Eretteo
| Eretteo Ἐρέχθειον, Erechtheion | |
|---|---|
| Civiltà | Antica Grecia |
| Utilizzo | tempio di Atena Poliade e Poseidone |
| Stile | ionico |
| Epoca | V secolo a.C. (421 a.C.-406 a.C.)[1] |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Unità periferica | Atene |
| Dimensioni | |
| Superficie | 390[2] m² |
| Larghezza | 23 m[2] |
| Lunghezza | 24 m[2] |
| Amministrazione | |
| Patrimonio | Acropoli di Atene |
| Mappa di localizzazione | |
| |
L'Eretteo (in greco antico Ἐρέχθειον?, Eréchtheion) è un tempio ionico del V secolo a.C. sull'Acropoli di Atene, edificato tra il 421 a.C. e il 406 a.C.[3] È celebre per la loggia delle Cariatidi, dove sei korai svolgono la funzione di colonne; quelle presenti sono delle copie moderne: cinque originali sono conservate al Museo dell'Acropoli e una, sottratta da Lord Elgin, al British Museum[3].
Il complesso è dedicato al mitico re di Atene Eretteo e sostituisce l'antico tempio di Atena Poliàs distrutto dai Persiani. Ospitava due culti principali in due spazi distinti: quello di Atena polias (protettrice della città) e quello di Poseidone[4]. L'edificio era infatti legato alle origini mitiche della città e quindi alla disputa tra Atena e Poseidone[5].
È un "tempio duplice": l'edificio fu concepito come complesso unitario ma articolato in due santuari contigui a quote differenti[1]. La forma irregolare deriva dall'esigenza di integrare nel progetto i luoghi e i segni sacri della contesa tra Atena e Poseidone e di adattarsi al forte dislivello del suolo sul lato nord dell'Acropoli[3].




Funzioni cultuali
[modifica | modifica wikitesto]L'Eretteo accoglieva al suo interno un complesso sistema di culti legati ai miti della fondazione della città e alla sua identità civica, integrando funzioni religiose differenziate nello stesso edificio. Nella cella orientale, sopraelevata, era venerata Atena Poliade attraverso l'antico simulacro ligneo della dea (xoanon), probabilmente oggetto centrale della processione delle Grandi Panatenee e simbolo della continuità del culto cittadino[6].
Il settore occidentale, articolato in vani distinti e accessibili dai portici laterali, era invece destinato al culto di Poseidone e di Eretteo, figura eroico-divina strettamente associata al culto civico, cui si aggiungevano altari dedicati a Efesto e a Bute (figlio di Pandione), uno degli Argonauti e l'antenato mitico dei Buteidi o Eteobutadi, famiglia che deteneva ereditariamente un privilegio: solo da essa potevano provenire le sacerdotesse del culto di Atena Polias e i sacerdoti del culto di Poseidone Eretteo[7][8]. Il pavimento della cella occidentale conservava le presunte tracce del tridente di Poseidone e la fonte salmastra[9][10][11]. Nel complesso erano inoltre compresi i segni sacri collegati dalla tradizione ateniese alla contesa tra Atena e Poseidone, ricordati nell'olivo, nelle tracce del tridente sulla roccia e nella sorgente d'acqua salmastra[3][12]. Nel lato occidentale si conservava la tana del mitico uomo-serpente Erittonio[13].
L'integrazione di questi spazi sacri è stata interpretata come espressione della compresenza, nel medesimo edificio, di culti e memorie legati alle origini della comunità ateniese[14][15].
Storia
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Nonostante la grande importanza del culto tributato ad Atena sulla sommità dell'Acropoli (prima nell'Hekatompedon, poi nell'antico tempio di Atena Poliàs, infine nel Partenone), l'Eretteo era legato a culti arcaici e alle più antiche memorie mitiche della città, riunendo nel medesimo complesso culti e segni sacri tradizionalmente associati alle origini di Atene[3][16].
L'Eretteo venne impostato come sostituzione monumentale del precedente tempio arcaico e come contenitore dei culti storicamente radicati sull'altura: Atena Poliade, Poseidone-Eretteo, Efesto e Bute, oltre ai segni materiali della contesa tra le divinità[3]. La denominazione «Eretteo» è attestata in età imperiale dal racconto di Pausania, che ne descrive la compresenza di culti e i segni sacri connessi alla tradizione mitica ateniese[5].
La costruzione fu avviata nel 421 a.C. negli intervalli di pace della Guerra del Peloponneso (periodo della Pace di Nicia) e subì un'interruzione con la crisi politica e militare che seguì alla Spedizione ateniese in Sicilia; i lavori ripresero negli anni 409–407 a.C. come testimoniano le stele con i conti ufficiali per la costruzione (IG I³ 474; IG I³ 476), culminando con l'ultima registrazione del 405/4 a.C. (IG I³ 477)[17][18][19]. Lo studio delle epigrafi ha chiarito che i blocchi elencati in IG I³ 474 sono pertinenti al completamento dell'Eretteo, e non costituiscono prova della sopravvivenza in alzato dell'"Antico Tempio" dopo il sacco persiano, come talvolta ipotizzato in passato[17].
Nel dibattito moderno sull'autore del progetto, la tradizione più corrente attribuisce l'insieme dei grandi cantieri dell'età di Pericle a Mnesicle per i Propilei; per l'Eretteo la paternità resta discussa, ma alcune fonti (e lo stesso sito del Museo dell'Acropoli) indicano Mnesicle come progettista del complesso così come si presentava in età classica.[3]
In ogni caso, l'assetto monumentale realizzato tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C. va letto come esito di un programma che intendeva integrare in forma architettonica un complesso di culti e memorie preesistenti, conservandone i luoghi e la tradizione religiosa[20][21].
Nel 1801 l'ambasciatore britannico Thomas Bruce, VII conte di Elgin asportò una delle cariatidi e la trasferì in Gran Bretagna; gli Ottomani rimpiazzarono la statua con un pilastro di mattoni per evitare il crollo del portico[22].
Lavori di restauro
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Interventi moderni sull'Eretteo sono documentati fin dagli anni 1837-1841, quando Kyriakos Pittakis effettuò smontaggi e ricomposizioni parziali, rimuovendo aggiunte post-antiche e mettendo in sicurezza parti pericolanti dell'edificio[23]. Un'ulteriore campagna si svolse nel 1846-1847 sotto la direzione di A. Paccard, con lavori di consolidamento e completamento di precedenti ricomposizioni[23]. Tra il 1902 e il 1909 Nikolaos Balànos eseguì una vasta anastilosi del monumento, impiegando perni e grappe in ferro annegati in malte cementizie e nuovi inserimenti in marmo, soluzioni criticate che in seguito provocarono fenomeni di corrosione e fessurazioni e resero necessario un complessivo ripensamento metodologico[24][25]. Tale revisione metodologica fu formalizzata all'inizio del programma moderno di restauro sotto la direzione di Charalambos Bouras, che definì i principi di reversibilità, materiali compatibili e documentazione sistematica come pilastri dell'intervento sull'Eretteo[26].
Il programma organico del Comitato per la Conservazione dei Monumenti dell'Acropoli (ESMA), attuato dallo YSMA tra il 1979 e il 1987, smontò sistematicamente 720 membri architettonici, rimosse gli elementi metallici ossidati, sostituì i collegamenti con connettori in titanio e reintegrò le lacune con marmo compatibile, documentando ogni fase e reimpiegando i pezzi antichi nelle loro posizioni corrette[27][28]. L'intervento fu pianificato in base a un'impostazione scientifica innovativa, sviluppata dallo stesso Bouras, che mirava a superare le criticità degli interventi precedenti come quelli di Balànos[26]. Nell'ambito di questi lavori furono installate, tra l'altro, travi in titanio nella copertura del portico orientale e realizzati elementi sostitutivi in pietra artificiale per frammenti non recuperabili, nel rispetto della riconoscibilità degli interventi.[29] Per ragioni conservative le cinque cariatidi superstiti furono trasferite al Museo dell'Acropoli e sul monumento vennero collocate copie; la sesta statua si trova al British Museum e naturalmente è anch'essa sostituita da una copia[3][27].
Nel Museo dell'Acropoli, le cariatidi sono state sottoposte a un intervento di pulitura con tecnologia laser a doppia lunghezza d'onda, eseguito tra il 2010 e il 2014 in un laboratorio visibile al pubblico, per rimuovere incrostazioni e particolato inquinante accumulati in epoca moderna e garantire condizioni conservative stabili[30]. Le attività di restauro sull'Eretteo e sulle sue decorazioni sono state accompagnate da rilievi, studi diagnostici e monitoraggi strutturali e ambientali nell'ambito del programma di conservazione dei monumenti dell'Acropoli, secondo i principi di reversibilità e minima interferenza affermati dal progetto nazionale di restauro[28].
Descrizione
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Costruito in marmo pentelico, l'Eretteo è un edificio ionico dalla pianta irregolare, concepito come complesso unitario articolato in spazi cultuali distinti su quote differenti[3][31]. La conformazione a più corpi e quote deriva dal forte dislivello del banco roccioso su cui è edificato – circa 3 metri tra sud-est e nord-ovest – che condiziona orientamento, attacchi murari e il diverso impianto dei due portici maggiori, quello settentrionale e la loggia meridionale delle cariatidi[3][31].
L'Eretteo misura in pianta, al livello dello stilobate, circa 23 metri di larghezza complessiva (lato ovest) per 24 m di lunghezza dal lato maggiore (meridionale) inclusa la loggia delle cariatidi, la quale a sua volta misura circa 5,5 x 3,5 m. Il corpo principale misura 13 m (lato est), mentre la loggia settentrionale, la più grande, è di circa 12 x 5 m. La superficie complessiva, sommando i tre corpi, è di circa 390 mq.[2]
Il fronte orientale è prostilo con sei colonne ioniche; a ovest gli intercolumni sono tamponati e le colonne si leggono all'esterno come semicolonne sopraelevate, soluzione che risponde alle differenze di quota. All'interno, il vano orientale più alto accoglieva lo xoanon (statua lignea) di Atena Poliàs; il settore occidentale, più basso, era articolato in spazi per i culti di Poseidone-Eretteo e per le memorie eroiche cittadine, connessi al pozzo d'acqua salata e alle tracce del tridente del dio ricordati dalle fonti antiche.[5][32] L'alzato impiega un articolato repertorio decorativo ionico (basi, modanature, fregi e cassettonati): il fregio continuo, in pietra scura di Eleusi, portava applicate figure in marmo bianco.[33][34]
Il complesso dell'Eretteo si compone delle seguenti parti[35]:
- cella di Atena poliade (a est);
- cella di Poseidone Eretteo (a ovest);
- portico settentrionale;
- portico delle Cariatidi (a sud);
- recinto di Pandroso.
Loggia delle Cariatidi (portico meridionale)
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La loggia meridionale, al posto di tradizionali colonne ioniche, impiega sei figure femminili stanti (cariatidi) come sostegni dell'architrave: si tratta di sculture in marmo pentelico lavorate a tutto tondo, con panneggio calibrato a rendere strutturalmente credibili i carichi della trabeazione. L'insieme copriva simbolicamente l'area della tomba di Cecrope e fungeva da affaccio verso il Pandroseion, nodo cultuale del gruppo Atena–Cecrope–Pandroso[3][36].
Le statue della loggia meridionale sono indicate nelle iscrizioni edilizie semplicemente come kórai, ossia "fanciulle", mentre la denominazione "cariatidi" deriva dalla tradizione successiva trasmessa da Vitruvio[37][38]. In età moderna sono state proposte diverse interpretazioni della loro identità e della loro funzione, ma la loro presenza va anzitutto collegata al ruolo architettonico e cultuale del portico meridionale[37][39].
Le statue della loggia meridionale misurano circa 2,30–2,32 m in altezza (senza basamenti)[37][40]. Le statue presenti nell'edificio sono copie: cinque di quelle originali furono progressivamente rimosse per ragioni conservative e sono esposte nel Museo dell'Acropoli e la sesta, sottratta da Lord Elgin, è conservata al British Museum[37][40][41].
La resa plastica delle figure (capigliature impostate a trecce, chitone e himàtion con pieghe-falde portanti) bilancia il ruolo strutturale con la qualità scultorea, secondo un linguaggio che, pur nella funzione "architettonica", rimane coerente con il lessico attico tardo-classico[36].
- Le cariatidi viste da sud-ovest
- Vista frontale delle cariatidi
- Una delle cariatidi (calco) nella loggia.
- Il soffitto della Loggia delle Cariatidi
Corpo principale e portico orientale
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L'edificio ha il suo ingresso principale a oriente, con un pronao esastilo ionico (sei colonne) che introduce alla cella orientale consacrata ad Atena Poliàs, dove era venerata l'antica immagine lignea (xoanon) della dea.[3][42] La fonte epigrafica dei rendiconti (in greco antico λογισταί?) documenta le fasi finali del cantiere tra 409/8 e 405/4 a.C., confermando la piena funzionalità del corpo principale e del suo accesso orientale nella fase conclusiva dell'opera.[43][44][45]
La pianta del corpo centrale è bipartita: un setto trasversale separa la cella orientale, sopraelevata, dalla porzione occidentale su quota inferiore, rispecchiando la duplicità cultuale dell'edificio e l'andamento irregolare del terrazzamento dell'Acropoli.[3][46] La cella occidentale, cui non si accede dal pronao orientale ma attraverso i portici laterali, accoglieva i culti di Poseidone-Eretteo e santuari connessi (tra i quali il recinto del Pandroseion).[3][14]
L'ordine ionico del portico orientale, con colonne snelle su basi con modanatura e capitelli finemente scolpiti, si integra con un apparato di soglie e stipiti accuratamente rifiniti, caratteristico del programma di Pericle sull'Acropoli.[47] In rapporto all'insieme del tempio, l'accesso orientale svolge dunque la funzione di ingresso processionale all'area di Atena Poliàs, mentre l'articolazione interna a quote differenziate consente la compresenza, nello stesso corpo edilizio, dei distinti culti arcaici dell'Acropoli.[3]
- Eretteo lato Est, colonnato, dettaglio con trabeazione e capitelli ionici
- dettaglio di uno dei capitelli ionici
Portico settentrionale
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Sul piano architettonico, il portico presenta un'impostazione ionica con colonne snelle e una ricca trabeazione; il soffitto è a cassettoni marmorei, con elementi decorati e probabilmente dipinti e dorati, come documentano i rilievi e i frammenti superstiti.[48][49] L'alzato è inoltre coronato, come nel corpo principale, da un fregio continuo in pietra scura di Eleusi, sul quale sono applicate figure in marmo bianco: per il tratto del portico settentrionale le figure risultano sensibilmente più grandi che sul resto dell'edificio, adattate alla maggiore altezza del fronte.[3][49] Dal portico si accede, attraverso una porta monumentale finemente modanata, agli ambienti occidentali del santuario, in rapporto diretto con l'area dove si veneravano i segni di Poseidone e connessi culti civici.[8]
- Capitello ionico angolare nord-est del tempio
- Vista del soffitto a cassettoni
Influenza culturale
[modifica | modifica wikitesto]L'Eretteo ha esercitato una notevole influenza nell'architettura occidentale, divenendo un modello di riferimento soprattutto per la loggia meridionale con le cariatidi e per l'originale articolazione dei suoi spazi, spesso richiamate in età neoclassica. La Saint Pancras New Church di Londra ne offre un esempio particolarmente noto, con figure femminili scolpite che sorreggono il portico laterale in evidente richiamo al modello ateniese.[36]
Nel contesto del dibattito internazionale sul patrimonio culturale, la rimozione di una delle sei cariatidi da parte di Thomas Bruce, conte di Elgin, e la sua esposizione al British Museum hanno contribuito a rendere l'Eretteo un simbolo delle richieste di restituzione dei beni culturali, soprattutto da parte delle istituzioni greche.[50][51]
Dal punto di vista accademico, l'edificio è stato assunto come paradigma del rapporto tra architettura e memoria cultuale civica ateniese. Studi recenti hanno evidenziato come l'articolazione degli spazi sacri e la sovrapposizione di culti e miti fondativi riflettano una precisa volontà di concentrare, nel medesimo edificio, le origini mitiche e istituzionali della polis.[17][52]
Le cariatidi dell'Eretteo hanno conosciuto una fortuna particolarmente ampia in età moderna e contemporanea, fino a divenire una delle immagini più riconoscibili dell'antichità classica, ripresa in ambito museale, nella cultura architettonica e, più in generale, nell'immaginario visivo legato alla Grecia antica.[53][54]
Note
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 (EN) Erechtheion, su Hellenic Ministry of Culture and Sports – Odysseus. URL consultato il 18 ottobre 2025 (archiviato dall'url originale il 22 maggio 2019).
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- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 (EN) The Erechtheion, su Acropolis Museum – Official website. URL consultato il 20 ottobre 2025.
- ↑ (EL) Ερέχθειο ("Eretteo"), su ysma.gr.
- 1 2 3 (EN) Pausanias, Description of Greece 1.26.5–7, su Theoi Project (testo con trad.). URL consultato il 18 ottobre 2025.
- ↑ Hurwit, 2004, pp. 168–170
- ↑ Pausania, 1.26.5–7
- 1 2 Hurwit, 2004, pp. 169–172
- ↑ Pausania (1.26.5) scrive che ...c'è anche acqua di mare in una cisterna. Non è una grande meraviglia, poiché altre regioni interne hanno pozzi simili, in particolare Afrodisia in Caria. Ma questa cisterna è notevole per il rumore delle onde che emette quando soffia un vento da sud.
- ↑ Pausania, 1.26.6
- ↑ Hurwit, 2004, pp. 168–169
- ↑ Hurwit, 2004, pp. 168–169
- ↑ L’Eretteo dell’Acropoli di Atene, su acropoliatene.it.
- 1 2 Lambert, 2011, pp. 253–255
- ↑ Pakkanen, 2006, pp. 275–277
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- ↑ (EN) IG I³ 474. Accounts for the construction of the Erechtheion (409/8 BC), su Attic Inscriptions Online. URL consultato il 18 ottobre 2025.
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- ↑ (EN) IG I³ 477. The last Erechtheion Building Accounts (405/4 BC), su Attic Inscriptions Online. URL consultato il 18 ottobre 2025.
- ↑ Hurwit, 2004, pp. 164–170
- ↑ Hurwit, 2004, pp. 170–176
- ↑ Hurwit, 2004, pp. 170–171
- 1 2 (EN) Coffer from the north frieze of the Erechtheion, su British Museum – Collection online. URL consultato il 18 ottobre 2025.
- ↑ Keesling, 2019, pp. 253–254
- ↑ Jenkins, 2016, pp. 101–125
- ↑ Lambert, 2011, pp. 253–257
- ↑ Hurwit, 2004, pp. 58–60
- ↑ Osborne, 2010, pp. 88–93
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- (EN) Charalambos Bouras, Restoring the Erechtheion, in Tonio Hölscher (a cura di), Restoring the Acropolis, Deutsches Archäologisches Institut, Athenische Abteilung, 2004, pp. 89–104.
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- (EN) Kevin Glowacki, A New Fragment of the Erechtheion Frieze (PDF), in Hesperia, vol. 64, n. 3, 1995, pp. 325–331.
- (EN) Ian Jenkins, Keeping Their Marbles: How the Treasures of the Past Ended Up in Museums - and Why They Should Stay There, Oxford University Press, 2016.
- (EN) Jeffrey M. Hurwit, The Acropolis in the Age of Pericles, Cambridge, Cambridge University Press, 2004, ISBN 9780521527408.
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- (EN) Robin Osborne, The History Written on the Classical Greek Body, in Cambridge University Press, 2010.
- (EN) Jari Pakkanen, The Erechtheion Construction Work Inventory (IG I³ 474) and the Dörpfeld Temple (PDF), in American Journal of Archaeology, vol. 110, n. 3, 2006, pp. 275–296, DOI:10.3764/aja.110.3.275.
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- Gisela M. A. Richter, L'arte greca, Torino, Einaudi, 1969.
- (EN) John Travlos, Pictorial Dictionary of Ancient Athens, New York, 1971.
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
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Wikimedia Commons contiene immagini o altri file sull'Eretteo
Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Eretteo, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- (EN) Erechtheum, su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia Britannica, Inc.
- Eretteo, su archINFORM.
- (EN) Eretteo, su Structurae.
- (DE) Eretteo / Eretteo (altra versione), su Arachne.
- Dispensa "L'Acropoli di Atene, dalla preistoria ad oggi", con capitolo sul tempio dell'Eretteo, di Paolo Morachiello dell'Università Iuav di Venezia, facoltà di Architettura. La dispensa in formato .pdf può essere scaricata a partire dalla pagina citata, oppure direttamente.
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 312587641 · GND (DE) 4228687-6 |
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