Ani (città)
| Ani | |
|---|---|
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | Provincia di Kars |
| Altitudine | 1 464 m s.l.m. |
| Dimensioni | |
| Superficie | 2 507 000 m² |
| Mappa di localizzazione | |
| |
| Sito archeologico di Ani | |
|---|---|
| Tipo | Culturali |
| Criterio | (ii)(iii)(iv) |
| Pericolo | Non in pericolo |
| Riconosciuto dal | 2016 |
| Scheda UNESCO | (EN) Archaeological Site of Ani (FR) Site archéologique d’Ani |
Ani (in armeno: Անի; in latino: Abnicum; in turco: Ani; in greco: Ἄνιον) è una città medievale in rovina[1] situata nella provincia turca di Kars, vicino al confine con l'Armenia. Nel medioevo fu la capitale dell'Armenia bagratide, che comprendeva la maggior parte dell'attuale Armenia e della Turchia orientale.
La città è collocata tra le gole del fiume Akhurian a est e la valle Tzaghkotzadzor a ovest. L'Akhurian è un affluente del fiume Aras e forma parte del confine tra la Turchia e l'Armenia.
Chiamata la "Città delle 1001 chiese", anche se il numero era significativamente inferiore (a oggi, 50 chiese, 33 cappelle rupestri e 20 cappelle sono state scavate da archeologi e storici)[1] era al crocevia di diverse strade commerciali e i suoi edifici religiosi, palazzi e fortificazioni, erano tra i più avanzati del mondo, sia a livello tecnico che artistico, il che la distingueva dagli altri centri urbani contemporanei del regno armeno. Tra i suoi edifici più notevoli c'era la Cattedrale di Ani, associata ai primi esempi di architettura gotica, tanto che gli studiosi sostengono abbia influenzato le grandi cattedrali d'Europa negli stili gotico e romanico; la sua volta a crociera non sarebbe stata vista nelle cattedrali europee per almeno altri due secoli.[2]
Nel suo periodo di massimo sviluppo,[3] all'interno delle sue mura vivevano tra i 100000 ed i 200000 abitanti, anche se, data l'area limitata, gli storici hanno messo in dubbio questa stima.[4] La città, nota in tutta la regione per lo splendore e la ricchezza, fu rivale di Costantinopoli, Il Cairo e Baghdad; in seguito, però, finì dimenticata per secoli. Nel 1236 fu saccheggiata dai mongoli, nel XVI secolo fu assorbita dall'Impero Ottomano, ma non si riprese mai dagli effetti di un devastante terremoto del 1319 e, più significativamente, dallo spostamento delle rotte commerciali regionali, tanto che fu abbandonata nel XVII secolo.[5][6] La sua riscoperta avvenne nei primi anni dell'Ottocento, quando viaggiatori europei cominciarono a visitare il sito archeologico,[7] considerato un simbolo culturale e religioso.[8] Secondo Razmik Panossian, Ani è uno dei simboli più visibili e "tangibili" della passata grandezza armena e quindi una fonte di orgoglio.
Nel 2016 il sito archeologico è stato inserito nella lista del patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.[9] Dopo due decenni di continui sforzi internazionali, si è trasformato da luogo di conflitto e instabilità geopolitica in un centro di turismo culturale.[10]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Gli storici armeni menzionano Ani per la prima volta nel V secolo, descrivendola come una fortezza posta sulla cima di una collina e appartenente alla dinastia armena dei Kamsarakan.
All'inizio del IX secolo i territori dell'Arsharunik e dello Shirak (inclusa Ani) appartenenti ai Kamsarakan furono incorporati nei possedimenti della dinastia armena dei Bagratuni, il cui capo, Ashot Msaker (detto il "Mangiacarne", 806-827), nell'804 era stato insignito dal Califfato del titolo di ishkhan (principe) di Armenia.
La prima capitale dei Bagratidi fu Bagaran, 40 km a sud di Ani, poi la capitale fu trasferita a Shirakavan, 25 km a nord-est di Ani, e quindi, nel 929, a Kars. Nel 961, il re Ashot III (953-977) trasferì la capitale ad Ani. La città si espanse rapidamente durante il regno di Smbat II (977-989).
Nel 992 vi fu trasferito il Catolicosato armeno. All'inizio dell'XI secolo la popolazione oltrepassava i 100000 abitanti e la sua fama era tale da essere conosciuta come "la città dalle quaranta porte" e "la città dalle centouno chiese". L'aumento di potere e di ricchezza ne fecero un importante snodo commerciale.
Raggiunse il massimo splendore durante il lungo regno di Gagik I (989-1020),dopo la morte del quale il regno fu diviso tra i due figli: il fratello maggiore, Hovhannes-Smbat (1020-1041), prese possesso di Ani, mentre il fratello minore, Ashot (1020-1040), dominava sulla restante parte del regno Bagratide. Hovhannes Smbat, temendo che l'impero bizantino potesse attaccare il regno ora indebolito, designò suo erede l'imperatore Basilio II. Alla morte di Hovhannes, nel 1041, Michele IV reclamò la sovranità su Ani. Il nuovo re di Ani, Gagik II (1042-1045) vi si oppose e l'imperatore bizantino mandò il suo esercito a prendere possesso della città. Vi riuscì nel 1045, dopo la cattura di Ashot, e nella città fu insediato un governatore greco.
Nel 1064 l'esercito turco, guidato dal sultano Alp Arslan, attaccò la città e se ne impossessò dopo un assedio durato 25 giorni , trucidando i suoi abitanti. Un resoconto del sacco e del massacro di Ani ci è dato dallo storico turco Sibt ibn al-Jawzi, il quale cita un testimone oculare, dicendo:
L'esercito entrò in città, massacrando gli abitanti, la saccheggiò e la incendiò, lasciandola in rovina e facendo prigionieri tutti coloro che erano rimasti in vita... I cadaveri erano così numerosi che bloccavano le strade; non si poteva andare da nessuna parte senza calpestarli. E il numero dei prigionieri non era inferiore alle 50.000 anime. Ero determinato a entrare in città e vedere la distruzione con i miei occhi. Cercai di trovare una strada in cui non avrei dovuto camminare sui cadaveri; ma era impossibile.[11]
Nel 1072 la città fu venduta ai Shaddadidi, una dinastia curdo-musulmana, che perseguì una politica di riconciliazione tra la popolazione armena e cristiana. Molti Shaddadidi sposarono appartenenti alla nobiltà Bagratide. Quando il governo dei Shaddadidi divenne troppo intollerante, la popolazione chiamò in aiuto il regno cristiano della Georgia. I georgiani presero possesso di Ani nel 1124, nel 1161 e nel 1174, ma ogni volta la città ritornò ai Shaddadidi.

Nel 1199 l'esercito della regina Tamara di Georgiara prese possesso della città. Il governatorato fu dato a Zakare e Ivane Mkhargrdzeli, due generali del suo esercito, da cui discese la dinastia dei Zakaridi, che si consideravano gli eredi dei Bagratidi. Presto la prosperità ritornò in città: furono rafforzati i sistemi difensivi e costruite molte nuove chiese. Il successore di Zakare fu il figlio Shahanshah.
I Mongoli strinsero d'assedio Ani nel 1226. Nel 1236, mentre Shahanshah era assente, saccheggiarono la città uccidendo gran parte della popolazione. Al suo ritorno gli Zakaridi continuarono a governare la città come vassalli dei Mongoli invece che dei georgiani.
Durante la dominazione mongola, Ani conobbe un periodo di graduale ma irrefrenabile declino. Fino al XIV secolo la città fu dominata da una successione di dinastie turche, come i Jalayridi e i Kara Koyunlu, che ne fecero la loro capitale. Tamerlano prese possesso della città intorno al 1380, ma alla sua morte i Kara Koyunlu ne ripresero il controllo e trasferirono la capitale a Erevan. I Persiani Safavidi governarono Ani finché essa diventò parte dell'impero Turco-Ottomano nel 1579.
Fino alla metà del XVII secolo Ani fu una piccola città cinta da mura; poi fu abbandonata del tutto verso la metà del XVIII secolo. Allo spopolamento della città seguì quello delle circostanti aree rurali dovuto alla crescente presenza delle tribù nomadi curde.
Epoca moderna
[modifica | modifica wikitesto]Nella prima metà del XIX secolo, i viaggiatori europei scoprirono Ani e pubblicarono descrizioni della città nei giornali accademici e nei racconti di viaggio. Nel 1878 la regione di Kars, inclusa Ani, fu incorporata nel territorio dell'Impero russo. Nel 1892 iniziarono i primi scavi archeologici sponsorizzati dall'Accademia delle Scienze di San Pietroburgo e supervisionati dall'archeologo e orientalista Nikolaj Jakovlevič Marr (1864-1934). Gli scavi di Marr ripresero nel 1904 e continuarono fino al 1917. Ampi settori della città furono scoperti, portando alla luce edifici, e i ritrovamenti furono studiati e pubblicati sui giornali accademici. Furono scritte guide turistiche sui monumenti e sui musei, e l'intero sito fu per la prima volta ispezionato. Gli edifici più a rischio di crollo furono sottoposti a restauri di emergenza. Per raccogliere le decine di migliaia di reperti trovati durante gli scavi, Fu fondato un museo ospitato in due edifici: nella moschea Minuchihr e in un altro edificio in pietra appositamente
costruito a tale scopo.

Nel 1918, durante gli ultimi episodi della prima guerra mondiale, l'esercito dell'Impero ottomano si fece strada attraverso il territorio dell'appena dichiarata Prima Repubblica di Armenia conquistando Kars nel mese di aprile. Ad Ani furono compiuti tentativi di evacuare i reperti contenuti nel museo mentre i soldati turchi si avvicinavano. Circa 6000 oggetti, tra i più trasportabili, furono rimossi dall'archeologo Ashkharbek Kalantar, uno dei partecipanti agli scavi condotti da Nicolaj Marr. Su richiesta ufficiale di Joseph Orbeli, i reperti salvati vennero riuniti in un'unica collezione museale; oggi fanno parte della collezione del Museo di Stato di Storia Armena di Erevan.
Tutto ciò che non poté essere salvato andò perso o distrutto. La resa e la dissoluzione dell'Impero ottomano alla fine della prima guerra mondiale condussero al ritorno di Ani sotto il controllo armeno, ma una nuova offensiva contro la Repubblica Armena nel 1920 fece sì che la Turchia rientrasse in possesso della città. Nel 1921 la firma del Trattato di Kars formalizzò l'incorporazione del territorio contenente Ani all'interno della Repubblica turca.
Nel maggio del 1921 l'Assemblea Nazionale Turca ordinò al comandante del Fronte Orientale, Kâzım Karabekir, di «spazzare via i monumenti di Ani dalla faccia della terra». Karabekir scrive nelle sue memorie di avere ignorato tale ordine, ma il fatto che ogni traccia degli scavi eseguiti da Marr e dei restauri degli edifici sia stata cancellata suggerisce che l'ordine fu almeno in parte eseguito.
Monumenti
[modifica | modifica wikitesto]Tutte le strutture di Ani sono costruite utilizzando il basalto vulcanico locale, una sorta di pietra tufacea. È facile da intagliare ed è disponibile in una varietà di colori vivaci, dal giallo crema al rosso rosa, fino al nero corvino. È importante notare che durante gli attacchi e i disastri naturali che Ani ha dovuto affrontare nel corso degli anni, tutti gli edifici hanno subito danni strutturali significativi, o sono stati completamente distrutti. I monumenti più importanti sopravvissuti sono i seguenti:
La Cattedrale
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Conosciuta anche come Surp Asdvadzadzin (la Chiesa della Santa Madre di Dio), la sua costruzione fu iniziata nell'anno 989, sotto il re Smbat II. I lavori furono interrotti dopo la sua morte, e furono terminati solo nel 1001 (o nel 1010 sotto un'altra lettura dell'iscrizione dell'edificio). Il progetto della cattedrale fu opera di Trdat, il più celebre architetto dell'Armenia medievale. La cattedrale è una basilica a cupola (la cupola crollò nel 1319). L'interno presenta diverse caratteristiche progressive (come l'uso di archi a sesto acuto e pilastri a grappolo) che gli conferiscono l'aspetto di un'architettura gotica (uno stile che la cattedrale di Ani precede di diversi secoli).[12]
La chiesa di San Gregorio di Tigran Honents
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Questa chiesa, terminata nel 1215, è il monumento meglio conservato di Ani. Fu costruito durante il regno degli Zakariani e fu commissionato dal ricco mercante armeno Tigran Honents.[13] La sua pianta è di un tipo chiamato sala a cupola. Di fronte al suo ingresso si trovano i resti di un nartece e di una piccola cappella di epoca leggermente successiva. L'esterno della chiesa è decorato in modo spettacolare.

Sculture in pietra ornate di animali reali e immaginari riempiono i pennacchi tra l'arcata cieca che corre intorno a tutti e quattro i lati della chiesa. L'interno contiene un'importante e unica serie di cicli di affreschi che raffigurano due temi principali. Nel terzo orientale della chiesa è raffigurata la Vita di San Gregorio l'Illuminatore, nel terzo centrale della chiesa è raffigurata la Vita di Cristo. Cicli di affreschi così estesi sono caratteristiche rare nell'architettura armena: si ritiene che questi siano stati eseguiti da artisti georgiani, e il ciclo include anche scene della vita di Santa Nino, che convertì i georgiani al cristianesimo. Nel nartece e nella sua cappella sopravvivono affreschi frammentari di stile più bizantino.[14]
La chiesa del Santissimo Redentore
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Questa chiesa fu completata poco dopo l'anno 1035. Aveva un disegno unico: 19 lati all'esterno, 8 absidi all'interni, con un'enorme cupola centrale posta su un alto tamburo. L'edificio religioso fu costruito dal principe Ablgharib Pahlavid per ospitare un frammento della Vera Croce. La chiesa rimase in gran parte intatta fino al 1955, quando l'intera metà orientale crollò durante una tempesta.[15]
La chiesa di San Gregorio degli Abughamrents
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Questo piccolo edificio risale probabilmente alla fine del X secolo. La chiesa fu costruita come cappella privata per la famiglia Pahlavuni. Il loro mausoleo, costruito nel 1040 e ora ridotto alle fondamenta, fu costruito contro il lato settentrionale della chiesa. La chiesa è a pianta centralizzata, con cupola a tamburo, e l'interno è a sei esdieri.(EN) Steven Sim, The church of St. Gregory of the Abughamir family, su VirtualANI (archiviato dall'url originale il 24 maggio 2007).
Chiesa di San Gregorio del re Gagik
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Conosciuta anche come Gagikashen, questa chiesa fu costruita tra gli anni 1001 e 1005 e destinata ad essere una ricreazione della celebre cattedrale di Zvartnots a Vagharshapat. Nikolai Marr scoprì le fondamenta di questo straordinario edificio nel 1905. Prima di allora, tutto ciò che era visibile sul sito era un enorme tumulo di terra. Il progettista della chiesa era stato l'architetto Trdat. Si sa che la chiesa è crollata relativamente poco dopo la sua costruzione e le case sono state costruite sopra le sue rovine. Il progetto di Trdat segue da vicino quello di Zvartnotz nelle dimensioni e nella pianta (un nucleo quadrilobato circondato da un ambulacro circolare).[16]
Galleria d'immagini
[modifica | modifica wikitesto]Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 (EN) W. Barthold e V. Minorsky, Ānī, vol. 1, Encyclopedia of Islam.
- ↑ (EN) David Talbot Rice, The Appreciation of Byzantine Art, Oxford University Press, 1972, p. 179, ISBN 978-0-19-211922-3.«The interior of Ani cathedral, a longitudinal stone building with pointed vaults and a central dome, built about 1001, is astonishingly Gothic in every detail, and numerous other equally close parallels could be cited.»
- ↑ (EN) Joel Mokyr, The Oxford Encyclopedia of Economic History !editore=Oxford University Press, 2003, p. 157.«The struggle against Persian, Byzantine, and Arab political and economic domination, however, led to the restoration of the Armenian Kingdom (885–1045). Crafts and agricultural prospered. Its capital, Ani, famous for Armenian classical architecture, became one of the biggest cities in the world.»
- ↑ (HY) Karo Ghafadaryan, Armenian Soviet Encyclopedia, Ani, I, Armenian Academy of Sciences, 1974, pp. 407–412.
- ↑ (EN) Mutafian, Claude, Ani after Ani: Eleventh to Seventeenth Centuries", in Armenian Kars and Ani, Costa Mesa, CA, Mazda Publishers, 2011, pp. 163–64.
- ↑ (EN) Sinclair, Thomas, Trade, Administration, and Cities on the Plateau of Kars and Ani, Thirteenth to Sixteenth Century; in: Armenian Kars and Ani, pp. 171-206.
- ↑ (EN) This abandoned site was once the 'City of 1,001 Churches', su History Magazine, 9 aprile 2020. URL consultato il 12 aprile 2020.
- ↑ (EN) Katie Vanadzin, Recent Publication Highlights Complexities of Uncovering the History of the Medieval City of Ani, in Armenian Weekly, 29 gennaio 2015.«As Watenpaugh explains, 'Ani is so symbolic, so central for Armenians, as a religious site, as a cultural site, as a national heritage symbol, a symbol of nationhood.'»
- ↑ (EN) Ancient city of Ani dazzles visitors, su Hürriyet Daily News.
- ↑ (EN) Civilization Lost and Re-discovered, International Efforts for Advocacy and Conservation of Ani Archaeological Site, su researchgate.net.
- ↑ (EN) Norwich, John Julius, Byzantium: The Apogee, New York, Viking, 1991, pp. 342-343, ISBN 978-0-394-53779-5.
- ↑ (EN) Steven Sim, The cathedral of Ani, in VirtualANI (archiviato dall'url originale il 20 gennaio 2007).
- ↑ (EN) Nicholas Coureas, Peter Edbury e Michael J.K. Walsh, Medieval and Renaissance Famagusta: Studies in Architecture, Art and History, Farnham, Ashgate, 2012, p. 139, ISBN 978-1409435570.
- ↑ (EN) Steven Sim, The church of St. Gregory of Tigran Honents, in VirtualANI (archiviato dall'url originale il 22 maggio 2007).
- ↑ (EN) Steven Sim, The church of the Redeemer, in VirtualANI (archiviato dall'url originale il 20 gennaio 2007).
- ↑ (EN) Steven Sim, King Gagik's church of St. Gregory, in VirtualANI (archiviato dall'url originale il 26 settembre 2007).
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
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Wikimedia Commons contiene immagini o altri file su Ani
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Ani, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- C. M. e C. Cec., ANI, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1929.
- Ani, su sapere.it, De Agostini.
- P. Cuneo, Ani, in Enciclopedia dell'Arte Medievale, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991.
- (EN) Ani, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- (EN) Virtual Ani - dettagli sui principali monumenti della città di Ani
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 133451275 · LCCN (EN) nr95040430 · GND (DE) 4427829-9 · J9U (EN, HE) 987007540434705171 |
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