Assassinio di Galeazzo Maria Sforza

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Assassinio di Galeazzo Maria Sforza
Frontespizio Lamento del duca Galeazzo Maria -Sforza, 1444-1473-, 1476.jpg
Frontespizio del Lamento del duca Galeazzo Maria -Sforza raffigurante la scena dell'assassinio del duca all'ingresso della basilica milanese di Santo Stefano Maggiore.
StatoItalia Italia
LuogoBasilica di Santo Stefano Maggiore, Milano
ObiettivoGaleazzo Maria Sforza
Data26 dicembre 1476
mattina
Tipoomicidio
MortiGaleazzo Maria Sforza
ResponsabiliGiovanni Andrea Lampugnani
Girolamo Olgiati
Carlo Visconti
Motivazionetirannia del duca sulla città di Milano

L'assassinio di Galeazzo Maria Sforza, concluso il 26 dicembre 1476, fu una cospirazione ordita da alcuni membri dell'aristocrazia milanese con lo scopo di stroncare la tirannia del duca Galeazzo Maria Sforza e l'egemonia degli stessi Sforza, probabilmente con la longa manus del re di Francia. La congiura portò all'uccisione del duca, ma non compromise la signoria sforzesca sul milanese che perdurò ancora per un trentennio.

L'assassinio di Galeazzo Maria Sforza fu l'unica congiura accertata ai danni della famiglia Sforza che riuscì nell'intento di eliminare un componente della famiglia.

Antefatti[modifica | modifica wikitesto]

Galeazzo Maria Sforza in un ritratto di Piero del Pollaiolo realizzato nel 1471 c.

Dopo la morte del padre Francesco Sforza, primo duca di Milano della casata degli Sforza, il giovane figlio Galeazzo Maria venne chiamato a succedergli al trono. Durante gli anni della giovinezza, Galeazzo Maria era cresciuto perlopiù all'ombra del genitore che, pur di tenerlo lontano dalla conduzione degli affari di stato, gli aveva consentito di dedicarsi alle attività che maggiormente egli apprezzava come la caccia.

Due anni dopo la sua ascesa, le aspettative economiche del duca vennero rimpinguate dalla copiosa dote apportata alla sua famiglia dal matrimonio proficuo con Bona di Savoia, figlia del duca Ludovico. Con queste somme il duca si circondò di grande lusso ed avviò dei lavori di abbellimento nel Castello Sforzesco oltre ad utilizzare il denaro pubblico per una serie di opere come la navigazione del Naviglio della Martesana, introducendo il censimento civile, risistemando i valori emessi dalla zecca di Milano. Malgrado questo la sua superbia divenne nota anche all'estero, soprattutto quando nel 1471 fece visita ai Medici a Firenze con un grandioso corteo degno di un vero e proprio principe rinascimentale, costituito in gran parte con pesanti tassazioni inflitte alle città di Pavia, Como, Piacenza e Parma che andarono a costituire anche la somma di 15.000 ducati annui concessi alla consorte ad uso personale.

La reputazione del duca venne però pesantemente danneggiata dalla presenza di molte amanti, di cui la più famosa, Lucia Marliani, divenne una "duchessa ombra" ottenendo tutte le rendite della navigazione del Naviglio della Martesana ed il ricco feudo di Melzo, creando gelosie interne alla corte ed agli ambienti aristocratici. Con quanti però osavano opporvisi, Galeazzo rispondeva con la forza e la riforma della giustizia venne spesso rimandata in nome della volontà del duca stesso il quale spesso emetteva sentenze contro i propri nemici, procedendo ad esecuzioni di massa e punizioni crudeli.

L'assassinio[modifica | modifica wikitesto]

La basilica di Santo Stefano a Milano all'interno della quale avvenne l'assassinio del duca

Per le ragioni sopra esposte, Galeazzo Maria Sforza negli anni aveva collezionato più nemici che alleati anche all'interno dello stesso palazzo ducale ed era ben conscio dei rischi che ogni giorno correva, ma aveva preso le proprie precauzioni. Oltre ad una scorta armata che lo seguiva, Galeazzo Maria aveva ridotto fortemente le proprie uscite da palazzo col crescere delle tensioni ed in quello stesso 1476 aveva voluto assistere alle tre messe del giorno di Natale all'interno della cappella ducale del Castello, senza recarsi come tradizione nel duomo di Milano. Il giorno 26 dicembre, ad ogni modo, ritenne doveroso porgere omaggio alla basilica di Santo Stefano Maggiore che celebrava il proprio santo patrono, una delle più insigni della città.

Con la corte ducale al completo e scortato dai propri fedeli soldati, il duca si avviò dunque a piedi dal Castello Sforzesco attraversando il centro di Milano sino a giungere alla basilica di Santo Stefano Maggiore. All'epoca la chiesa aveva davanti al portale d'ingresso un antico nartece altomedievale (rimosso poi durante i lavori di sistemazione della chiesa nel Seicento) dove il duca sostò brevemente con la processione d'ingresso prima di entrare all'interno del tempio ed ascoltare la messa. Fu in quel momento che venne assaltato all'improvviso da tre congiurati appartenenti all'aristocrazia milanese, Giovanni Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati e Carlo Visconti, i quali lo pugnalarono a morte. I tre cospiratori, educati alle idee neoplatoniche ed alla lotta contro la tirannia, avevano anche delle motivazioni personali che più di ogni altre li spinsero a compiere il gesto: il Lampugnani e l'Olgiati avevano avuto l'onore di alcune loro parenti macchiato dall'essersi dovute concedere forzosamente al duca, mentre il Visconti era stato ingiustamente spogliato di un proprio ricco podere.

Francesco Hayez, La congiura dei Lampugnani, 1826. Il dipinto rappresenta i tra congiurati (con Lampugnani all'estrema sinistra) nell'attimo immediatamente precedente al compiere il delitto.

La scena dell'assassinio venne descritta con dovizia di particolari dall'amico e consigliere ducale, Orfeo Cenni da Ricavo, il quale fu presente in prima persona quella mattina in veste di cortigiano:

« Essendo nel mezzo della chiesa quello traditore di Giovanni Andrea li misse tutto il pugnale nel corpo. El povero signore si li misse le mani e disse: "Io son morto!" Illo ed eodem stante, lui reprichò l’altro colpo nello stomacho; li altri dua li dierono quatro colpi: primo nella ghola dal canto stancho, l’altro sopra la testa stancha, l’altro sopra al ciglio nel polso, el quarto nel fiancho di drieto, e tutti di pugnali. E questo fu inn un baleno e uno alzare d'aocchi, e chosì venne rinculando indrieto, tanto che quasi mi diè di petto. E veniva traboccando, e io lo volsi sostenere, ma non fui chosì presto che 'l cascò a sedere e poi riverso tutto. E dua di quelli traditori non lo abandonaron mai per insino che fu in terra »

Pur nella fretta dell'azione, totalmente improvvisata per quanto certamente ordita nel tempo, i colpi inflitti al duca di Milano risultarono tutti mortali. Il primo congiurato ad affondare la lama nel corpo dello Sforza fu certamente dunque il Lampugnani, il quale si era inginocchiato di fronte al duca per rendergli un falso quanto deferente saluto di omaggio. Il duca venne colpito dal basso verso l'alto, con un fendente che gli recise completamente l'arteria femorale sinistra. Il secondo colpo, sempre ad opera del Lampugnani, lo colpì in pieno allo stomaco. I colpi ricevuti successivamente, per quanto dallo stesso Cenni ritenuti come superflui per portare a compimento il misfatto, affondarono nella giugulare sinistra, sull'arcata orbitale sinistra e sulla tempia oltre che sul capo.

Il duca morì quasi istantaneamente. Si contarono in tutto quattordici coltellate, di cui otto mortali.

Conseguenze della congiura[modifica | modifica wikitesto]

La lapide commemorativa dell'assassinio di Galeazzo Maria Sforza nella basilica di Santo Stefano Maggiore a Milano

Sfruttando il momento di panico generale creatosi per la repentina azione, l'Olgiati ed il Visconti riuscirono ad allontanarsi dal luogo del delitto, mentre il Lampugnani, che si era attardato ancora un poco ad infierire sul corpo dell'ormai esanime duca, venne raggiunto dai soldati della scorta del duca che lo trafissero con le loro spade. Appena fuori da chiesa il Visconti venne fermato dalla folla, mentre l'Olgiati riuscì a dileguarsi ed a fuggire dalla città. Cercò in un primo momento riparo presso alcuni suo parenti nel contado ma questi, sapendo di compromettersi, glie lo negarono. Alla fine venne anch'egli arrestato e venne condannato a morte con la pena prevista per i regicidi, ovvero lo squartamento da vivi, come riportato dallo storico milanese del XVII secolo Giuseppe Ripamonti.[1]

La duchessa venne immediatamente fatta rientrare al castello dove rimase guardata a vista assieme al figlio Gian Galeazzo temendo che ora gli assassini volessero accanirsi anche contro di loro per prendere definitivamente il potere sulla città di Milano, o peggio smuovere una sommossa popolare che certamente sarebbe stata sostenuta dall'esterno dal re di Francia che aveva numerose mire espansionistiche direzionate proprio sul ducato di Milano. Il cadavere del duca, nel frattempo, venne portato nella sacrestia della basilica di Santo Stefano dove altro non si poté fare che constatarne la morte tramite l'archiatra di corte. Spogliato delle vesti insanguinate e lacere, venne rivestito di una veste cerimoniale nuova appositamente giunta da palazzo. Il corpo rimase in loco sino a sera quando, in gran segreto, ne vennero celebrate le esequie, trasportandolo poi sempre segretamente presso il duomo. Prima dell'alba il corpo venne inumato in tutta fretta tra due colonne senza lasciare alcuna traccia di quella sepoltura, di modo che potesse essere preservata nell'eventualità che oltre al danno della congiura si volesse aggiungere la beffa della dissacrazione del corpo del defunto duca.

I due assassini fuggitivi vennero raggiunti tramite i servizi segreti del ducato alcuni giorni dopo e vennero subito incarcerati in attesa di giudizio. Nel mese di gennaio successivo, vennero giudicati colpevoli e vennero quindi giustiziati.

Un secolo dopo l'assassinio di Galeazzo Maria venne scritto un Lamento anonimo per celebrare la morte del sovrano e nel 1826, Francesco Hayez dipinse La congiura dei Lampugnani, ispirata appunto all'episodio dell'assassinio del duca di Milano. Nel punto preciso dell'assassinio del duca, venne posta nel Seicento (col rifacimento appunto della chiesa) una lapide commemorativa ancora oggi presente.

Quasi certamente l'assassinio di Galeazzo Maria Sforza fu la base per la Congiura dei Pazzi che si tenne in modalità e tempi strettamente analoghi a Firenze, dopo appena due anni da questo tragico evento.[2]

Il mistero della sepoltura[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa di Sant'Andrea di Melzo

Del corpo del duca non si seppe più nulla, né esso venne ricercato da sua moglie, né dal figlio né tanto meno dal fratello Ludovico il Moro che successivamente fu anch'egli duca di Milano. Il fatto, di per sé piuttosto strano, ha fatto presumere che il corpo sia stato spostato in seguito alla morte del duca stesso per concedergli una più degna sepoltura.

A tal proposito nella città di Melzo (che come abbiamo visto era legata a doppio filo con la Marliani, amante favorita del duca) nel 1980, durante i restauri della locale chiesa di Sant'Andrea (di origini medievali) venne rinvenuta nella pavimentazione della zona absidale la sepoltura di un cranio con evidenti fratture e mal conservato. La datazione al Carbonio 14 fece subito comprendere come il proprietario dovesse essere morto tra il 1430 ed il 1480 e che la vittima, un maschio, doveva avere un'età compresa tra i 32 ed i 39 anni. L'idea che subito legò questi resti alla persona del duca Galeazzo Maria furono non solo le condizioni dei resti ritrovati, ma anche il fatto che tali ossa si trovavano nella zona absidale, la più sacra e quindi doveva trattarsi di una personalità di grande rilievo. Oltre a questo, come già ricordato, Melzo fu feudo dell'amante di maggior rilievo del duca, dalla quale egli aveva avuto anche dei figli, ed era quindi comprensibile il suo desiderio di voler portare i resti dell'amato presso di sé.

Un'analisi più attenta del cranio, ha riportato due piccole lesioni rinsaldatesi sull'area frontale del capo che hanno lasciato intendere come questi traumi avessero potuto coincidere con danni procuratisi dallo stesso Galeazzo Maria nel corso di duelli coi fratelli per allenare le proprie capacità belliche. Lo studio poi dei denti rinvenuti hanno potuto concludere come il defunto avesse una nutrizione adeguata e regolare che sicuramente identificava il morto con un appartenente ad un ceto abbiente. Alcuni denti apparivano però ipoplastici, cioè non correttamente sviluppati, patologia che spesso si presenta come un motivo di stress che può manifestarsi tra i sei ed i nove anni, nel momento in cui cioè l'arcata dentaria si assesta definitivamente. Confrontando la biografia di Galeazzo Maria, infatti, si è potuto notare come il duca di fatti non abbia goduto di buona salute durante gli anni della prima giovinezza, soffrendo in diverse occasioni di malaria.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Ripamonti, Historiarum patriae in continuationem Tristani Calchi libri XXIII, usque ad mortem Federici Card. Borromei, Milano, 1641-1643
  2. ^ R. Fubini, L'assassinio di Galeazzo Maria Sforza nelle sue circostanze politiche, in Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II (1474-1478), Firenze, 1977

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Vaglienti F.M., Anatomia di una congiura. Sulle tracce dell’assassinio del duca Galeazzo Maria Sforza tra storia e scienza, in "Rendiconti dell’Ist. Lombardo Accademia di scienze e lettere", CXXXVI/2, 2002
  • AA.VV., Chiesa di Sant'Andrea a Melzo: storia, arte, ricerche e misteri leonardeschi, Gorgonzola, 2005
  • R. Fubini, L'assassinio di Galeazzo Maria Sforza nelle sue circostanze politiche, in Lorenzo de' Medici, Lettere, vol. II (1474-1478), Firenze, 1977
  • B. Corio, Storia di Milano, vol. II, Milano, 1857

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]