Gaio Musonio Rufo

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Gaio Musonio Rufo, conosciuto anche come Musonio l'Etrusco (Volsinii, 30 circa – 100 circa), è stato un filosofo romano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Sulla vita di Gaio Musonio Rufo, filosofo neostoico, si posseggono poche notizie certe. È noto che nacque a Volsinii, corrispondente all'odierna Bolsena, in Etruria, che fu cavaliere e visse nel I secolo d.C., all'incirca tra il 30 e il 100.

Il praenomen Gaius (abbreviato nella tradizione latina in C.) lo conosciamo solo attraverso Plinio il Giovane, che ci fornisce anche un’altra notizia su una sua figlia (presumibilmente chiamata Musonia, secondo l’uso romano), che fu sposata ad un certo Artemidoro, di probabile origine siriana, al quale Plinio prestò aiuto anche per stima e affetto nei confronti del suocero (Epistole, III, 11). Sappiamo dalla voce Mousonios della Suda (lessico ed enciclopedia bizantina del X secolo) che egli fu figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua famiglia, che era comunque di origine etrusca. Il nomen Musonius, che doveva denotare la gens - e che Leopardi nello Zibaldone cita come esempio famoso, benché raro, di nome greco che precede il cognomen latino Rufus - viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come forma latina del gentilizio etrusco Musu , Muśu-nia.

Fra il 55 e il 60 fu a capo a Roma di un circolo filosofico-letterario e si dedicò anche alla politica, con idee abbastanza tradizionali e moderate. Fece parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio Plauto, giovane discendente della famiglia Giulia. Quando questo nel 60 fu allontanato da Roma in via precauzionale da Nerone, Musonio lo seguì in Asia; sappiamo che due anni dopo giunse l'ordine dell'imperatore di eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritornò a Roma, ma nel 65, in concomitanza della congiura pisoniana venne mandato in esilio (in quanto allievo di Seneca) nell'isola di Gyaros, inospitale e rocciosa nel Mar Egeo.

Indicativi della sua integrità morale e della sua coerenza sono altri due momenti della sua vita, entrambi riportati da Tacito nelle Storie (105).

Nel 69, dopo essere ritornato dall’esilio, forse grazie all’imperatore Galba, con il quale sembra fosse in amicizia, nella fase finale della guerra civile seguita alla morte di Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo episodio significativo, rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in pratica i principi morali e gli ideali di pace che insegnava. In una Roma che era teatro di violenti scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si impegnò a svolgere un’improbabile opera di pacificazione, sulla quale non mancarono di appuntarsi lo scherno e il crudo realismo di Tacito. Il grande storico romano così racconta la vicenda: «S’era mescolato agli ambasciatori Musonio Rufo, di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti dello stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati con le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi della guerra. Ciò fu per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava chi l’avrebbe spinto via o l’avrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei più equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse deposto la sua inopportuna esposizione di saggezza».

Il secondo episodio, sempre riferito alla fine del 69, ci presenta Musonio Rufo impegnato nella riabilitazione della memoria dell’amico Barea Sorano, che nel 66 era stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme alla figlia Servilia e a Trasea Peto. Contro di lui era stata resa una falsa testimonianza da parte del suo stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui appartenente alla corrente stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si dichiarava contrario ad intentare cause per difendere se stesso dalle offese ricevute, in questo caso non esita ad accusare in Senato il traditore per difendere la memoria dell’amico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito: «Allora Musonio Rufo attaccò Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Barea Sorano con una falsa testimonianza. Evidentemente con quell’accusa si rinnovavano gli odii delle delazioni. Ma l’accusato, vile e colpevole, non poteva essere difeso: di Sorano era santa la memoria; Celere, che faceva professione di sapienza, testimoniando contro Barea, aveva tradito e violato l’amicizia». Musonio portò avanti con tenacia il suo impegno, che fu coronato da successo: «Fu deciso allora di riaprire il processo tra Musonio Rufo e Publio Celere: Publio venne condannato ed ai Mani di Sorano fu resa soddisfazione. Quel giorno, che si distinse per la severità dei magistrati, non mancò nemmeno di elogi ad un cittadino privato. Si era, infatti, del parere che Musonio avesse agito con giustizia in tribunale. Opinione ben diversa si aveva di Demetrio, seguace della scuola cinica, in quanto aveva difeso, più per ambizione che con onore, un reo manifesto. Quanto a Publio, non ebbe né animo, né eloquenza sufficienti in quel frangente».

Più tardi riuscì a guadagnarsi la stima di Vespasiano evitando la cacciata dei filosofi del 71. Ci fu però un secondo esilio intorno all'80. Dopo il suo rientro a Roma, voluto da Tito, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato espulso da Roma nel 94, assieme agli altri filosofi, a causa di un senatoconsulto sollecitato da Domiziano, che fece uccidere Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e altri. Da un'epistola di Plinio il Giovane, dell'inizio del II secolo, si apprende che egli non è più in vita.

Il suo discepolo più importante fu il citato Epitteto, probabilmente a Roma. Un suo discendente fu il poeta Postumio Rufio Festo Avienio (seconda metà del IV secolo).

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Il suo insegnamento fu svolto in greco: si ricordi che in quel periodo ogni romano istruito conosceva il latino e il greco e che, comunque, quest'ultima era la lingua della filosofia. Probabilmente volutamente, sull'esempio di Socrate e come farà anche il discepolo Epitteto, non lasciò nulla di scritto. I principi della sua predicazione filosofica si ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un discepolo di nome Lucio, il quale probabilmente ebbe modo di ascoltarne le lezioni per un tempo abbastanza lungo. Alcune delle Diatribe di Gaio Musonio Rufo sono conservate nell'Antologia di Giovanni Stobeo (V secolo). È andata perduta l'opera di un altro discepolo, forse Valerio Pollione, precettore di Marco Aurelio.

Altre informazioni si possono desumere da una serie di frammenti sparsi e testimonianze indirette.

Lo stile delle diatribe è semplice, in genere viene posta una questione iniziale, poi sviluppata con chiarezza durante il testo. Secondo quanto riporta Lucio, Musonio parlava spesso in modo figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone con il medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa caratteristica si adatta bene alla sua personalità e al suo tipo di insegnamento, tutto rivolto alla schiettezza della vita.

La dottrina[modifica | modifica wikitesto]

Musonio rappresenta, assieme a Epitteto, Marco Aurelio e Seneca, uno dei quattro esponenti più significativi del neostoicismo romano. Egli, se per certi versi corrisponde appieno alle istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo tempo, per altri si distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero radicale e profondo di una filosofia intesa come arte del vivere bene e onestamente, cioè mezzo per conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti.

La mentalità romana, pratica per predisposizione, tendeva a cercare nella filosofia un riscontro utile per sé e per gli altri; da ciò derivava uno sbilanciamento verso le questioni etiche e sociali, con conseguente impoverimento della componente teoretica. La filosofia rappresentava il mezzo per la comprensione e la messa in atto della virtù, considerando come acquisita l'idea del bene proprio in rapporto al bene comune.

L'uomo, in generale, inteso come animale sociale, contribuiva al buon funzionamento della cosa pubblica, il filosofo, in particolare, contribuiva a ciò in massimo grado, con le parole, e con uno stile di vita che corrispondesse a quello che predicava. Dovendo assimilare Musonio a precedenti sistemi filosofici e correnti di pensiero, oltre al rapporto con una certa evoluzione in seno al mediostoicismo, si può notare anche una certa interpretazione cinica della realtà, non tanto di stampo diogeneo quanto piuttosto vicina al filantropismo tipico di Cratete.

Le influenze degli altri filosofi[modifica | modifica wikitesto]

Benché non vadano trascurate la sua innata predisposizione caratteriale, nonché la componente spontanea del suo pensiero, è indubbio che le grandi figure del passato abbiano in parte contribuito a formarne la particolare statura di uomo e filosofo; d'altra parte cita spesso come modelli da seguire Socrate e i cinici (il cinismo venne recuperato e apprezzato come modello presso il neostoicismo, anche Seneca tessé le lodi di Diogene di Sinope).

Influssi più difficilmente accertabili sono quelli del cristianesimo delle origini. Egli sicuramente piacque a posteriori a molti cristiani (soprattutto per certe sue concezioni sul perdono, sul matrimonio e sulla donna), ma più difficile è dire se egli durante la sua vita abbia avuto modo di incontrare dei cristiani e di valutarne ed elaborarne le concezioni etiche.

Ma forse questo è un dubbio di minore importanza, d'altro canto i tempi erano maturi per lo sviluppo di quel tipo di pensiero e, come si è visto, non mancavano, nel passato, autorevoli esempi. Inoltre è sempre opportuno mantenere le debite distanze tra il pensiero cristiano e quello filosofico pagano, benché, infatti, si possano riscontrare dei contatti per quanto riguarda l'etica, non bisogna dimenticare che il frutto di tali riflessioni è spesso il risultato di differenti, se non addirittura opposte, concezioni della vita terrena. Non solo: a parte la tendenza cristiana a trascendere i limiti umani, anche in campo etico, molto di ciò che viene elaborato e discusso nel I secolo d.C. fa parte, già da tempo, del patrimonio spirituale dell'umanità.

Pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Da un punto di vista metodologico Musonio invita alla chiarezza e semplicità nell'impartire insegnamenti; i principi su cui si basa la vera filosofia devono essere pochi, certi e acquisibili in modo spontaneo: è inutile e controproducente rendere complicato ciò che non lo è – le sue parole: "Infatti non è degno di lode il filosofo che ha bisogno di molte dimostrazioni per insegnare ai suoi discepoli, ma quello, che con poche, riesce comunque a far arrivare i suoi uditori là dove vuole".

La retorica non deve mai essere vuoto orpello, ma un mezzo necessario per comprendere e trasmettere la verità. Attraverso la dimostrazione (adattata al tipo di uditorio) si spiega quale sia il vero bene in rapporto al male e cosa sia conveniente fare per tendere sempre verso esso. Musonio come molti altri filosofi scelse di non affidare allo scritto le sue dottrine, spinto dalla visione dell'insegnamento come un divenire, una crescita costante nella contingenza, una pratica di vita.

Cronologicamente la teoria possiede la priorità e adempie alla sua importante funzione, infatti prima di mettere in pratica ciò che è giusto bisogna averne una conoscenza, ma il primato spetta indubbiamente al momento in cui queste conoscenze vengono messe in atto, vale a dire l'onnipresente tempo della quotidianità con sé stessi e con gli altri.

Così, secondo Musonio: "È senz'altro vero che la teoria collabora con la pratica, insegnando come si debba agire e cronologicamente essa precede l'abitudine, poiché non è possibile acquisire un'abitudine positiva se non secondo la teoria; ma per importanza la pratica vien prima della teoria, dal momento che essa è capace, più della teoria, di guidare l'uomo all'azione".

Da alcuni Musonio viene definito il "Socrate romano", ed effettivamente si possono riscontrare molte corrispondenze tra i due pensatori (l'assenza di scritti, la filosofia come pratica di vita, la ricerca di chiarezza nelle dimostrazioni, il coraggio di affrontare con coerenza le conseguenze delle proprie idee), benché nel nostro sia maggiore il riscontro utilitaristico dell'indottrinamento e più sicura l'austerità dei costumi.

L'insegnamento filosofico viene proposto come fondamentale per la crescita dell'uomo e deve essere impartito fin dalla giovinezza, in modo che venga interiorizzato e compreso nella sua veridicità. Musonio inizia così a definire una precisa dicotomia tra bene e male, concetto che verrà ripreso e radicalizzato da Epitteto. Il bene è la ricerca della virtù, la vera realizzazione dell'essenza dell'uomo, molte cose che vengono comunemente considerate come mali in realtà non lo sono poiché non impediscono questa realizzazione: l'esilio, la malattia non devono distogliere l'uomo dal suo obbiettivo, questi sono solo accadimenti che vanno accettati e sopportati (concetto stoico).

Bisogna inoltre evitare ciò che non è strettamente necessario alla realizzazione della virtù, come ad esempio le arti (concetto cinico), e fuggire da tutto ciò che può allontanare dal vero fine, che corrisponde al bene. Ogni uomo tende al bene (secondo un principio già espresso da Socrate), ma spesso ne ha una conoscenza errata, per questo deve intervenire l'insegnamento del filosofo: il filosofo può insegnare la virtù, poiché la conosce e ne sa dare una dimostrazione certa, egli possiede la vera arte, che è conoscenza ma anche e soprattutto esperienza nella pratica di tale sapere.

Altro elemento di matrice tipicamente cinico-socratica è quello dell'esercizio. Da un lato si trovano la pratica spirituale, l'allenamento dell'anima a conseguire il bene e a sopportare il male, dall'altro abbiamo la sopportazione delle fatiche e delle difficoltà da un punto di vista fisico. Musonio intende inoltre esprimere e ribadire il forte connubio che caratterizza l'anima e il corpo: la crescita spirituale comporta un miglior adattamento alle difficoltà della vita, l'esercizio fisico aiuta con la pratica ad affinare le conquiste spirituali, porta il filosofo all'imperturbabilità, elemento basilare della sua ricerca:

«Dato che l'uomo non si trova a consistere di sola anima e di solo corpo, ma di una certa qual sintesi di questi due elementi, è necessario che chi fa esercizio si prenda cura di entrambi, e maggiormente di quello migliore, come è giusto, e cioè dell'anima; anche dell'altro, però, deve prendersi cura, ammesso che nessuna parte costitutiva dell'uomo debba risultare manchevole. In effetti, anche il corpo del filosofo dev'essere ben preparato a svolgere i lavori del corpo, poiché spesso le virtù si servono del corpo, quale strumento necessario alle attività della vita».

Il consiglio migliore quindi è quello di non abbandonarsi alla mollezza e all'indolenza ma, qualunque sia il proprio ruolo nella società, di dedicarsi alle comuni attività quotidiane, cercando sempre di dare il buon esempio con i fatti. Musonio arriva anche a proporre la vita semplice delle campagne come una delle possibilità per il raggiungimento della virtù.

Anche la privazione da ciò che è superfluo concorre al raggiungimento della perfezione, all'assimilazione al divino: «è tipico della divinità non avere bisogno di nulla, e di chi è simile ad essa l'aver bisogno di poco»; questa idea, tipicamente cinica, viene attribuita da Diogene Laerzio a diversi personaggi della scuola cinico-socratica, ed effettivamente la troviamo ribadita con forza anche da Musonio. Tutto comunque concorre a rafforzare l'autosufficienza psicofisica del filosofo, libero dalle passioni, bastante a se stesso, forte del suo inattaccabile codice morale.

Per quanto concerne il commettere ingiustizia, Musonio recupera il concetto socratico (espresso con molta chiarezza nel Gorgia di Platone) secondo cui è meglio subirla, dimostrandosi però sempre atti al perdono. Essendo uomini bisogna in ogni modo evitare di far del male agli altri uomini cercando di aiutare colui che ha bisogno e colui che sbaglia: capire gli altri aiuta a comprendere noi stessi.

Da queste caratteristiche del suo pensiero traspare una profonda filantropia, estesa a una visione ugualitaria dell'uomo e della donna: la vera virtù è la medesima per entrambi, l'equità, il coraggio, la giustizia, l'onestà sono valori che devono essere posseduti e messi in pratica da ogni essere razionale:

«Tutti quanti per natura, siamo fatti per vivere irreprensibilmente e rettamente: non l'uno di noi sì, e l'altro no. Una prova importante di questo è che i legislatori prescrivono a tutti indistintamente ciò che si deve fare e proibiscono ciò che non si deve, senza fare eccezione per nessuno che disobbedisca o sbagli, sottraendolo così alla pena: nessuno, né giovane, né vecchio, né forte, né debole, né qualsivoglia si sia».

Un'altra caratteristica del suo pensiero, già definita dallo stoicismo antico e dal cinismo, è l'idea del cosmopolitismo, che qui si presenta però con un duplice aspetto: ogni uomo fa parte di un solo luogo, che è il mondo, ma ognuno di noi fa anche parte di un'unica realtà spirituale, superiore, che corrisponde alla Città di Zeus. La fede nel cosmopolitismo risulta anche un solido supporto concettuale nell'affrontare con tranquillità un situazione come l'esilio: tutta la terra, ogni luogo rappresenta per l'uomo la patria; in pratica un esilio vero e proprio non si verifica mai. Ecco cosa ne dice in proposito Musonio:

«La patria comune di tutti gli uomini non è forse il mondo, come riteneva Socrate? Cosicché, non si deve pensare di essere esiliati veramente dalla patria, se ci si allontana dal luogo in cui si è nati e cresciuti, ma soltanto di ritrovarsi privi di una certa città, specialmente se ci si reputa una persona ragionevole. Chi, infatti, è tale non onora né disprezza una terra come fosse causa di felicità o di infelicità, ma pone tutto quanto in se stesso e si considera un cittadino della città di Zeus, che consiste, insieme, di uomini e di dei».

Come già visto per i concetti di anima e corpo anche qui la materia e lo spirito si compenetrano, l'immanenza e la trascendenza si uniscono, i limiti esistono nel momento in cui siamo noi a porceli. La Città di Zeus diventa così anche il modello ideale, la divinità rappresenta il modo migliore per vivere, la massima realizzazione della virtù, e quanto più l'uomo riesce ad avvicinarsi a quel modello tanto più potrà essere considerato simile al divino. Ciò che conta è dentro di noi, solo lì è il vero bene che non può essere toccato (idea che verrà sviluppata da Marco Aurelio nella sua “cittadella interiore”).

L'educazione filosofica però, essendo rivolta a tutti, comprende anche e soprattutto coloro che detengono il potere. Il sovrano (concetto platonico) deve conoscere il bene per se e per il suo popolo. Egli deve perciò studiare e interiorizzare la filosofia: solo chi sa governare se stesso può governare gli altri, perciò Musonio afferma con certezza che: "il sovrano deve fare filosofia, perché altrimenti, se non filosofasse, non conoscerebbe evidentemente la giustizia ed il giusto". Il sovrano e la legge finiscono così per identificarsi ribadendo quel forte connubio tra spirito e materia, equilibrio tra le parti, armonia del tutto che si dipana attraverso il pensare filosofico.

Aldilà del ruolo che ognuno interpreta nella vita, ciò che davvero rende la filosofia una “scienza regale” è la sua vocazione ad insegnare ad ogni uomo la via del governo di sé. Da questo punto di vista, del tutto in linea con l’ideale cinico e stoico dell’autosufficienza del saggio, non sorprende che tra le varie occupazioni Musonio prediliga la coltivazione della terra come l'occupazione più adatta al filosofo. La preferenza di Musonio per l’attività agricola, anche per la passione e la concretezza con cui è argomentata, sembra andare oltre la semplice adesione ad un modello convenzionale. «La terra in effetti – egli afferma – ricambia con i frutti più belli e più giusti coloro che si prendono cura di essa, dando molte volte tanto quel che riceve ed offrendo grande abbondanza di tutto quanto è necessario per vivere a chi ha la volontà di faticare: e tutto questo con decenza, nulla di ciò con vergogna». È sempre il motivo del governo di sé e dell’autosufficienza del saggio a giustificare la predilezione per l’agricoltura: arare, seminare, coltivare la vigna, mietere, trebbiare sono attività degne di un uomo libero perché «non aver bisogno di un altro per le proprie necessità è molto più dignitoso che l’averne bisogno».

Tra tutte le attività agricole, poi, quella che a Musonio piace di più è la pastorizia, che non affatica troppo il corpo e «offre all’anima più tempo libero per riflettere e ricercare su quanto concerne l’educazione». Il lavoro della terra non deve infatti impedire di filosofare, né di svolgere l’attività educativa nei confronti dei giovani. Anzi, la possibilità di vivere e insegnare in campagna rende più agevole realizzare l’ideale tipico delle scuole ellenistiche, che consiste nella comunanza di vita tra persone che condividono la stessa tensione verso la ricerca spirituale. «Infatti – argomenta Musonio – di coloro che veramente amano la filosofia, non c’è nessuno che non desidererebbe vivere in campagna con un uomo virtuoso, anche se il podere dovesse essere particolarmente poco accogliente, sapendo che ricaverà grandi guadagni da questo soggiorno, grazie alla vita in comune con il maestro notte e giorno, perché sta lontano dai mali della città che sono impedimento al filosofare».

Faticare per ricavare il sostentamento dalla terra, che è nutrice e madre, trascorrendo il tempo all’aria aperta è poi una condizione che soddisfa meglio della vita in città quel principio del «vivere secondo natura» che è alla base della dottrina stoica (XI).

Per quanto riguarda l'alimentazione, a cui Musonio dedica particolare attenzione, la scelta vegetariana è netta. Come riporta l’allievo Lucio: «Dimostrò che l'alimentazione carnivora è più selvatica e più adatta agli animali selvaggi. Diceva che la carne è troppo pesante e costituisce impedimento a pensare e a meditare. Infatti l’esalazione che viene dalla carne, in quanto più torbida, annebbia l’anima. Perciò appaiono anche più lenti di ragione coloro che ne consumano le maggiori quantità. Ma l’uomo, siccome fra gli esseri che vivono sulla terra è il più strettamente imparentato con gli dèi, allora deve anche nutrirsi nella maniera più simile ad essi. Agli dèi – diceva – bastano le brezze che si levano dalla terra e dall’acqua; noi, dal canto nostro, dovremmo assumere un nutrimento il più possibile simile a quello, il più leggero e più puro: così anche la nostra anima ne risulterebbe pura e asciutta e, tale essendo, sarebbe la migliore e la più saggia, secondo il parere di Eraclito, che dice:

“secco splendore è l’anima saggia e migliore”» (XVIII A).

Molto radicata e diffusa nelle tradizioni spirituali orientali, la pratica dell’astinenza dalla carne intorno al VI secolo a.C. era attestata anche in Grecia tra gli appartenenti alla corrente mistica dell’orfismo, connessa con la dottrina della metempsicosi, la trasmigrazione delle anime in corpi diversi, anche di altre specie animali. Tra le scuole filosofiche, questa dottrina era stata ripresa dai Pitagorici; e con essa la pratica del vegetarismo, anche se riguardo a questo aspetto specifico le fonti antiche su Pitagora non sono coerenti.

Comunque gli elementi che più impegnano con la dottrina pitagorica della metempsicosi sono assenti nelle diatribe di Musonio. La scelta in favore dell’astinenza dalla carne e più in generale della xerofagia (il mangiare “magro”, “asciutto”) è motivata dal filosofo etrusco con ragioni di carattere ascetico: un’alimentazione appropriata favorisce la salute del corpo e dell’anima, la purezza della contemplazione, l’elevazione spirituale e l’assimilazione alla divinità.

La corretta pratica alimentare è dunque parte integrante della vita filosofica, intesa come esercizio spirituale di allenamento al governo delle passioni e al miglioramento di sé.

Questo per quanto riguarda i punti fondamentali del pensiero musoniano, ma nelle diatribe si possono anche trovare dei consigli di carattere più leggero ed esteriore, ad esempio riguardo all'abbigliamento o all'aspetto fisico. Ciò però non deve in alcun modo sminuire la riflessione del nostro filosofo, infatti non bisogna mai dimenticare, nell'affrontare lo studio di tali personaggi, che il loro campo d'indagine rimane sempre e in primo luogo quello della vita vissuta, con tutti i suoi accidenti, i suoi limiti e, per forza di cose, i suoi compromessi.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • Renato Laurenti, Musonio, maestro di Epitteto, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. II 36.3, Berlino, Walter de Gruyter, 1989, pp. 2105–2146.
  • (EN) Cora Lutz, Musonius Rufus, the Roman Socrates, in Yale classical studies vol. 10 (1947) pp. 3–142.
  • (EN) Cynthia King, (2011), Musonius Rufus: Lectures and Sayings. Edited by William B. Irvine. CreateSpace. ISBN 978-1-4564-5966-6
  • (EN) J. T. Dillon, (2004), Musonius Rufus and Education in the Good Life: A Model of Teaching and Living Virtue. University Press of America. ISBN 0-7618-2902-4
  • Luciano Dottarelli, Musonio l'etrusco. La filosofia come scienza di vita, Annulli editori, 2016, ISBN 978-88-95187-45-7.

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