Esperanto ed Unione europea

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1leftarrow blue.svgVoci principali: Esperanto, Unione europea.

Per il suo carattere di organizzazione intergovernativa sui generis fondata sulla parità dei paesi membri anche dal punto di vista linguistico, l'Unione europea ha trovato in più occasioni motivi di confronto e di discussione con il movimento esperantista.

Soprattutto a partire dagli anni 1990 il tema della lingua esperanto come valido strumento di comunicazione è stato affrontato a più riprese dal Parlamento Europeo.

Nel 1993, a Sofia, il Partito Radicale per primo inserì la questione dell'esperanto fra le proprie cinque campagne prioritarie[1], rendendosi promotore negli anni successivi di numerose iniziative in tale direzione. Nello stesso anno, dietro proposta dell'Associazione Radicale Esperanto la delegazione dell'Italia presso l'UNESCO presentò una mozione relativa all'esperanto che fu oggetto di dibattito durante una Conferenza Generale di tale organismo.

Nel 1995 i due europarlamentari Marie-Paule Kestelijn-Sierens e Marianne Thyssen chiesero che la Commissione europea valutasse la possibilità di lanciare progetti pilota di utilizzo dell'esperanto. Il commissario Édith Cresson, già primo ministro della Francia fra il 1991 ed il 1992, rispose che "la promozione dell'esperanto non è fra i compiti della Commissione".

Nel 1996-97 l'Unione europea ha approvato e cofinanziato un progetto pilota di informazione relativo a "I costi della (non) comunicazione linguistica europea", proposto dai radicali, con prefazione del Nobel Reinhard Selten.

Nel 2000 il commissario Neil Kinnock, membro della Commissione Prodi insediatasi nel marzo 1999, avviò un'indagine sulla possibilità di utilizzo dell'esperanto come lingua ponte nelle traduzioni: fu concluso che l'adozione della lingua internazionale, per quanto molto interessante, avrebbe presentato eccessive difficoltà dal punto di vista pratico, finanziario e tecnico.

A seguito dell'allargamento dell'Unione europea del 2004, che portò il numero di stati membri da 15 a 25, l'aumento dei costi e delle difficoltà di traduzione e interpretariato ha riportato la questione linguistica tra i banchi delle istituzioni comunitarie.

Nel 2004 l'europarlamentare Gianfranco dell'Alba propose un emendamento al regolamento del Parlamento europeo in cui suggeriva l'utilizzo dell'esperanto come mezzo di tutela della diversità e della ricchezza culturale e linguistica dell'Unione. Il testo fu in un primo momento discusso dalla Commissione per gli affari costituzionali, dove incontrò l'opposizione dei deputati tedeschi Michael Gahler e Ingo Friedrich e fu emendato (per quanto con due soli voti di scarto) rimuovendo qualsiasi riferimento specifico all'esperanto. Lo stesso testo fu votato nel 2004 dal Parlamento europeo, e nuovamente respinto con una esigua maggioranza.

Nel 2005 gli europarlamentari Marco Pannella ed Emma Bonino presentarono altre due interrogazioni parlamentari alla Commissione europea per richiedere una dichiarazione ufficiale sulla sua posizione in materia di equità ed efficacia delle politiche linguistiche, stato del multilinguismo nei sistemi educativi e vitalità delle lingue in Europa. I due parlamentari radicali citavano, nelle proprie interrogazioni, i risultati del Rapporto Grin, secondo cui il Regno Unito guadagna annualmente fino a 18 miliardi di euro l'anno grazie al predominio della lingua inglese sulle altre lingue comunitarie; il rapporto stimava inoltre che l'insegnamento diffuso dell'esperanto avrebbe potuto portare a un risparmio annuale per l'Unione di circa 25 miliardi di euro[2].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Marco Berti, Bonino: "La sfida è costruire un miglior ordine mondiale", ne Il messaggero del 16 luglio 1993, edizione dell'Abruzzo.
  2. ^ Stefano Paolo, Non solo inglese. Perché è un affare difendere l'italiano, Corriere della Sera, 6 novembre 2011. URL consultato l'8 novembre 2011 (archiviato dall'url originale l'11 dicembre 2012).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]