Göbekli Tepe

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Göbekli Tepe
Göbekli Tepe, Urfa.jpg
Göbekli Tepe, Şanlıurfa, 2011
Epoca10600 AC- 7300 AC
Localizzazione
StatoTurchia Turchia
Altitudine760 m s.l.m.
Dimensioni
Superficie500 
Scavi
Data scoperta1963
Date scavi1995
OrganizzazioneIstituto archeologico germanico, dal 2006 Università di Heidelberg e di Karlsruhe
ArcheologoKlaus Schmidt[1]
Amministrazione
Entemuseo di Şanlıurfa
Sito webwww.gobeklitepe.info
Mappa di localizzazione

Coordinate: 37°13′23″N 38°55′21″E / 37.223056°N 38.9225°E37.223056; 38.9225

UNESCO white logo.svg Bene protetto dall'UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Göbekli Tepe
(EN) Göbekli Tepe
TipoCulturali
PericoloNon in pericolo
Riconosciuto dal2018
Un pilastro raffigurante un toro a Göbekli Tepe

Göbekli Tepe ("collina tondeggiante" in turco, Portasar in armeno, Xerabreşkê ("sacre rovine") in curdo) è un sito archeologico, situato a circa 18 km a nordest dalla città di Şanlıurfa nell'odierna Turchia, presso il confine con la Siria, risalente all'inizio del Neolitico, (Neolitico preceramico A) o alla fine del Mesolitico.

Vi è stato rinvenuto il più antico esempio di tempio in pietra: datato al X millennio a.C.,[2] e dunque risalente come minimo a 11600 anni fa, poiché la datazione è stata ricavata dall'esame C-14 dello stucco organico (tipicamente conteneva un fango di paglie e fibre di fogliame) che ricopre alcuni muri del sito archeologico, ma che potrebbe anche essere stato applicato, o riapplicato, in altro momento successivo, anche a grande distanza di tempo dalla sua primordiale edificazione e quindi eventualmente anche più antico; la sua erezione dovette interessare centinaia di uomini nell'arco di tre o cinque secoli. Le più antiche testimonianze architettoniche note in precedenza erano le ziqqurat sumere, datate 5000 anni più tardi.

Intorno all'8000 a.C. il sito venne deliberatamente abbandonato e volontariamente seppellito con terra portata dall'uomo.

Localizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Göbekli Tepe è costituita da una collina artificiale alta circa 15 m e con un diametro di circa 300 m, situata sul punto più alto di un'elevazione di forma allungata, che domina la regione circostante, tra la catena del Tauro e il Karaca Dağ e la valle dove si trova la città di Harran.[3]

Il sito utilizzato dall'uomo avrebbe avuto un'estensione da 300 a 500 m².

Storia degli scavi[modifica | modifica wikitesto]

La valenza archeologica di questa località fu riconosciuta nel 1963 da un gruppo di ricerca turco-statunitense, che notò diversi consistenti cumuli di frammenti di selce, segno di attività umana nell'età della pietra.

Il sito fu riscoperto trent'anni dopo da un pastore locale, che notò alcune pietre di strana forma che spuntavano dal terreno. La notizia arrivò al responsabile del museo della città di Şanlıurfa, che contattò il ministero, il quale a sua volta si mise in contatto con la sede di Istanbul dell'Istituto archeologico germanico. Gli scavi furono iniziati nel 1995 da una missione congiunta del museo di Şanlıurfa e dell'Istituto archeologico germanico sotto la direzione di Klaus Schmidt, che dall'anno precedente stava lavorando in alcuni siti archeologici della regione.[3] Nel 2006 gli scavi passarono alle università tedesche di Heidelberg e di Karlsruhe.

Il sito archeologico è stato aperto alle visite del pubblico nel marzo del 2019.[4]

Resti archeologici[modifica | modifica wikitesto]

Altorilievo a forma di animale su una pietra a T

Gli scavi rimisero in luce un santuario monumentale megalitico, costituito da una collina artificiale delimitata da muri in pietra grezza a secco.

Sono inoltre stati rinvenuti inizialmente quattro recinti circolari, delimitati da enormi pilastri in calcare pesanti oltre 15 tonnellate ciascuno, probabilmente cavati con l'utilizzo di strumenti in pietra. Secondo il direttore dello scavo le pietre, drizzate in piedi e disposte in circolo, simboleggerebbero assemblee di uomini. Al maggio 2020, sono stati escavati 40 circoli di pietra delimitati da imponenti colonnati, in numero di oltre 200 colonne di 6 metri e pesanti 15 tonnellate, ma ispezioni geologiche fanno presumere che questi circoli di pietra siano presenti a centinaia nella zona e quindi i lavori archeologici proseguono ancor oggi.

Sono state riportate in luce circa 40 pietre a forma di T, che raggiungono tra i 3 e i 6 metri di altezza[5]. Per la maggior parte sono incise e vi sono raffigurati diversi animali (serpenti, anatre, gru, tori, volpi, leoni, cinghiali, vacche, scorpioni, formiche). Alcune incisioni vennero volontariamente cancellate, forse per preparare la pietra a riceverne di nuove. Sono inoltre presenti elementi decorativi, come insiemi di punti e motivi geometrici.

Indagini geomagnetiche hanno indicato la presenza di altre 250 pietre ancora sepolte nel terreno.

Un'altra pietra a forma di T, estratta solo a metà dalla cava, è stata rinvenuta a circa 1 km dal sito. Aveva una lunghezza di circa 9 m ed era probabilmente destinata al santuario, ma una rottura costrinse ad abbandonare il lavoro.

Oltre alle pietre sono presenti sculture isolate, in argilla, molto rovinate dal tempo, che rappresentano probabilmente un cinghiale o una volpe. Confronti possono essere fatti con statue del medesimo tipo rinvenute nei siti di Nevalı Çori e di Nahal Hemar. Gli scultori dovevano svolgere la loro opera direttamente sull'altopiano del santuario, dove sono state rinvenute anche pietre non terminate e delle cavità a forma di scodella nella roccia argillosa, secondo una tecnica già utilizzata durante l'epipaleolitico per ottenere argilla per le sculture o per il legante argilloso utilizzato nelle murature.

Nella roccia sono anche presenti raffigurazioni di forme falliche, che forse risalgono ad epoche successive, trovando confronti nelle culture sumere e mesopotamiche (siti di Byblos, Nemrik, Helwan e Tell Aswad).

Interpretazioni[modifica | modifica wikitesto]

Le raffigurazioni di animali hanno permesso di ipotizzare un culto di tipo sciamanico, antecedente ai culti organizzati in pantheon di divinità delle culture sumera e mesopotamiche.

Lo studio degli strati di detriti accumulati sul fondo del lago di Van in Anatolia ha prodotto importanti informazioni sui cambiamenti climatici del periodo, individuando una consistente crescita della temperatura intorno al 9500 a.C. I resti di pollini presenti nei sedimenti hanno permesso di ricostruire una flora composta da querce, ginepri e mandorli. Fu forse il cambiamento climatico a determinare una progressiva sedentarizzazione delle genti che costruirono il sito. All'inizio degli anni novanta lo studioso di preistoria Jacques Cauvin ha ipotizzato[6] che lo sviluppo delle concezioni religiose avrebbe costituito una spinta alla sedentarizzazione, spingendo gli uomini a raggrupparsi per celebrare riti comunitari. Questa ipotesi ribalta completamente la concezione seguita fino a questo momento dagli studiosi, secondo cui la religione si sarebbe sviluppata solo in seguito al formarsi di insediamenti stabili causati dalla nascita dell'agricoltura.

La presenza di una così grande struttura monumentale, dimostra che anche precedentemente allo sviluppo dell'agricoltura e nell'ambito di un'economia di caccia e raccolta, gli uomini possedevano mezzi sufficienti per erigere strutture monumentali. Secondo il direttore dello scavo fu proprio l'organizzazione sociale necessaria alla creazione di questa struttura a favorire uno sfruttamento pianificato delle risorse alimentari e di conseguenza lo sviluppo delle prime pratiche agricole, ribaltando quindi di nuovo le ipotesi finora seguite. Il sito si trova infatti nella regione della Mezzaluna fertile, dove era presente naturalmente il grano selvatico, che poi gli uomini addomesticarono dando vita ai primi esperimenti agricoli.

Nessuna traccia di piante o animali domestici è stata tuttavia rinvenuta negli scavi, e mancano inoltre resti di abitazioni. A circa 4 m di profondità, ossia ad un livello corrispondente a quello della costruzione del santuario, sono state rinvenute tracce di strumenti in pietra (raschiatoi e punte per frecce), insieme ad ossa di animali selvatici (gazzelle e lepri), semi di piante selvatiche e legno carbonizzato, che testimoniano la presenza in questo periodo di un insediamento stabile.

Klaus Schmidt in Costruirono i primi templi, come proposta di tipo speculativo, lascia intendere[7] che la civiltà sviluppata nella provincia di Urfa, che aveva qui uno dei suoi principali templi noti (definibile anche come archetipo di anfizionia, o "anfizionia dell'età della pietra"), sarebbe stata trasfigurata nel mito dei monti di Du-Ku della cosmogonia sumera: in questi monti sarebbero esistite le prime divinità (non dotate di nomi individuali, ma semplici spiriti, retaggio degli spiriti sciamanici) e i Sumeri ritenevano che l'uomo vi avesse appreso l'agricoltura, l'allevamento e la tessitura (vi sono forti indizi che almeno i primi due di questi elementi siano effettivamente comparsi in questa zona verso la fine, o comunque durante, la costruzione del complesso megalitico)[7].

Ian Hodder, del programma archeologico della Stanford University, ha detto a proposito del sito: “Molte persone pensano che questo possa cambiare tutto. Cambia completamente le carte in tavola. Tutte le nostre teorie erano sbagliate. Le teorie sulla "rivoluzione del Neolitico" hanno sempre sostenuto che tra 10 e 12 mila anni fa agricoltori ed allevatori hanno iniziato a creare villaggi, città, lavori specializzati, scrittura e tutto ciò che sappiamo delle antiche civiltà. Ma uno dei punti salienti delle vecchie teorie è che sia nata prima la città e solo dopo i luoghi di culto. Ora, invece, sembra che la religione sia apparsa prima della vita civilizzata ed organizzata in centri urbani; anzi, che sia quasi stata il motore primario per la creazione della prima città.”[8]

Nei Media[modifica | modifica wikitesto]

  • Incentrato sugli scavi nel sito archeologico è il romanzo Il segreto della Genesi, di Tom Knox.[9]
  • Citato in Endgame di James Frey.
  • Citato in Da animali a dèi di Yuval Noah Harari
  • Vi si svolge la trama della serie turca di Netflix The Gift (Atiye).
  • Citato e location di alcuni avvenimenti in La torre di Ruin, romanzo di Simon Toyne.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Responsabile di scavi a Göbekli Tepe, su Cieli paralleli, 21 giugno 2014.
  2. ^ Klaus Schmidt, Costruirono i primi templi, Oltre edizioni, 2011, p. 80.
  3. ^ a b (EN) Gobekli Tepe: The World's First Temple? in Smithsonian.com
  4. ^ L'inaugurazione degli scavi aperti al pubblico su La Repubblica.
  5. ^ Apre in Turchia il Gobekli Tepe, il tempio che cambiò la storia delle religioni, La Stampa, 10 marzo 2019.
  6. ^ Jacques Cauvin Nascita delle divinità e nascita dell'agricoltura, Jaca Book, 2010
  7. ^ a b Klaus Schmidt Costruirono i primi templi (traduzione di Umberto Tecchiati), Oltre edizioni, 2011
  8. ^ (EN) Do these mysterious stones mark the site of the Garden of Eden? in Daily Mail
  9. ^ Tom Knox Il segreto della Genesi, edizione italiana Longanesi & C., 2009

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Badisches Landesmuseum Karlsruhe (Hrsg.): Die ältesten Monumente der Menschheit. Vor 12.000 Jahren in Anatolien, Begleitbuch zur Ausstellung im Badischen Landesmuseum vom 20. Januar bis zum 17. Juni 2007. Theiss, Stuttgart 2007, ISBN 978-3-8062-2072-8.
  • MediaCultura (Hrsg.): Die ältesten Monumente der Menschheit. Vor 12.000 Jahren in Anatolien. DVD-ROM. Theiss, Stuttgart 2007, ISBN 978-3-8062-2090-2.
  • Jacques Cauvin, Nascita delle divinità e nascita dell'agricoltura Jaca Book, 2010
  • Andrea De Pascale, Anatolia. Le origini, Oltre Edizioni, 2012, ISBN 978-88-97264-09-5
  • David Lewis-Williams, David Pearce, An Accidental revolution? Early Neolithic religion and economic change, Minerva, 17 #4 (July/August, 2006), pp. 29–31.
  • Klaus-Dieter Linsmeier, Klaus Schmidt, Ein anatolisches Stonehenge. In: Spektrum der Wissenschaft – Spezial. Spektrum-Verl., Heidelberg 2003,2, S. 10–15, ISBN 3-936278-35-0, ISSN 0943-7996.
  • Klaus-Dieter Linsmeier, Eine Revolution im großen Stil. Interview mit Klaus Schmidt. In: Abenteuer Archäologie. Kulturen, Menschen, Monumente. Spektrum der Wissenschaft Verl.-Ges., Heidelberg 2006,2, ISSN 1612-9954.
  • K. Pustovoytov, Weathering rinds at exposed surfaces of limestone at Göbekli Tepe. In: Neo-lithics. Ex Oriente, Berlino 2000, 24–26 (14C-Dates).
  • Klaus Schmidt, Frühneolithische Tempel. Ein Forschungsbericht zum präkeramischen Neolithikum Obermesopotamiens. in: Mitteilungen der deutschen Orient-Gesellschaft. Berlin 130, 1998, 17–49, ISSN 0342-118X.
  • K. Schmidt, Göbekli Tepe and the rock art of the Near East, TÜBA-AR 3 (2000) 1-14.
  • K. Schmidt, Göbekli Tepe, Southeastern Turkey. A preliminary Report on the 1995-1999 Excavations, Palèorient 26/1, 2001, 45-54.
  • K. Schmidt, Sie bauten die ersten Tempel. Das rätselhafte Heiligtum der Steinzeitjäger. Munich: C. H. Beck Verlag 2006, ISBN 3-406-53500-3.
  • K. Schmidt, Göbekli Tepe, Southeastern Turkey. A preliminary Report on the 1995–1999 Excavations. In: Palèorient CNRS Ed., Paris 26.2001,1, 45–54, ISSN 0513-9345.
  • K. Schmidt, Costruirono i primi templi (traduzione di Umberto Tecchiati), Sestri Levante, Oltre edizioni, 2011
  • J. E. Walkowitz, Quantensprünge der Archäologie. In: Varia neolithica IV, 2006, ISBN 3-937517-43-X.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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