Solitudine

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Solitudine di Frederick Leighton
Giovane solitario
« La solitudine è indipendenza: l'avevo desiderata e me l'ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri. »
(Hermann Hesse)

La solitudine è una condizione e un sentimento umano nella quale l'individuo si isola per scelta propria (se di indole solitaria) per vicende personali e accidentali di vita o viene isolato dagli altri esseri umani generando un rapporto (non sempre) privilegiato con sé stesso. Animale sociale per definizione, l'uomo anche in condizione di solitudine è coinvolto sempre in un intimo dialogo con gli altri. Quindi, più che alla socialità la solitudine si oppone alla socievolezza. Talvolta è il prodotto della timidezza e/o dell'apatia, talaltra di una scelta consapevole. In lingua inglese il termine viene tradotto con due differenti vocaboli, solitude e loneliness, che si riferiscono rispettivamente al piacere e al dolore provati in condizioni di esclusione[1][2]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Scrive Maria Miceli (op.cit.):

« "la solitudine è qualcosa di più che un'esperienza diffusa. Sotto certi aspetti è un'esperienza necessaria, ineluttabilmente connessa alla condizione umana. È la nostra stessa individualità a imporci la solitudine; non è possibile sfuggirle se non a costo di perdere la nostra identità" »

È universalmente riconosciuta come la principale causa di depressione favorita da un'urbanizzazione mal gestita; non a caso le abitazioni di maggior valore sono allocate dentro o in prossimità ad aree di aggregazione sociale per il riconoscimento offerto alla dignità degli individui.

John T. Cacioppo a pagina 185 (nel cap. In conflitto per natura) cita una frase di John Milton (Paradiso Perduto, libro I, vv. 254 - 255) perché sintetizza bene la condizione umana:

« "La mente in se stessa alberga, e in sé può trasformare »
« Nel ciel l'inferno e nell'inferno il cielo." »

A pag. 275 (nel cap. Il potere della connessione sociale) J.T.C spiega come nella mente la fede (delle persone isolate) si idealizza spontaneamente con le proprie idee (giuste e/o sbagliate) per il bisogno di antropomorfizzare; il successo delle mega-chiese americane nei sobborghi urbanizzati è dovuto quindi al bisogno umano di incontro, riunione e appartenenza collettiva.

Il saggio conclude che l'uomo come essere sociale non può fare a meno degli altri per tempi molto lunghi, ma seguire un cammino di benessere psicofisico tendenzialmente condizionato da comportamenti etici collaborativi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Effortless Flow: The Difference Between Solitude and Loneliness
  2. ^ http://www.singlescafe.net/solitude.html

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alfie Kohn, La fine della competizione, ISBN 88-8089-298-3, Baldini&Castoldi, Milano 1999
  • Antonio Lo Iacono, Psicologia della solitudine, Editori Riuniti, Roma 2003
  • Maria Miceli, Sentirsi soli, Il Mulino, Bologna 2003
  • John T.Cacioppo, William Patrick, Solitudine, ISBN 978-884281546-4, ilSaggiatore 2009

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