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Han'nya

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Hannya

Han'nya (般若?) è una popolare maschera giapponese usata nel teatro , che rappresenta un demone femminile geloso. Il dramma più popolare nel quale fu utilizzata la maschera han'nya, caratterizzata due grosse corna taglienti, due occhi abbaglianti e una bocca ghignante, è il Dojoji, ispirato alla famosa storia di Anchin e Kiyohime.

Questa maschera viene utilizzata per rappresentare una donna così gelosa da essersi trasformata in un demone.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La leggenda narra che Han'nya era una donna, una creatura che si osava definire "proverbialmente bella". La sua bellezza non faceva girare la testa agli uomini, ma aveva delle particolarità difficili da dimenticare: due grandi occhi verde smeraldo,una rarità per quel tempo, e una pelle soffice e delicata come fiori di pesco. Han'nya comunque era una donna che si ricordava per la sua gentilezza; questa sua dote contagiava le persone. Era uno spirito libero, puro, ribelle, ma un giorno tutto questo cambiò. Una mattina Han'nya incontrò un uomo simile a un samurai, un uomo che portava sul viso i segni delle mille battaglie combattute. La gentil donna era ammaliata dai racconti del soldato, affascinata dal quel volto inciso dalle epiche imprese di un eroe venuto da lontano, e la sua fantasia si dipinse del sangue versato sui campi di battaglia, sangue che ben presto si trasformò in un fuoco di passione di un color rosso che lei chiamò "amore". I suoi occhi annegarono nell’infinito più profondo, la sua anima ormai apparteneva a quel mercenario vile e vestito da cavaliere, e fu per causa di ciò che, con il tempo, Han'nya perdette la ragione. Un dì Han'nya si recò alla sorgente di un fiume e mentre stava raccogliendo dell’acqua sentì dei gemiti: erano nitide risa di donna che provenivano da poco lontano. Cercò di aguzzare l’udito, per sentire meglio e decifrare le sussurrate parole pronunciate nella trance. Spinta dalla sfrontata curiosità, prese coraggio e  si avvicinò verso la fonte dai cui provenivano le risa. La scena che si dipinse davanti ai suoi occhi fu la peggiore che lei avesse mai visto in tutta la sua vita. Una spada, una katana dal fodero viola con intarsi dorati, giaceva sul prato verde: quell’ arma lei la conosceva bene, lo sapeva, ma scacciò bruscamente i pensieri continuando a seguire la strada che l’avrebbe portata nel posto da cui provenivano i gemiti. Han'nya si avvicinò e vide i profili di corpi intrecciati in una stretta che aveva poco del sapore dell'amore. Le sagome si fecero sempre più chiare e distinguibili. Il suo amante stava lì, raccolto profondamente nell'atto del dominio, cavalcava un corpo fremente e avido di piacere, mentre lei, Han'nya, faceva da pubblico a una fantasia che spesso le aveva varcato le soglie del sogno, ma mai avrebbe immaginato che, al suo posto, un'altra avrebbe accolto la virilità e l'idealizzata dolcezza dell'uomo amato. Il suo volto fu tinto dalla più vasta gamma di emozioni, dalla disperazione e il dolore all'odio per quella coppia di giovani amanti, divenuti ormai un intreccio senza forma di corpi che perdevano qualsiasi forma di dignità. Cominciò a correre lontano, fuggì verso il fiume vicino e in quel momento uno spirito apparve e le parlò, una guida divina disposta a darle aiuto e protezione. Esso propose ad Han'nya un patto che avrebbe posto fine alle sue pene d’amore: le offrì l’immortalità in cambio del suo volto. Han'nya, che ormai non aveva più alcun motivo per mantenere la fisionomie da essere umano, accettò lo scambio e scelse la strada dell’immortalità. L’unica prerogativa in grado di rendere immortale un essere umano è la potenza  del proprio sentimento, e nel caso di Hen'nya era la gelosia. L’amore nel suo caso era stato un’esperienza infantile, mentale, immaginata, mentre la gelosia l’aveva rapita concretamente, aveva preso forma davanti a lei travolgendola come un’onda, una gelosia che nasceva dalla vanità. Han'nya, infatti, era divenuta sicura  delle proprie doti di donna e fu proprio quell'eroe che le aveva rapito l'anima a porre in lei le radici della malizia e istigato quel cuore crudo alla ricerca di passioni mature. Il suo volto incarnava l'odio e la gelosia che le avevano animato il corpo, e quei segni si fecero eterni come un vero demone.

Simbolismo e curiosità[modifica | modifica wikitesto]

La maschera Han'nya è un classico dei tatuaggi giapponesi e come la tradizione vuole anche in questo caso ha preso spunto da racconti e leggende popolari. È rappresentata con una grande testa munita di corna, due occhi spalancati che fissano e scrutano lo spettatore e la bocca aperta pronta a ingerire o nella migliore delle ipotesi divorare chi si trova davanti.

“Han'nya” è una parola sanscrita che significa “saggezza”, “virtù” è il sentiero che porta verso l’illuminazione.

Il significato di questo tatuaggio però non è strettamente collegato alla leggenda quindi alla figura della donna trasformata in demone in seguito alla cieca gelosia e rabbia dovuta al tradimento dell'amante ma si dice che "allontani gli spiriti maligni e porti buona fortuna alle persone che li indossano sulla loro pelle".

Sitografia[modifica | modifica wikitesto]

Rosso Venexiano, Alexis, Hannya (Storia di un demone che un tempo fu donna) in http://www.rossovenexiano.com/blog/hannya-storia-di-un-demone-che-un-tempo-fu-donna

LombardiaBeniCulturali, Demone Hannya in http://www.lombardiabeniculturali.it/opere-arte/schede/6c070-00082/

Specchio Tattoo, Simbologia del tattoo - Maschera Hannya in http://specchiotattoo.it/Simbologia-del-Tattoo/simbologia-del-tattoo-maschera-hannya.html