Cecco Angiolieri

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Cecco Angiolieri (Siena, 1260 circa – Siena, 1313) è stato un poeta e scrittore italiano, contemporaneo di Dante Alighieri e appartenente alla storica casata nobiliare degli Angiolieri.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Cecco Angiolieri nacque a Siena, da famiglia assai benestante, intorno al 1260 e morì, lasciando molti debiti, nel 1312 circa. Il padre era il ricco Angioliero degli Angiolieri, banchiere di papa Gregorio IX; fu cavaliere, fece parte dei Signori del Comune nel 1257 e nel 1273 (dopo essere stato priore per due volte) ed appartenne all'ordine dei Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria (i cosiddetti «Frati Gaudenti»). Più modesta, ma non priva di valore, era la famiglia della madre, monna Lisa della casa dei Salimbeni, anch'essa iscritta al suddetto ordine.[1]

Si presume che il giovane Cecco trascorse la sua fanciullezza a Siena, dove ricevette anche una prima educazione. Di famiglia tradizionalmente guelfa, nel 1281 Cecco figurò tra i Guelfi senesi all'assedio dei concittadini ghibellini asserragliati nel castello di Torri di Maremma nei pressi di Roccastrada, e fu più volte multato per essersi allontanato dal campo senza la dovuta licenza. Da altre multe fu colpito a Siena l'anno successivo, l'11 luglio 1282, per essere stato trovato nuovamente in giro di notte dopo il terzo suono della campana del Comune, violando pertanto il coprifuoco («quia fuit inventus de nocte post tertium sonum campane Comunis»). Un ulteriore provvedimento lo colpì nel 1291 in circostanze analoghe; oltretutto, nello stesso anno fu implicato nel ferimento di Dino di Bernardo da Monteluco,[1] pare con la complicità del calzolaio Biccio di Ranuccio, ma solo quest'ultimo fu condannato.[2]

«S’i’ fosse foco, ardereï ‘l mondo;
s’i’ fosse vento, lo tempestarei;
s’i’ fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i’ fosse Dio, mandereil’ en profondo»
— Cecco Angiolieri, S'i' fosse foco[3]

Militò come alleato dei fiorentini nella campagna contro Arezzo nel 1289, conclusasi con la battaglia di Campaldino; è possibile che qui abbia conosciuto Dante Alighieri, che pure figurava tra i combattenti dello scontro. Il sonetto 100, datato tra il 1289 e il 1294, sembra confermare che i due si conoscessero, in quanto Cecco si riferisce a un personaggio (un mariscalco) che entrambi dovevano conoscere di persona (Lassar vo' lo trovare di Becchina, / Dante Alighieri, e dir del mariscalco); nella figura di questo uomo vanesio tra le donne fiorentine, anch'egli impegnato a Campaldino, è stato riconosciuto un tal Amerigo di Narbona, «giovane e bellissimo del corpo, ma non molto sperto in fatto d'arme» (Compagni, I 7).[4]

Intorno al 1296 fu allontanato da Siena, a causa di un bando politico. Si desume dal sonetto 102 (del 1302-1303), indirizzato a Dante allora già a Verona, che in quel periodo Cecco si trovasse a Roma (s'eo so' fatto romano, e tu lombardo).[5] Non sappiamo se la lontananza da Siena dal 1296 al 1303 fu ininterrotta. Il sonetto testimonierebbe anche della definitiva rottura tra Cecco e Dante (Dante Alighier, i' t'averò a stancare / ch'eo so' lo pungiglion, e tu se' 'l bue). Tuttavia non sono attestate risposte (tantomeno proposte) dantesche, per cui, se tenzone fra i due vi fu, ci rimane solo la parte composta da Cecco (e non sappiamo nemmeno se è tutta, peraltro). Inoltre, nelle opere di Dante, Cecco non è mai nominato, né suoi componimenti sono citati.[4]

Nel 1302 Cecco svendette per bisogno una sua vigna a tale Neri Perini del Popolo di Sant'Andrea per settecento lire ed è questa l'ultima notizia disponibile sull'Angiolieri in vita. Proprio per questa ragione si oppose a ogni forma di politica proclamandosi una persona libera e indipendente; si ritiene che questa sua imposizione sia dovuta al bando politico che lo allontanò da Siena.

Dopo il 1303 fu a Roma, probabilmente sotto la protezione del cardinale senese Riccardo Petroni. Da un documento del 25 febbraio 1313 sappiamo che i cinque figli (Meo, Deo, Angioliero, Arbolina e Sinione; un'altra figlia, Tessa, era già emancipata) - rinunciarono all'eredità perché troppo gravata dai debiti. Si può quindi presupporre che Cecco Angiolieri sia morto intorno al 1310, forse tra il 1312 e i primi giorni del 1313. La tradizione lo vuole sepolto nel chiostro romanico della chiesa di San Cristoforo a Siena.

Poetica[modifica | modifica wikitesto]

La poetica di Cecco Angiolieri rispetta tutti i canoni della tradizione comica toscana. I suoi sonetti possono essere considerati la caricaturale rifrazione del Dolce Stil Novo: questa posizione antistilnovistica emerge specialmente nella poesia dialogata Becchin' amor, dove si narra di un'amante sensuale e meschina, con dei connotati certamente antitetici a quelli angelici della Beatrice di dantesca memoria[senza fonte]. Questa sua polemica contro i poetae novi del dolce stile[senza fonte], attuata con uno smodato uso della mimesi caricaturale e con uno stile tagliente e impetuoso, viene inoltre calata nei vicoli tumultuosi della sua Siena natia, tanto da far esclamare a Mario Marti «quante figure di scorcio nei suoi sonetti!».[1]

Lo stesso Marti ci offre un buon compendio dei connotati dei sonetti di Cecco, che si distingue per:

« [gli] incipit iperbolici, la sua tecnica "a catena", l'improvvisa introduzione della battuta dialogata, la conclusione esclamativa, la sua sintassi impervia, il suo lessico dialettale, ma pur ricco di parole nuove e preziosissime, l'uso scoperto di formule e di figure retoriche, le cadenze sentenziatrici e proverbiose suggerite dalle Artes, le modulazioni scanzonate e motteggiatrici »
(Mario Marti[1])
«Tre cose solamente mi so ’n grado,
le quali posso non ben men fornire:
ciò è la donna, la taverna e ’l dado;
queste mi fanno ’l cuor lieto sentire»
— Cecco Angiolieri[6]

Per quanto riguarda le tematiche trattate nelle sue composizioni, Cecco ripete meccanicamente e fiaccamente temi già esauriti dallo stile comico-realistico[non chiaro]; nei suoi sonetti, infatti, emergono l'attenzione per la vera realtà della vita borghese, e la rappresentazione realistica e schietta dell'amore e della sessualità. L'inventio di Cecco, in realtà assai ristretta, culmina nell'ampio utilizzo della parodia, utilizzata per rovesciare tutti i caratteri propri dello stilnovismo[senza fonte], e nell'invenzione dell'invettiva antipaterna, cinicamente rivolta in S'i' fosse foco agli avari genitori che non gli permettevano di scialacquare per conquistare le belle donne.[1]

Così Mario Marti:

« Cecco ha saputo fissare in arte quel riso malizioso e un po' grossolano, ma, in fondo, innocente, che affiora spontaneamente nell'animo, in maggiore o minore misura, quando linee caratteristiche di cose o difetti caratteristici di uomini sono accentuati fino all'esagerazione: che può esser segno di sprezzo, ma anche d'amore »
(Mario Marti[1])

Importante sottolineare, infine, che i suoi sonetti spesso contengono allusioni autobiografiche, per lungo tempo considerate vere: si veda, ad esempio, l'amore per la linguacciuta Becchina, le diatribe con la moglie, pettegola e arcigna, una vita gaudente e spensierata trascorsa tra i dadi ed il buon vino. Sebbene sia fuori di dubbio che sia stato un uomo dal temperamento ardente, scapigliato, e che la sua vita sia stata segnata dalla sregolatezza e della dissipazione, è da escludere che le sue composizioni contengano precise indicazioni autobiografiche.[1]

Il problema del testo: numero dei sonetti e autenticità[modifica | modifica wikitesto]

Il problema testuale è centrale per la lettura e l'interpretazione dell'opera angiolieresca, per due motivi: il primo è che le due edizioni attualmente in uso, la Marti e la Vitale, differiscono nel numero dei sonetti a lui attribuiti; il secondo, che è la causa del primo, è che dal 1874, anno in cui Alessandro D'Ancona pubblicò lo studio su Cecco Angiolieri, al poeta senese si sono attribuiti sonetti che invece sono opera di altri autori, in primis Meo de' Tolomei, suo concittadino e contemporaneo. L'equivoco si è chiarito solo negli anni cinquanta del XX secolo, e continua però a dare adito a problemi di attribuzione.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g Marti, Dizionario Biografico degli Italiani.
  2. ^ D'Ancona, p. 254.
    « Nel '91 lo troviamo implicato col calzolaio Biccio di 'Ranuccio in un processo per ferimento di un Dino di Bernardino da Monteluco; ma però il solo Dino fu condannato »
  3. ^ Cecco Angiolieri, S'i' fosse fuoco.
  4. ^ a b Marti, Enciclopedia Dantesca.
  5. ^ Cecco Angiolieri, Rime, CVIII - Dante Alighier, s'i' son bon begolardo.
  6. ^ Cecco Angiolieri, Rime, LXXXVII - Tre cose solamente mi so ’n grado.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Testi[modifica | modifica wikitesto]

Saggi[modifica | modifica wikitesto]

  • Alessandro D'Ancona, Cecco Angiolieri da Siena poeta umorista del secolo decimoterzo, in Nuova Antologia, XXV, nº 1, gennaio 1874, pp. 5-57. Poi in Alessandro D'Ancona, Cecco Angiolieri da Siena poeta umorista del secolo decimoterzo, in Studj di critica e storia letteraria, 2 voll., 2ª edizione, Bologna, Zanichelli Editore, 1912 [1880], vol. I, pp. 163-275.
  • Aldo Francesco Massera, La patria e la vita di Cecco Angiolieri, in Bullettino Senese di Storia Patria, VIII, 1901, pp. 435-452.
  • Nino Fattovich, La poesia amorosa di Cecco Angiolieri, Estratto dall'"Annuario del Liceo-Ginnasio Dante Alighieri di Fiume", Fiume, Stabilimento tipografico de «La Vedetta d'Italia» S.A., 1923.
  • Luigi Russo, Cecco Angiolieri e la critica, in Leonardo, II, nº 11, novembre 1926, pp. 303-305. Poi in Luigi Russo, La critica moderna e gli antichi, in Problemi di metodo critico, Bari, Laterza, 1929, pp. 195-205.
  • Natalino Sapegno, La lingua e l'arte di Cecco Angiolieri, in Convivium, I, nº 3, maggio-giugno 1929, pp. 371-382.
  • Adele Todaro, Sull'autenticità dei sonetti attribuiti a Cecco Angiolieri, Palermo, Boccone del Povero, 1934.
  • Domenico Guerri, Cecco Angiolieri. Revisione delle rime del "beffardo", in Rivista di sintesi letteraria, I, nº 4, 1934, pp. 419-436.
  • Aurelio Roncaglia, Per due sonetti di Cecco Angiolieri ed uno di Jacopo da Leona, in Giornale storico della letteratura italiana, CXVIII, 353-354, 1941, pp. 81-92.
  • Mario Marti, Cecco Angiolieri e i poeti autobiografici tra il 200 e il 300, Galatina, 1946.
  • Bruno Maier, La personalità e la poesia di Cecco Angiolieri, Bologna, Cappelli Editore, 1947.
  • Mario Marti, Per una nuova edizione dei sonetti di Cecco Angiolieri, in Convivium, XVIII, Nuova serie I, nº 3, 1950, pp. 441-450.
  • Mario Marti, Sui sonetti attribuiti a Cecco Angiolieri, in Giornale storico della letteratura italiana, CXXVII, nº 379, 1950, pp. 253-275.
  • Bruno Maier, La poesia di Cecco Angiolieri e i suoi problemi, in Ausonia, VIII, nº 3, 1953, pp. 28-37.
  • Mario Marti, Cecco Angiolieri, in Cultura e stile nei poeti giocosi del tempo di Dante, Pisa, Nistri-Lischi, 1953, pp. 83-129.
  • Anna Razzini, Intorno all'autenticità delle Rime ascritte a Cecco Angiolieri, in Filologia Romanza, I, nº 1, 1954, pp. 30-38.
  • Mario Marti, Per un'edizione dei giocosi e di alcune questioni di metrica antica, in La Rassegna della Letteratura Italiana, LIX, nº 1, 1955, pp. 41-47.
  • Mario Marti, ANGIOLIERI, Cecco, in Enciclopedia Italiana, vol. 3, Roma, Treccani, 1961.
  • Mario Marti, Angiolieri, Cecco, in Enciclopedia Italiana, Roma, Treccani, 1970.
  • Peter E. Bondanella, Cecco Angiolieri and the Vocabulary of Courtly Love, in Studies in Philology, LXIX, 1972, pp. 55-71.
  • Luigi Peirone, La coscienza dello stile "comico" in Cecco Angiolieri, Savona, Sabatelli, 1979.
  • Franco Suitner, La poesia satirica e giocosa nell'età dei comuni, Padova, Editrice Antenore, 1983, ISBN 978-88-8455-294-5.
  • Elena Landoni, Note su Cecco Angiolieri: antistilnovismo o antipoesia?, in Testo, vol. 17, 1989, pp. 3-31. Poi in Elena Landoni, Note su Cecco Angiolieri: antistilnovismo o antipoesia?, in Il «libro» e la «sentenzia». Scrittura e significato nella poesia medievale: Iacopone da Todi, Dante, Cecco Angiolieri, Milano, Vita e pensiero, 1990, pp. 141-178, ISBN 88-343-0446-2.
  • Elena Landoni, La grammatica come storia della poesia. Un nuovo disegno storiografico per la letteratura italiana delle origini attraverso grammatica, retorica e semantica, Roma, Bulzoni Editore, 1997, ISBN 88-8319-045-9.
  • Paolo Orvieto, Lucia Brestolini, La poesia comico-realistica. Dalle origini al Cinquecento, Roma, Carocci, 2000, ISBN 978-88-430-1526-9.
  • (EN) Fabian Alfie, Comedy and Culture. Cecco Angiolieri's Poetry and Late Medieval Society, Leeds, Northern Universities Press, 2001, ISBN 1-902653-43-2.
  • Stefano Carrai e Giuseppe Marrani (a cura di), Cecco Angiolieri e la poesia satirica medievale, Tavarnuzze - Impruneta, SISMEL - Edizioni del Galluzzo, 2005, ISBN 88-8450-180-6.
  • Menotti Stanghellini, La grande rapina ai danni di Cecco Angiolieri, bisessuale, il nemico di Dante, Monteriggioni, Il Leccio, 2007, ISBN 88-89184-21-3.
  • Corrado Calenda, Tra inosservanza e trasgressione: poeti giocosi e realistici tra Due e Trecento, in Gli "irregolari" nella letteratura: eterodossi, parodisti, funamboli della parola : atti del Convegno di Catania, 31 ottobre-2 novembre 2005, Roma, Salerno Editrice, 2007, pp. 31-49, ISBN 88-8402-560-5.

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