Ai tempi che Berta filava

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La regina Berta e le filatrici, di Albert Anker (1881)

Ai tempi che Berta filava[1][2] è un'espressione deonomastica legata a un aneddoto della storia europea dell'Alto medioevo, situato tra letteratura e leggenda, il cui uso ricorre in alcune frasi proverbiali della lingua italiana per riferirsi a un tempo trascorso, non solo assai remoto ma "concluso"[1].

La donna a cui fa riferimento la frase è ritenuta, in genere, essere la regina Bertrada di Laon, moglie del re dei Franchi Pipino il Breve e madre di Carlomagno (oltre che di Carlomanno I)[1], ma esistono anche altre ipotesi di identificazione visto che sull'aneddoto e sull'individuazione di Berta sono fiorite e circolate varie altre credenze e tradizioni, alcune delle quali, perso ogni aggancio a concrete figure storiche, si tramandano nella letteratura favolistica e fiabesca[1].

L'esistenza e la circolazione della frase proverbiale nell'area linguistica italiana, comunque, risalgono a molto indietro nel tempo; difatti, l'espressione era già viva almeno nel Cinquecento, come testimonia L'Historia Orceana di Domenico Codagli, che tenta anche di darne una spiegazione aneddotica nell'ambito della storia locale di Orzinuovi[3], borgo della Bassa Bresciana occidentale.

Origini letterarie medievali e sopravvivenza[modifica | modifica wikitesto]

Berta di Laon (Berte aus grands piés) e Pipino il Breve, sepolcro nella Basilica di Saint-Denis

Sebbene l'espressione proverbiale sia di uso comune e popolare, l'aneddoto proviene da una fonte della letteratura medievale "alta", quella dei trovieri francesi in lingua d'oïl. Il racconto, infatti, è riferito dal troviere e menestrello Adenet le Roi[1], originario del Brabante, che nel 1270 trasse ispirazione dalla figura di Bertrada per una chanson de geste in versi alessandrini, il poema intitolato Li Roumans de Berte aus grans piés (la regina era nota anche come "Berta dal gran piede"[1] (o "Berta la Piedona") perché, come la tradizione riporta, avrebbe avuto un piede più lungo dell'altro, dettaglio anatomico che costituisce, peraltro, un elemento chiave per il lieto fine dell'aneddoto). Peraltro, l'adozione di una frase deonomastica per riferirsi a un passato con un intento analogo esiste anche nella tradizione linguistica e letteraria latina, dove è attestata l'espressione A Deucalione, rintracciabile nelle Satire di Gaio Lucilio[4]).

L'uso della frase proverbiale si è mantenuto per vari secoli: essa era di sicuro già viva e affermata almeno nel Rinascimento italiano, quando la si trova attestata nell'Historia Orceana di Domenico Codagli, che si cimenta in un tentativo di spiegazione collegato, però, a un'aneddotica di ambito locale[3].

Diffusione nell'Italia contemporanea[modifica | modifica wikitesto]

La frase proverbiale sopravvive nel corpus linguistico dell'Italia contemporanea, dove, oltre che nell'uso popolare, viene spesso adottata nella titolatura di opere di varia natura. In campo pittorico, ad esempio, è presente nel titolo del quadro Quando Berta filava, appartenente alla vena neopompiana del pittore ottocentesco Paolo Mei, e nel dipinto La Reine Berthe et les fileuses di Albert Anker (1881).

La locuzione ricorre, come riferimento al passato e in formule a volte alterate, nei titoli di libri di varia natura (storia, favole, ecc.). Esempi ne sono il saggio dedicato alla resistenza italiana sulla Linea Gotica dallo storico Giorgio Petracchi[5], o la raccolta di tradizioni del folclore milanese e lombardo di Roberto Marelli[6].

Nella tradizione della canzone d'autore italiana, la frase è molto nota per aver dato il titolo a un brano musicale di Rino Gaetano, la cui prima incisione risale al 1976, sul disco 45 giri Berta filava/Mio fratello è figlio unico, pubblicato dalla casa discografica It.

Tradizione aneddotica[modifica | modifica wikitesto]

Li Roumans de Berte aus grans piés[modifica | modifica wikitesto]

Nel poema si immagina che, nell'imminenza delle nozze, la principessa, in viaggio verso il promesso sposo, fosse vittima di uno scambio di persona che avrebbe portato alla sostituzione con la figlia di una sua dama di compagnia[1]. Grazie alla somiglianza della damigella alla sposa promessa, lo scambio ottiene successo. Berta, tuttavia, riesce a fuggire e a trovare ospitalità presso l'abitazione di un umile tagliaboschi, presso il quale vive per anni, sostentandosi con il lavoro di filatrice[1].

In seguito la situazione verrà risolta proprio per merito del lungo piede della principessa, una particolarità anatomica che le permetterà di farsi riconoscere e riprendere il posto a lei spettante sul trono, così smascherando l'impostura dell'astuta usurpatrice[1].

Altre tradizioni[modifica | modifica wikitesto]

Genoveffa di Brabante[modifica | modifica wikitesto]

Esistono, comunque, altre tradizioni che farebbero risalire il detto proverbiale non a Bertrada di Laon ma a un racconto leggendario assai simile riguardante un'eroina della letteratura cavalleresca, Geneviève de Brabant[1] (Genoveffa, o Ginevra del Brabante). La storia di Genoveffa, figlia del Duca di Brabante, è tramandata e ripresa da numerose fonti, in diverse varianti, tra cui quella italiana di Andrea da Barberino, in un capitolo de I Reali di Francia[1] (XIV secolo-XV secolo).

L'Historia Orceana di Domenico Codagli[modifica | modifica wikitesto]

Domenico Codagli, nel Cinquecento, tenta di inserire l'origine aneddotica in un contesto di storia locale, quella di Orzinuovi (nella Bassa bresciana occidentale), suo luogo di nascita, fornendo anche una testimonianza esplicita della circolazione della frase nel corpus linguistico e nella tradizioni popolari della sua epoca, il Cinquecento Nella sua Historia Orceana, così argomenta la sua spiegazione:

«Prima chj'incrudelissero in questo modo le fattioni, vogliono che ne gl'Orci fusse una vecchiarella per nome adimandata Berta, che solita era di star tutto'l giorno su le muraglie vicino la Rocca, guadagnandosi con la conochia il vivere, la onde quella parte verso l'fiume dalla Rocca, ne acquistasse il nome di Berta, e levandoli poi come di sopra, le fattioni de Guelfi, e Gibellini, per essersi distolta la vecchiarella da quel luogo, ne nascesse il proverbio. Non è più'l tempo che Berta filava»

(Domenico Codagli, Historia Orceana, Appresso Gio. Battista Borella, 1592, p. 49[3])

Tradizione fiabesca[modifica | modifica wikitesto]

Esiste poi una linea di tradizione favolistica che trasfonde il racconto in una fiaba popolare che ha per protagonista una vedova poverissima, di nome Berta[1]. La povera donna, assai devota al proprio re, pensa un giorno di fargli dono di una lana finissima tessuta con le sue mani[1]. Il re, saputo della misera condizione della donna e commosso dalla spontaneità disinteressata dell'umile gesto, ricambiò con grande generosità il sentito omaggio della poverella, facendola oggetto di munifici doni che la sollevarono per sempre dalla povertà e le garantirono una vita serena e prospera[1]. Il gesto regale scatenò la devozione interessata di molti sudditi che fecero a gara per far dono di tessuti più o meno pregiati al loro monarca[1]. Quest'ultimo, però, deluse le aspettative di quella generosità per nulla disinteressata pronunciando la frase divenuta poi proverbiale: "Non son più i tempi in cui Berta filava"[1].

Formella del duomo di Fidenza[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Decorazioni scultoree del duomo di Fidenza e Volo di Alessandro.

Un'altra tradizione, fiorita a Fidenza, è legata all'interpretazione di un pezzo del ciclo scultoreo e decorativo in stile romanico della Cattedrale di San Donnino. Essa vorrebbe identificare la Berta del proverbio con Berta di Savoia, moglie di Enrico IV di Franconia e madre di Corrado II d'Italia e Enrico V[7], un'individuazione che prende spunto da un rilievo romanico di una formella murata sulla fronte della Torre del Trabucco del duomo cittadino. Il bassorilievo (una tavella litica di circa 77 x 80 cm.), molto consunto dall'erosione e quasi indecifrabile, mostra una figura umana di ardua interpretazione assisa tra due animali di difficile identificazione. La figura regge due lunghi bastoni, ognuno dei quali reca, a ciascuna estremità, due forme che possono sembrare due fusi. Questo particolare ha indotto a credere che si trattasse di una donna intenta a filare la lana: questa lettura iconografica ha fornito lo spunto per un collegamento al detto popolare della "Berta". L'associazione della scultura a un omaggio cittadino alla madre di Corrado di Lorena sarebbe stata giustificata dai particolari privilegi accordati dall'imperatore Enrico IV a Borgo San Donnino. Nella Miscellanea Pincolini, sulla storia di Parma degli anni tra il 1086 e il 1101, così viene riportata la vicenda[8]:

«Cremona [..] avendo intitolato il suo Carroccio Bertazzola[9] anche i nostri volero far intagliar in pietra una Berta, che filasse a due mani avente in sé un misterioso simbolo [...] quel quadro, e pezzo di marmo antico, che scolpito rozzamente ci rappresenta, ò la storia, ò la favola diceva donna detta Berta, che filava a due conocchie, qual scultura ridicola osserviamo incastrata nel primo Torrione della facciata»

( Mss. Pincolini-anni 1086 e 1101, Archivio di Stato di Parma.[7])

La lettura tradizionale dell'immagine come quella della "Berta che fila" è stata accolta, ad esempio, dal medievista Arthur Kingsley Porter nella sua monumentale opera sulla scultura romanica delle vie dei pellegrini, in un volume edito nel 1923[10], ma anche da Vito Ghizzoni negli anni '70 del Novecento[11].

Una tradizione più popolare, invece, vede nell'immagine la figura femminile di una strega che tenta di salire al cielo[12]. Questa credenza popolare è quella che più si avvicina alla reale spiegazione della simbologia della formella, che si deve all'esegesi iconografica di Géza De Francovich, il quale vi ha riconosciuto una delle numerosi rappresentazioni di un tema iconografico appartenente al Roman d'Alexandre (nella traduzione di Leone Arciprete nel X secolo), assai caro alla cultura e alla sensibilità artistica medievale e bizantina, la mitica ascensione al cielo di Alessandro Magno, su un velivolo trainato da due animali fantastici (in genere grifoni), attratti da due esche di carne collocate in cima a due aste o lance (da cui l'apparenza di due fusi)[12][13].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Monica Quartu ed Elena Rossi (a cura di), Berta - ai tempi che Berta filava, in Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-5126-7. URL consultato il 21 marzo 2016.
  2. ^ Perche' si dice “Ai tempi in cui Berta filava”? - Italiano che fatica!, su italianochefatica.it. URL consultato il 15 aprile 2016.
  3. ^ a b c Domenico Codagli, L'historia Orceana ; nella quale si trattano le guerre et le cose avvenute in questa sua patria, ch'abbraciano quasi dua milla anni (etc.), Brescia, Appresso Giovanni Battista Borella, 1592, p. 49.
  4. ^ (LA) Gaio Lucilio, VI, 284, in Saturae.
  5. ^ Giorgio Petracchi, Al tempo che Berta filava. Alleati e patrioti sulla Linea Gotica (1943-1945), Milano, Mursia, 1995.
  6. ^ Roberto Marelli, Al temp che Berta filava. Proverbi e tradizioni a Milano e in Lombardia, Pavia, Selecta Editrice, 2015, ISBN 9788873324867.
  7. ^ a b Claudio Mutti, L'ascensione di Alessandro, in Carlo Saccone (a cura di), Alessandro/Dhû l-Qarnayn in viaggio tra i due mari, p. 131.
  8. ^ Mss. Pincolini-anni 1086 e 1101, Archivio di Stato di Parma.
  9. ^ Il riferimento è alla Bertazzola, la loggetta rinascimentale aggiunta al Duomo di Cremona. Cfr. ( Pietro Bonometti, Cremona, una città segreta, Bologna, Italcards, 1988, p. 14.)
  10. ^ (EN) Arthur Kingsley Porter, Romanesque Sculpture of th Pilgrimage Roads, vol. IV-Atlas of plates, 1915, p. 191.
  11. ^ Vito Ghizzoni, Medioevo fantastico in Borgo, in Parma nell'arte, dicembre 1974, p. p. 68 e fig. 13.
  12. ^ a b Claudio Mutti, L'ascensione di Alessandro, in Carlo Saccone (a cura di), Alessandro/Dhû l-Qarnayn in viaggio tra i due mari, p. 132.
  13. ^ Géza De Francovich, Benedetto Antelami architetto e scultore e l’arte del suo tempo, I, 1952, p. 341.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (FR) Adenet le Roi, Li roumans de Berte aus grans piés, 1270.
  • Andrea da Barberino, I Reali di Francia, a cura di Giuseppe Vandelli e Giovanni Gambarin, Bari, Giuseppe Laterza & Figli Tipografi-Editori-Librai, 1947.
  • Monica Quartu ed Elena Rossi (a cura di), Berta - ai tempi che Berta filava, in Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Hoepli, 2012, ISBN 978-88-203-5126-7. URL consultato il 21 marzo 2016.
  • (EN) Arthur Kingsley Porter, Romanesque Sculpture of th Pilgrimage Roads, volume IV-Atlas of plates, Boston, Yale University Press, 1915.
  • Géza De Francovich, Benedetto Antelami architetto e scultore e l’arte del suo tempo, I, Milano-Firenze, 1952.
  • Claudio Mutti, L'ascensione di Alessandro, in Carlo Saccone (a cura di), Alessandro/Dhû l-Qarnayn in viaggio tra i due mari, Quaderni di Studi Indo-Mediterranei, I, Alessandria, Edizioni dell'Orso, 2008, pp. 131-39, ISBN 978-88-6274-057-9.
  • Vito Ghizzoni, Medioevo fantastico in Borgo, in Parma nell'arte, dicembre 1974, pp. 67-74.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]