80]. Mentre continuavano le campagne d'opinione del PCI all'estero sulla sua sorte (condotte in modo propagandistico, enfatizzando sul piano umanitario la sua condizione di martire dell'antifascismo), Gramsci nei suoi colloqui con Tania «giunse [...] a formulare un'accusa esplicita al partito di volerlo eliminare politicamente»[81]. Il 24 agosto 1935, dopo varie altre istanze che Gramsci (insoddisfatto della qualità delle cure alla clinica Cusumano) rivolse alle autorità, egli fu trasferito alla clinica Quisisana di Roma[82].

Nell'aprile del 1937, poco prima del termine della sua pena, Gramsci chiese a Sraffa di compilare per lui uno schema di istanza per l'autorizzazione a raggiungere la moglie e i figli in Russia. In una lettera a Giulia del 15 aprile, Tania scrive:

«Antonio, seguendo i consigli che gli hanno dato e desiderando con tutta l'anima di raggiungere la famiglia a Mosca, si propone di presentare una richiesta di espatrio per ricongiungersi alla moglie ammalata. [...] Ma se si avrà una risposta negativa, cosa niente affatto improbabile, Antonio ha chiesto di farti sapere che in questo caso lui renderà noto il suo desiderio di andare a casa, in Sardegna. Qui, nel continente, in ogni caso, avrà probabilmente vita molto difficile [...] lui ritiene che non valga la pena di passare un'altra estate a Roma, in clinica, perché ciò può avere ripercussioni negative sulla sua salute, dice che ritiene suo dovere fare di tutto per rimettersi in salute, per essere di nuovo in grado di lavorare, questo pensiero lo perseguita in ogni momento[83]

Sraffa compilò il 18 aprile la bozza di istanza che Gramsci gli aveva chiesto e che si concludeva chiedendo che al prigioniero fosse «consentita l'autorizzazione necessaria per raggiungere la moglie e ottenere dall'affetto e dall'appoggio di questa qualche conforto morale all'infermità dalla quale il sottoscritto è afflitto, che non c'è speranza possa alleviarsi e che è tale da renderlo di peso e di nessun aiuto a chi gli sta vicino»[84]; ma Gramsci non fece in tempo a inoltrarla prima di morire. Secondo Vacca la richiesta «aveva motivazioni esclusivamente familiari e conteneva un presentimento della fine che induce a domandarsi se Gramsci, ormai, volesse trasferirsi a Mosca per ricominciare a vivere, o per finire i suoi giorni accanto ai suoi cari»[85].

Gli affetti familiari[modifica | modifica wikitesto]

Fin quando fu in attesa di giudizio, Gramsci poté intrattenere corrispondenza con suoi amici e conoscenti (si conservano, fra poche altre, alcune sue lettere a Giuseppe Berti e a Piero Sraffa). Dopo la condanna da parte del Tribunale speciale, e fino alla concessione della libertà condizionata, solo ai suoi parenti fu concesso visitarlo in carcere, scrivergli e ricevere sue lettere. La stessa Tania poté continuare ad interloquire con Gramsci e ad assisterlo solo dopo che le autorità carcerarie ebbero ottenuto la prova documentale che i due erano cognati[86]. Dopo la sentenza, e fino alla sua morte, i destinatari delle lettere di Gramsci furono dunque la cognata Tatiana (cui furono indirizzate la maggior parte delle lettere), la moglie Giulia, i figli Delio e Giuliano, la madre Giuseppina Marcias e i fratelli Carlo, Gennaro, Grazietta e Teresina. Nessuna delle lettere ha come destinatario il padre, Francesco Gramsci, che morì poche settimane dopo suo figlio Antonio[87].

Negli anni della prigionia Gramsci e Tatiana maturarono un rapporto molto assiduo, intenso e complesso, talora conflittuale, sia per via epistolare sia tramite i radi colloqui consentiti dal regolamento carcerario. Tania si assunse il ruolo di «angelo custode» di Antonio, assistendolo moralmente e materialmente con eccezionale abnegazione[88]. Antonio riconobbe sempre il suo debito verso Tania e in una certa misura ricambiò i sentimenti di lei, ma le sue lettere contengono anche manifestazioni d'irritazione e d'insofferenza cui Tania rispose senza alcuna arrendevolezza, respingendo i tentativi di chiusura da parte del cognato[89].

Uno dei compiti che Tania si assunse fu quello di mediare fra Gramsci e la moglie Giulia (rimasta in Russia con i due figli minori); un rapporto coniugale che, dall'arresto di Gramsci, poté svolgersi solo per via epistolare e che ben presto apparve difficile, segnato da difficoltà di comunicazione, reticenze, incomprensioni e lunghe interruzioni della corrispondenza[90]. Il fatto che Giulia gli scrivesse poche e generiche missive fu per Gramsci un rovello, anche perché il prigioniero non conobbe inizialmente le cause dei silenzi della moglie[91]. In realtà Giulia aveva cominciato a soffire di una grave forma di depressione maggiore (all'epoca non diagnosticata come tale), che venne curata dapprima con una rudimentale terapia farmacologica e poi mediante la psicoanalisi. Il malessere di Giulia era acuito da una situazione familiare difficile (ella viveva con il padre Apollon e la sorella maggiore Eugenia, entrambi ostili al legame di Giulia con Gramsci) e probabilmente anche «dall'atmosfera di rigida sorveglianza e di perenne sospetto che aleggiava nell'Urss staliniana del tempo»[92].

Solo a partire dal 1931, dopo che Giulia ebbe finalmente informato il marito della propria malattia, una certa comunicazione fra i coniugi poté riavviarsi, anche grazie agli sforzi di Tania che non cessava di incoraggiare entrambi a mantenersi in contatto[93]. Una lettera di Giulia dell'estate 1931 contiene le prime notizie precise sul suo male (raccontate, come osserva uno storico, «non senza ironia»[94]):

Giulia Schucht nel 1932

«Caro, parli della mia salute, della mia diagnosi... Ma neppure io so... piú dei medici e loro non vanno d'accordo. La diagnosi di epilessia è la piú antica ed alcuni medici la mantengono fissa... La diagnosi d'isteria è l'ultima... È dei medici che mi curano ora e la loro cura (e il tempo) dà dei risultati sensibili. Eppoi sai che aver da fare con i medici non è sempre noioso, qualche volta anzi fa ridere... Per esempio poco piú di un anno fa, a Sebastopoli un medico che mi trovò istero-epilettica [...] mi disse che delle persone geniali, Gogol, Dostoiewsky avevano questa malattia. [...] Napoleone era malato di isteria. Qualche giorni [sic] fa la dottoressa che mi cura mi disse che degli esempi d'isteria, nelle forme simile al caso mio, si trovano nel vangelo... Vedi che la mia compagnia è assai scelta...[95]»

Alla fine del 1932, però, Gramsci giunse a prospettare l'idea di proporre a Giulia una separazione, e ne scrisse a Tania in una drammatica lettera dalla quale traspare (secondo il biografo Angelo d'Orsi) «un dolore così grande da non poter essere esplicitato neanche a se stesso»[96].

«Cercherò di giustificare il mio punto di vista, per quanto mi è possibile, ma devi partire dal concetto che ho altri argomenti oltre quelli che ti esporrò, argomenti che, per ragioni di varie specie, non posso scriverti per lettera e forse non ti direi neanche a voce. È difficile incominciare, ma proverò. Ecco. Ho saputo qualche tempo fa che parecchie donne, che avevano il marito in carcere, condannato a pene alte, si sono ritenute sciolte da ogni vincolo morale e hanno cercato di costruirsi una vita nuova. Il fatto è avvenuto (a quanto si riferisce) per iniziativa unilaterale. Può essere giudicato diversamente, da diversi punti di vista. Può essere biasimato, può essere spiegato e anche giustificato. Personalmente, dopo averci pensato su, io ho finito con lo spiegarlo e anche col giustificarlo. Ma se ciò avvenisse per accordo bilaterale, non sarebbe ancor piú giustificato? Naturalmente non voglio dire che sia una cosa semplice, che si possa fare senza dolore e senza contrasti profondamente laceranti. Ma, anche in queste condizioni, si può fare, se ci si persuade che si debba fare. In fondo, si rabbrividisce quando si pensa che in India le mogli dovevano morire quando moriva il marito, e non si pensa che il fatto si verifica, in forme meno immediatamente violente, anche nella nostra civiltà. Perché un essere vivo deve rimanere legato a un morto o quasi?[97]»

Ancora una volta fu Tania a dissuadere Gramsci da tale proposito, facendogli comprendere che il suo amore per la moglie era ancora ricambiato[98].

La sofferenza di Gramsci era inoltre esacerbata dall'«infinito rammarico» della sua lontananza dai figli[99], dall'amarezza di non poter contribuire alla loro educazione e dal «senso di colpa verso Giulia, su cui interamente ricadeva il peso di cura, accudimento e dell'educazione»[100]. Nella corrispondenza con i figli cercò comunque di ritagliarsi un ruolo pedagogico, anche tramite l'espediente di raccontare loro una serie di «favole autobiografiche basate sui ricordi d'infanzia», come quella indirizzata al figlio primogenito Delio (all'epoca settenne) contenuta in una lettera del 22 febbraio 1932[101]:

«Ecco come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d'autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque, due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l'erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all'altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche e molte altre mele caddero per terra[102]...»

Un ruolo pedagogico Gramsci cercò di esercitare anche nei confronti della nipotina Edmea[103] (nata nel 1920), figlia di suo fratello Gennaro, la quale viveva in Sardegna in casa della famiglia d'origine di Gramsci[104].

Le lettere che Gramsci scrisse ai propri familiari in Sardegna sono ricche di riferimenti al folklore sardo e manifestano il suo interesse per le vicende del paese che non poté più rivedere. La madre, Giuseppina Marcias, morì nel dicembre 1932, ma la notizia gli fu tenuta nascosta fino al 1936[105]. Lo stesso giorno gli fu data notizia della morte del suocero, avvenuta nel 1933, e gli furono consegnate le lettere di Giulia che parlavano del triste evento. In una lettera a Giulia dell'ottobre 1936 Gramsci commenta negativamente quella che egli definisce come «falsa pietà»:

«In questi ultimi giorni, dopo che Tatiana mi ha consegnato le tue lettere del '33, ho sentito nuovamente, con forza, quanto grande sia la mia tenerezza per te e quanto grande sia sempre stata anche negli anni passati, quando non ti scrivevo, perché mi sentivo isolato e sconfortato. Tu hai creduto che io non sentissi, fin dal '32, che la mia povera mamma era morta? Il piú forte dolore l'ho sentito allora e veramente in modo violento, sebbene fossi in grave stato di prostrazione fisica. [...] Penso come la falsa pietà non sia altro che stoltezza e nelle condizioni in cui si trova un carcerato diventi una vera e propria crudeltà perché determina uno stato d'animo di diffidenza, di sospetto morboso che ti si nasconda chissà che cosa, ...mah! Ho sofferto ora per te, nel leggere le tue lettere che mi erano state nascoste. [...] - Cara Iulca, occorre che riversiamo nei nostri ragazzi tutto l'affetto che ci univa ai nostri cari e che li facciamo rivivere in loro in ciò che di meglio e di piú bello ce ne rimane nella memoria. Ti abbraccio con tanta tenerezza[106]»

Storia editoriale[modifica | modifica wikitesto]

Il 12 maggio 1937, Togliatti inviò da Mosca una lettera al Centro estero del partito in cui sollecitava iniziative per commemorare Gramsci, fra cui un fascicolo de "Lo Stato operaio" (il periodico del PCI che si pubblicava a Parigi) da dedicargli interamente. In questo fascicolo, secondo Togliatti, avrebbero dovuto essere pubblicate alcune delle lettere dal carcere. Togliatti si proponeva inoltre di preparare a breve un'edizione in volume delle lettere e a questo scopo chiedeva che gli venisse inviata copia di tutte quelle di cui si era a conoscenza[107]. Poco dopo, il fascicolo dello "Stato operaio" voluto da Togliatti pubblicò le cinque lettere della primavera 1932 sulla filosofia di Croce, con il titolo Benedetto Croce giudicato da Antonio Gramsci (Estratti di lettere dal carcere), accompagnate dall'annuncio redazionale secondo cui il PCI stava preparando l'edizione di un volume di scritti scelti e un altro di lettere dal carcere[108].

Tatiana Schucht, rimasta in Italia fino a dicembre 1938, inviò a più riprese in Russia (tramite l'ambasciata sovietica) alle proprie sorelle, Giulia e Eugenia, le lettere di Gramsci in suo possesso; tentò anche di farsi dare dai familiari di Gramsci in Sardegna le lettere che il prigioniero aveva loro inviato[109]. All'inizio del 1939 il Comintern creò una "Commissione per il patrimonio letterario di Gramsci", di cui facevano parte le sorelle Schucht (ma Tania partecipò solo alla prima riunione); nel 1940 - nonostante l'iniziale ostilità delle Schucht - entrò a farne parte anche Togliatti, che alla fine dell'anno compilò un elenco dettagliato delle lettere comprendente 267 testi, di cui 223 del periodo della prigionia. Dopo l'invasione tedesca gli archivi del Comintern e le carte di Gramsci furono messi al sicuro a Ufa, in Baschiria; Togliatti diede disposizioni affinché il previsto volume delle Lettere di Gramsci fosse pubblicato negli Stati Uniti, ma "Lo Stato operaio" (che aveva ripreso ad uscire a New York) pubblicò solo, nella primavera del 1942, quattro delle cinque lettere già pubblicate sulla filosofia di Croce[110].

Al suo rientro in Italia, nel marzo 1944, Togliatti annunciò la prossima pubblicazione delle lettere e degli altri scritti di Gramsci:

Palmiro Togliatti

«Le lettere dal carcere alla moglie, alla cognata e ai bambini sono già pronte per la pubblicazione e verranno pubblicate non appena sarà possibile far arrivare da Mosca l'originale. Sarà compito degli amici e allievi di Gramsci e del nostro partito far sì che tutto questo ricchissimo materiale di studio, vera rivelazione per tutti coloro che non hanno avuto la sorte di conoscere Gramsci personalmente, venga posto al più presto a disposizione di tutti, attraverso la pubblicazione[111]

Mentre alcuni progetti di pubblicazione con vari editori non andarono a buon fine, la rivista del PCI "Rinascita", nel suo primo numero uscito a Roma nel giugno 1944, ripubblicò per la terza volta il gruppo di lettere su Croce[112].

Le trattative portate avanti con l'editore Einaudi per la pubblicazione delle opere di Gramsci, comprendenti anche un volume di lettere, sfociarono in un'intesa siglata nel giugno 1945, secondo cui, tra l'altro, l'apparato critico dei singoli volumi avrebbe dovuto avere l'approvazione preventiva del Partito comunista. Sempre nel 1945 il partito varò una "Commissione per preparare e curare nel più breve termine possibile la pubblicazione degli scritti di Antonio Gramsci", di cui Togliatti era presidente e Felice Platone segretario[113]. Nel 1946 la rivista "Il Politecnico" pubblicò una quindicina di lettere, di cui le quattro su Croce già più volte pubblicate e nove inedite[114].

Nel 1947, curato da Togliatti e Platone, apparve il volume Einaudi delle Lettere dal carcere, comprendente 218 lettere, precedute da un'avvertenza dei curatori che ne dichiarava la natura antologica:

«Il volume che presentiamo al pubblico non contiene tutte le lettere scritte da Antonio Gramsci nei dieci anni della sua prigionia. Alcune, disperse negli anni del fascismo e della guerra, non si sono potute ancora recuperare, altre, che trattano argomenti di carattere strettamente familiare, non si è ritenuto opportuno pubblicarle. Per considerazioni dello stesso genere, qualche passo è stato espunto dalle lettere passate alla stampa. Si tratta dunque di una scelta, ma di una larghissima scelta, più che sufficiente a dare un quadro delle dolorose traversie dell'Autore, della sua tempra di uomo e di militante rivoluzionario, dei suoi interessi intellettuali e spirituali, della sua vasta e profonda umanità[115]

Di fatto «le parti tagliate e le parti escluse con sistematicità erano innanzitutto quelle che rivelavano l'estremo sconforto, alcune asprezze del carattere [...] e gli episodi e i giudizi che avrebbero potuto offuscare l'immagine del Gramsci sereno nei confronti dei suoi interlocutori: il malcontento nei confronti di Giulia, le frequenti critiche all'atteggiamento dei familiari in Sardegna, i litigi con Tania, la disapprovazione manifestata con veemenza verso le iniziative prese senza consultarlo o non seguendo le sue indicazioni. Il combattente veniva tutelato espungendo i brani che lasciavano presagire o certificavano le crisi, i crolli e soprattutto la disperazione che avrebbero potuto far dubitare della forza di un uomo devastato fisicamente, ma intatto nello spirito»[116]. Vennero inoltre espunti tutti i riferimenti a ex dirigenti comunisti condannati dal Comintern (in primis Bordiga e Trockij)[116] e non rimase nessun elemento che potesse far pensare a dissensi di Gramsci con il suo partito e con l'Internazionale comunista[117].

Il libro fu un grande successo di pubblico e di critica; fra le molte recensioni favorevoli si contarono quelle di Carlo Bo, Benedetto Croce, Giacomo Debenedetti, Alfonso Gatto e Pietro Pancrazi, anche se non mancarono critiche all'editore e ai curatori riguardanti il carattere antologico della pubblicazione, i tagli e le omissioni non adeguatamente motivate; vinse il premio Viareggio del 1947, che fu ritirato l'anno successivo dai due figli di Gramsci in visita in Italia; giunse nel 1951 alla settima ristampa[118].

Nel 1962 Giulio Einaudi propose a Togliatti una nuova edizione, questa volta integrale, delle Lettere; il segretario del PCI si disse subito d'accordo e s'impegnò personalmente per recuperare, dai familiari di Gramsci, tutte le lettere a loro indirizzate. Nel frattempo un altro progetto con l'editore il Saggiatore, avviato nel 1959 (anch'esso con l'approvazione di Togliatti), prevedeva la pubblicazione di un'ampia antologia di tutti gli scritti gramsciani; i primi due volumi dell'antologia, curata da Giansiro Ferrata e Niccolò Gallo, uscirono nel 1964[119] e compresero 77 lettere dal carcere inedite[120].

La nuova edizione delle Lettere uscì nel 1965 a cura di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini[121] e comprese 428 lettere di cui 119 inedite; tutte furono pubblicate nel testo integrale, con poche (e segnalate) eccezioni. A questa edizione aveva collaborato anche Piero Sraffa, sollecitato da Togliatti e da Giulio Einaudi[122]. Per molti anni rimase l'edizione più completa disponibile. Da essa, nel 1971, Paolo Spriano trasse un'antologia di 156 lettere[123], più volte ristampata.

Alcune lettere inedite, donate dal figlio Giuliano nel 1985 all'Istituto Gramsci assieme ad altri documenti, furono pubblicate in un volumetto nel 1986[124]. Assieme ad altri inediti esse furono ripubblicate nel 1988 in un'edizione allegata a "l'Unità", che riproponeva la raccolta del 1965 (privata dell'apparato critico) con, in appendice, 28 lettere ritrovate dopo tale data[125]. Tredici lettere inedite di Giulia Schucht furono pubblicate nel 1987 in un volume che raccoglieva le lettere di Gramsci alla moglie[126]. Nel 1991 apparve una raccolta di lettere di Tatiana Schucht indirizzate ai familiari di Gramsci in Sardegna e ai propri in Russia[127]. Lo stesso anno apparve un'edizione delle lettere di Sraffa a Tania[128], che fu subito criticata per la scelta del curatore di pubblicare solo le lettere di Sraffa e non anche quelle di Tania a quest'ultimo[129].

Dopo la pubblicazione nel 1996, a cura di Antonio A. Santucci, di una edizione completa di tutte le Lettere dal carcere conosciute fino ad allora[130], la novità più rilevante[131] fu l'uscita, nel 1997, del carteggio integrale fra Gramsci e Tatiana Schucht, a cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele, comprendente 856 lettere, di cui 248 di Gramsci e 652 di Tania. Il testo era preceduto da un'introduzione molto polemica di Natoli, che denunciava sia omissioni e reticenze delle prime edizioni delle lettere gramsciane, sia la complessiva sottovalutazione, da parte degli studiosi, della figura e del ruolo di Tatiana Schucht, che invece Natoli considerava fondamentale per la stessa sopravvivenza di Gramsci[132].

Rispondendo all'esigenza sempre più sentita di conoscere nella loro integralità anche le lettere dei corrispondenti di Gramsci, il piano dell'opera della Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci (istituita nel 1996)[133] prevede la pubblicazione di tutto il carteggio, comprendente tanto le lettere indirizzate a Gramsci, quanto le lettere fra Tania e i familiari (propri e di Gramsci) e fra lei e Sraffa[134].

Nel 2020 è stata pubblicata una nuova edizione critica delle Lettere dal carcere, a cura di Francesco Giasi, comprendente 511 testi, di cui 12 inediti. Di molte lettere, rimaste senza data nelle precedenti edizioni, è stata proposta un'ipotesi di datazione. Nell'apparato critico sono spesso citati ampi brani delle lettere ricevute da Gramsci e di quelle scambiate fra loro dagli interlocutori del dirigente comunista. Nella sua introduzione il curatore osserva che le «lettere ancora mancanti sono certamente molte decine», essendo andati dispersi, in particolare, parecchi testi del periodo 1927-28[135].

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note esplicative e di approfondimento[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La teoria del "terzo periodo" era stata formulata nel VI Congresso dell'Internazionale Comunista del 1928, radicalizzata dal X Plenum del Comitato esecutivo della stessa organizzazione nell'estate del 1929 e poi confermata dal PCI nel suo IV congresso tenutosi in Germania nell'aprile del 1931: cfr. Vacca 2012, pp. 78-9 e p. 115. Secondo la linea "svoltista", l'Italia era sull'orlo della rivoluzione e il partito avrebbe dovuto condurre fra le masse un'agitazione in senso insurrezionalista, in dura polemica con gli altri partiti antifascisti, con l'obiettivo del passaggio immediato dalla dittatura fascista alla dittatura del proletariato: cfr. Fiori 1994a, pp. 240-1. Secondo Gramsci, invece, era poco probabile uno sbocco rivoluzionario immediato; più probabilmente, la caduta del fascismo (che comunque Gramsci considerava non imminente) sarebbe stata seguita da una fase democratico-borghese; il partito comunista doveva prepararsi fin d'ora a una tale fase, durante la quale avrebbe dovuto conquistare la propria egemonia sulle masse popolari. La politica che il PCI avrebbe dovuto condurre nell'immediato era dunque, secondo Gramsci, quella di far proprie parole d'ordine di tipo democratico (l'instaurazione della repubblica e l'indizione di un'Assemblea costituente), cercando allo scopo un'intesa con altre forze antifasciste; nel contempo, proporre rivendicazioni economiche favorevoli alle classi lavoratrici e operare per l'educazione politica dei contadini del Meridione: cfr. Spriano 1988, pp. 50-1.
  2. ^ Cfr. la nota del curatore, Gramsci 2020, p. 951: «Giulia figura tra le persone che lo hanno condannato e abbandonato anche perché chiamata a garantire il soccorso e i collegamenti sin dal giorno dell'arresto». Per Giuseppe Vacca, però, il coinvolgimento di Giulia nelle accuse potrebbe essere stato «un paravento per depistare la censura fascista» e «un escamotage per mascherare le durissime accuse che [Gramsci] rivolgeva al partito»: Vacca 2012, p. 250.
  3. ^ La pubblicazione del referto di Arcangeli sul quotidiano francese "L'Humanité" (11 maggio 1933), per iniziativa del dirigente comunista Giuseppe Berti, fu poco dopo giudicata un errore dallo stesso Togliatti (che la definì «uno sbaglio grossolano, perché potrà avere come conseguenza la rottura dei collegamenti tra Antonio e la moglie e altre persecuzioni»: lettera di Togliatti a Sraffa, 24 maggio 1933, riportata in Spriano 1988, p. 155). Secondo Angelo Rossi «legittima è l'ipotesi che non di errore si sia trattato, ma di un atto calcolato, che Giuseppe Berti abbia compiuto, contando sulla posizione dei più convinti sostenitori della "svolta", fermamente contrari alla linea di Gramsci e quindi alla trattativa» per la sua liberazione: Rossi 2017, p. 119.
  4. ^ In un articolo pubblicato nel 2012 lo studioso Dario Biocca sostenne che Gramsci si fosse appellato «a un articolo del Codice penale (il n. 176) che prevedeva la concessione della libertà condizionale in caso di ravvedimento del detenuto, una procedura analoga alla domanda di grazia»: cfr. Dario Biocca, IL RAVVEDIMENTO DI GRAMSCI, in la Repubblica, 25 febbraio 2012. URL consultato il 15 aprile 2021. In realtà l'art. 176 c.p., nel testo in vigore nel 1934, non faceva alcuna menzione del «ravvedimento del detenuto» ma si limitava a richiedere (fra gli altri requisiti) «prove costanti di buona condotta» da parte di quest'ultimo. Il testo dell'art. 176 c.p. citato da Biocca è il risultato di una modifica legislativa introdotta nel 1962, venticinque anni dopo la morte di Gramsci. Cfr. Joseph Buttigieg, Perché non c' è stato nessun ravvedimento da parte di Gramsci, in la Repubblica, 3 marzo 2012. URL consultato il 15 aprile 2021.

Note bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Premio letterario Viareggio-Rèpaci, su premioletterarioviareggiorepaci.it. URL consultato il 9 marzo 2021.
  2. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, p. LII.
  3. ^ a b Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, p. LXXXI.
  4. ^ Gramsci 2020, pp. 6-9.
  5. ^ Gramsci 2020, pp. 21-26.
  6. ^ Cfr. la lettera del 15 gennaio 1927, in Gramsci 2020, pp. 50-1.
  7. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, p. LXXXII.
  8. ^ Gramsci 2020, p. 59.
  9. ^ Gramsci 2020, p. 672.
  10. ^ Vacca 2012, p. 47 e n.
  11. ^ Vacca 2012, p. 52.
  12. ^ Spriano 1988, p. 38.
  13. ^ Gramsci 2020, pp. 75-6.
  14. ^ Frosini 2003, p. 30.
  15. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, p. LXXXIII.
  16. ^ Ruggero Grieco, lettera ad Antonio Gramsci datata 10 febbraio 1928, riportata in Vacca 2012, p. 53.
  17. ^ Fiori 1994a, p. 141.
  18. ^ Vacca 2012, p. 53.
  19. ^ Gramsci 2020, p. 252.
  20. ^ Gramsci 2020, p. 891.
  21. ^ Cfr. Spriano 1988, p. 23.
  22. ^ Cfr. Vacca 2012, p. 53.
  23. ^ Cfr. Spriano 1988, pp. 28-9.
  24. ^ Giuseppe Fiori definisce «del tutto incolore» la lettera di Grieco, e ritiene che Gramsci abbia commesso un'«ingenuità» a fidarsi del giudice istruttore Macis: cfr. Fiori 1994a, pp. 140-1. Cfr. anche Fiori 1994b, p. 11, secondo il quale in «realtà Grieco non ha scritto alcunché di censurabile».
  25. ^ Vacca 2012, p. 93.
  26. ^ Vacca 2012, p. 94.
  27. ^ Gramsci 2020, p. 261.
  28. ^ Fiori 1994b, pp. 9-21.
  29. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, p. LXXXIV.
  30. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, pp. LXXXV.
  31. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, pp. LXXXVII.
  32. ^ Paolo Spriano, Un foglio bianco ogni quindici giorni, in Gramsci 1988, vol. 1, p. 10.
  33. ^ Gramsci 2020, pp. 637-8.
  34. ^ Gramsci 2020, pp. 646-9.
  35. ^ Cfr. Vacca 2012, pp. 177-83.
  36. ^ Le lettere di Gramsci sono datate rispettivamente 13 settembre, 28 settembre, 5 ottobre e 12 ottobre: Gramsci 2020, pp. 641-2, 652-3, 657-9 e 662-5.
  37. ^ Le lettere sono datate rispettivamente 18 aprile, 25 aprile, 2 maggio, 9 maggio e 6 giugno 1932: Gramsci 2020, pp. 771-3, 776-7, 779-81, 784-6 e 798-800.
  38. ^ Gramsci 2020, pp. 780-1.
  39. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, pp. LXXXVII-LXXXVIII.
  40. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, pp. LXXXIV e LXXXVI.
  41. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, pp. LXXXVII e LXXXIX.
  42. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, p. XC.
  43. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, p. XCI.
  44. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, pp. LXXXVIII e XCI.
  45. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, p. XCII.
  46. ^ Vacca 2012, p. 58.
  47. ^ Gramsci 2020, p. 310.
  48. ^ Fiori 1994b, pp. 23-4.
  49. ^ Vacca 2012, p. 52.
  50. ^ Vacca 2012, pp. 236-7.
  51. ^ Cfr. nota del curatore in Gramsci 2020, pp. 280-1. La lettera di Togliatti a Bucharin (13 luglio 1928) è riportata in Spriano 1988, p. 147.
  52. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, pp. LXXXIX.
  53. ^ Lettera di Tatiana Schucht a Giulia Schucht, 9 febbraio 1933, citata in Vacca 2012, p. 243.
  54. ^ Lettera di Tatiana Schucht a Piero Sraffa, 11 febbraio 1933, citata in Gramsci 2020, nota del curatore, p. 942.
  55. ^ Cfr. Spriano 1988, pp. 52 e 152.
  56. ^ Vacca 2012, p. 245.
  57. ^ Vacca 2012, p. 248.
  58. ^ Verbale della riunione della segreteria del PCI del 3 febbraio 1933, citata in Spriano 1988, p. 60. Ripresa alla lettera, questa delibera venne comunicata da Togliatti in una lettera del 23 novembre 1933 a Sraffa affinché la comunicasse a sua volta a Gramsci: cfr. Vacca 2012, p. 264 n.
  59. ^ Vacca 2012, p. 249.
  60. ^ Gramsci 2020, pp. 948-9.
  61. ^ Gramsci 2020, p. 953.
  62. ^ Vacca 2012, p. 251.
  63. ^ Vacca 2012, p. 257.
  64. ^ Vacca 2012, pp. 257-8.
  65. ^ Vacca 2012, p. 267.
  66. ^ Cronologia della vita di Gramsci, in Gramsci 2020, pp. LXXXIX-XC.
  67. ^ Spriano 1988, p. 64.
  68. ^ Vacca 2012, p. 273.
  69. ^ Gramsci 2020, pp. 1179-81.
  70. ^ Vacca 2012, p. 272.
  71. ^ Vacca 2012, p. 275.
  72. ^ Vacca 2012, pp. 280-2.
  73. ^ Vacca 2012, p. 264.
  74. ^ Rossi 2017, p. 120.
  75. ^ Gramsci 2020, p. 1195.
  76. ^ Gramsci 2020, p. 1198.
  77. ^ Vacca 2012, p. 290.
  78. ^ Vacca 2012, pp. 291-2.
  79. ^ Vacca 2012, p. 299.
  80. ^ Vacca 2012, p. 304.
  81. ^ Vacca 2012, p. 306.
  82. ^ Vacca 2012, pp. 308-9.
  83. ^ Tatiana Schucht, lettera a Giulia Schucht, 15 aprile 1937, citata in Gramsci 2020, p. 1209.
  84. ^ Riportata in Gramsci 2020, p. 1208.
  85. ^ Vacca 2012, p. 321.
  86. ^ Cfr. note dei curatori in Gramsci-Schucht 1997, pp. 238-9, e in Gramsci 2020, p. 287.
  87. ^ Cfr. l'indice dei destinatari in Gramsci 2020, pp. 1213-4.
  88. ^ d'Orsi 2018, pp. 296-7; 305-6.
  89. ^ d'Orsi 2018, pp. 303 e 308.
  90. ^ d'Orsi 2018, pp. 296-7, 303 e 376.
  91. ^ d'Orsi 2018, p. 376.
  92. ^ d'Orsi 2018, p. 385.
  93. ^ d'Orsi 2018, pp. 386-7.
  94. ^ Vacca 2012, p. 169.
  95. ^ Giulia Schucht, lettera dell'8-13 agosto 1931, citata in Gramsci 2020, pp. 634-5 n.
  96. ^ d'Orsi 2018, p. 411.
  97. ^ Gramsci 2020, p. 879.
  98. ^ d'Orsi 2018, p. 412.
  99. ^ d'Orsi 2018, p. 378.
  100. ^ d'Orsi 2018, p. 321.
  101. ^ d'Orsi 2018, pp. 381-2.
  102. ^ Gramsci 2020, p. 741. Le fiabe di Gramsci, estrapolate dalle lettere ai figli, furono nel dopoguerra pubblicate in varie edizioni, a partire dalla prima: Antonio Gramsci, L'albero del riccio, Milano 1949.
  103. ^ d'Orsi 2018, p. 309.
  104. ^ Le lettere riguardanti Edmea sono state anche pubblicate in una raccolta a sé stante: Antonio Gramsci, L'educazione di Edmea, Catania, Villaggio Maori, 2010, ISBN 9788890356995. Tuttavia la lettera dell'8 aprile 1929, che narra le vicende connesse alla nascita illegittima della bambina, rimase inedita fino al 2020: Gramsci 2020, pp. 355-8. Cfr. anche Simonetta Fiori, Giulia, l’amore e l’accusa di essere un “mascalzone”. Le “Lettere” mai viste di Gramsci, in la Repubblica, 10 ottobre 2020. URL consultato il 26 maggio 2021.
  105. ^ d'Orsi 2018, p. 380.
  106. ^ Gramsci 2020, pp. 1124-5. Questa stessa lettera fu pubblicata solo cinquant'anni dopo, a cura di Valentino Gerratana, Sei lettere inedite di Antonio Gramsci, in "l'Unità", 19 gennaio 1986, pp. 4-5.
  107. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. VII-VIII.
  108. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, p. XII.
  109. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, p. XVI.
  110. ^ Al gruppo mancava la lettera del 2 maggio 1932. Cfr. Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. XIX-XX..
  111. ^ Palmiro Togliatti, L'eredità letteraria di Gramsci (1944), citato in Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. XX-XXI.
  112. ^ Ancora con l'omissione della lettera del 2 maggio 1932. Cfr. Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. XXI-XX.
  113. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. XXII-XXIII.
  114. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, p. XXIV.
  115. ^ P. Togliatti e F. Platone (1947), citati in Aldo Natoli, Introduzione, in Gramsci-Schucht 1997, p. VII.
  116. ^ a b Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, p. XXVI.
  117. ^ Cfr. Aldo Natoli, Introduzione, in Gramsci-Schucht 1997, pp. X-XI.
  118. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. XXVII-XXVIII.
  119. ^ Gramsci 1964.
  120. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. XXXII-XXXV.
  121. ^ Gramsci 1965.
  122. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, p. XXXVII.
  123. ^ Gramsci 1971.
  124. ^ Gramsci 1986.
  125. ^ Gramsci 1988.
  126. ^ Gramsci 1987.
  127. ^ Tatiana Schucht, Lettere ai familiari, introduzione e cura di Mimma Paulesu Quercioli, Editori Riuniti, Roma 1991.
  128. ^ Piero Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, a cura di Valentino Gerratana, Editori Riuniti, Roma 1991.
  129. ^ Cfr. Aldo Natoli, Introduzione, in Gramsci-Schucht 1997, pp. XXXVIII-XXXIX. Natoli precisa che, nel volume curato da Gerratana, solo alcuni brani delle lettere di Tania figurano riportati nelle note al testo.
  130. ^ Gramsci 1996.
  131. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, p. XLIV.
  132. ^ Aldo Natoli, Introduzione, in Gramsci-Schucht 1997, pp. VII-LVI.
  133. ^ Edizione nazionale scritti Antonio Gramsci, su www.fondazionegramsci.org. URL consultato il 3 maggio 2021.
  134. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. XLI e XLIII.
  135. ^ Francesco Giasi, Introduzione, in Gramsci 2020, pp. XLV-XLVI.


Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

  • Lettere dal carcere, a cura di Palmiro Togliatti e Felice Platone, Torino, Einaudi, 1947. [218 lettere]
  • 2000 pagine di Gramsci (Vol.I: Nel tempo della lotta; Vol.II: Lettere edite e inedite, 1912-1937), a cura di Niccolò Gallo e Giansiro Ferrata (supervisione di Mario Alicata), Milano, Il Saggiatore, 1964.
  • Lettere dal carcere. Nuova edizione riveduta e integrata sugli autografi, con 119 lettere inedite, a cura di Sergio Caprioglio e Elsa Fubini, Collana NUE n.60, Torino, Einaudi, 1965.
  • Lettere dal carcere, a cura di Paolo Spriano, Collana Gli struzzi n.21, Torino, Einaudi, 1994 [1971], ISBN 978-88-06-31476-7. [Scelta antologica]
  • Nuove lettere di Antonio Gramsci, con altre lettere di Piero Sraffa, a cura di A. A. Santucci, prefazione di Nicola Badaloni, Roma, Editori Riuniti, 1986.
  • Forse rimarrai lontana... Lettere a Iulca, 1922-1937, a cura di Mimma Paulesu Quercioli, con una testimonianza su Giulia Schucht, Roma, Editori Riuniti, 1987, ISBN 88-359-3107-X.
  • Lettere dal carcere, a cura di Antonio A. Santucci, Carlo Ricchini, Eugenio Manca, Luisa Melograni, Sergio Sergi, Roma, supplemento a "l'Unità", 24 gennaio e 14 febbraio 1988. [In due volumi per totali 456 lettere]
  • Giuseppe Fiori (a cura di), Vita attraverso le lettere (1908-1937), Torino, Einaudi, 1994, ISBN 9788806134716. [Antologia commentata delle lettere, comprese quelle del periodo precarcerario]
  • Lettere dal carcere. 1926-1937, A cura di Antonio A. Santucci, Collana La nuova diagonale n.14, Palermo, Sellerio, 1996, ISBN 978-88-38-91176-7.
  • A. Gramsci-Tatiana Schucht, Lettere 1926-1935, A cura di Aldo Natoli e Chiara Daniele, Collana NUE n.224, Torino, Einaudi, 1997, ISBN 978-88-06-14360-2.
  • Lettere dal carcere, a cura di Francesco Giasi, con la collaborazione e i contributi di Maria Luisa Righi, Eleonora Lattanzi e Delia Miceli, Collezione I Millenni, Torino, Einaudi, 2020, ISBN 978-88-062-4540-5. [Nuova edizione integrale comprendente 511 testi, di cui 12 inediti]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

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