Katékon

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Kathékon (dal greco antico Καθῆκον, al plurale καθήκοντα, kathèkonta) è un termine filosofico introdotto dallo stoicismo, traducibile con “azione giusta”, “azione conveniente secondo natura”[1] o anche come «dovere».[2] Il termine fu reso in latino da Cicerone con officium, e da Lucio Anneo Seneca con convenientia. Secondo la morale stoica, l'uomo (e tutti gli esseri viventi) devono vivere in accordo con la physis o natura: questo accordo è il più significativo senso di katekon. I kathekonta si contrappongono, secondo la morale stoica, ai katorthomata, che sono invece le «azioni perfette» compiute dal saggio con pieno convincimento e aderenza di volontà.[2]

Kathekonta e katorthomata[modifica | modifica wikitesto]

Ciascun essere vivente (uomo, animale, pianta), secondo gli stoici, compie azioni secondo la propria natura. I katorthomata, invece, sono, secondo loro, le azioni perfette perché guidate correttamente dal logos (ragione) ossia teleion kathekon (= kathekon perfetto).[3]. Secondo loro, il saggio/filosofo “necessariamente” compie i kathorthomata e raggiunge il kathekon (= perfezione), sospinto dalla virtù posseduta; non così per gli uomini ordinari. Ciò che distingue le due specie di azioni non è la natura dell'azione ma la maniera con cui viene eseguita. Cosicché può accadere, in casi straordinari, che un saggio (la cui completa perfezione resta sempre un ideale mai raggiunto, secondo gli stoici) potrebbe realizzare i katorthomata in circostanze tali da superare la comune morale tanto da essere giudicato una “mostruosa meraviglia” (monstrum): essi fanno l'esempio di compiere rapporti incestuosi con la figlia qualora si trattasse di “salvare” il genere umano, o anche mutilarsi per una nobile causa.[4]

La stoica morale del Katekon[modifica | modifica wikitesto]

La morale stoica è complessa e si incarna su diversi piani gerarchici, Nel primo di questi, quello dell'uomo ordinario, si possono realizzare azioni che corrispondono alla natura del soggetto morale (kathekonta). Ma, sempre secondo lo stoicismo, quelle dell'uomo ordinario sono sempre “azioni insensate” (grecamente: ἁμαρτήματα hamartemata)[5] “errore” o “disordine”, mentre le azioni dell'uomo saggio sono sempre katorthomata, cioè azioni perfette. L'uomo saggio, infatti, agisce mirando al bene mentre l'uomo ordinario agisce mirando alla propria sopravvivenza. Il saggio e il non saggio, tuttavia, agiscono ambedue obbedendo alla propria natura.[6]

Nei katorthomata, che superano il kathekon, gli stoici vedono la realtà che “possiede tutti i numeri”: espressione stoica per intendere l'armonia dell'universo che a sua volta allude alla perfezione morale.

Le azioni indifferenti ("adiaphora")[modifica | modifica wikitesto]

Accanto alle azioni kathekonta e katorthomata, gli stoici immettono un livello intermedio, quello delle azioni “indifferenti” (né cattive né buone, e quindi non conformi al katekon-katermaton). Tali sono da considerarsi “lo star bene”, “avere buone relazioni coi parenti” ecc.. In questi casi le azioni non-katekon, cioè non opportune e non secondo natura, sarebbero il loro contrario: insultare e sfruttare i parenti, danneggiare il proprio corpo ecc. Queste azioni intermedie, né buone né cattive, sono dette adiaphora, quasi senza moralità sebbene rispondenti a convenienza e prudenza: tra esse, collocano lo “stato di ricchezza”, “avere buona fama” ecc. Esse tuttavia non sono escluse dall'ambito della morale, contrariamente a quanto potrebbe sembrare. Per questo Cicerone nel De Finibus Bonorum et Malorum (III, 58-59), avvisa che quando il saggio agisce nell'ambito di queste condizioni, agisce sempre secondo natura.[7].

Intenzionalità e perfezione[modifica | modifica wikitesto]

Intenzionalità e perfezione morale sono insieme coinvolte nel “katekon”: la seconda non potrebbe sussistere senza la prima.

La intenzionalità occupa largo spazio nell'etica stoica: la morale dell'azione non risiede nell'azione stessa, ma nella intenzione che la dirige, e nella maniera con cui viene realizzata, in altre parole proprio in colui stesso che agisce[8]. Già Cicerone che tradusse “katekon” con “officium” (obbligo, dovere) fa trasparire questo aspetto dell'azione morale. Non che l'intenzionalità nell'azione morale sia stata scoperta dagli stoici, perché di essa trattano, indirettamente, anche Platone, Aristotele e i sofisti, ma con essi ne viene evidenziata l'essenzialità nell'azione morale.

L'intenzionalià emerge anche dalla stoica convinzione che colui che agisce secondo lo spirito dei katorthomata intende agire in armonia con tutte le virtù, mentre l'uomo ordinario può conformarsi ad una sola virtù, ed eventualmente ad una dopo l'altra. Gli stoici in generale pensano che le virtù sono volute e realizzate dal saggio tutte insieme e che esse si legano una all'altra, e che una azione “perfetta” le trascina con sé tutte. Anche per questo esse realizzano il katekon. [9].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ [1], [archive], interview of A. Poliseno, "Stoicism in Ancient Rome",
  2. ^ a b Max Pohlenz, La Stoa: storia di un movimento spirituale, pag. 268, Bompiani, 2005.
  3. ^ Giovanni Stobeo in Long, A. A., Sedley, D. N. (1987). The Hellenistic Philosophers: vol. 1. translations of the principal sources with philosophical commentary, 59B. Cambridge, England: Cambridge University Press (SVF III, 494)
  4. ^ Diogene Laerzio, in Vite, dottrine e sentenze di filosofi celebri (Βίοι Φιλοσόφων), VII.
  5. ^ Nova Roma, interview of A. Poliseno, "Stoicism in Ancient Rome"
  6. ^ Alcuni commentatori ritengono di vedere in questa teoria una somiglianza con la futura dottrina di Spinoza.
  7. ^ Quod autem ratione est, id officium appellamus ; est igitur officium eius generis, quod nec in bonis ponatur nec in contrariis. De Finibus Bonorum et Malorum, III, 58.
  8. ^ Questo principio secondo cui la intenzione è la parte essenziale perché l'azione raggiunga il livello della moralità, coincide con il punto di vista dell'allora nascente cristianesimo, che poi avrà influenza su tutta la speculazione filosofica-morale medievale. Si veda, ad esempio, la prima lettera ai Corinti di Paolo.
  9. ^ Plutarque, On Stoic Self-Contradictions, in Moralia, 1046 E-F (SVF III, 299, 243 - see Long & Sedley, 1987, 61F)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Long, A. A., Sedley, D. N., Les philosophes hellénistiques, tome II sur les stoïciens.
  • Enciclopedia Filosofica, volume 7, Lucarini, Centro Studi Filosofici di Gallarate, 1982.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]


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