Potosí

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Potosí
Potosí - Bandiera
Panorama di Potosí
Stato: bandiera Bolivia
Dipartimento: Potosí
Provincia: Tomás Frías
Comune:
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Coordinate: 19°34′00″S 65°45′00″W / -19.583333, -65.75Coordinate: 19°34′00″S 65°45′00″W / -19.583333, -65.75
Altitudine: 4.090 m s.l.m.
Abitanti : 134.281  (2005)
Prefisso tel: 02
Nome abitanti: Potosinos
Potosí (Bolivia)
Potosí
Potosí
Bene protetto dall'UNESCO
Patrimonio dell'umanità
Città di Potosi
City of Potosí
Tipologia Culturali
Criterio (ii) (iv) (vi)
Pericolo Bene non in pericolo
Anno 1987
Scheda UNESCO inglese
francese
Patrimoni dell'umanità in Bolivia

Potosí è una città della Bolivia, capoluogo dell'omonimo dipartimento, famosa per la miniera d'argento. Si trova ad un'altitudine di 4.090 m e, da una stima relativa al 2005, conta 134.281 abitanti (potosinos). È considerata una delle più alte città del mondo.

La città è stata inserita nel 1987 nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, come riconoscimento della straordinaria quantità di monumenti industriali (come gli acquedotti e i laghi artificiali che fornivano acqua alle miniere d'argento) e architettonici presenti (come la Casa de la Moneda, la chiesa di San Lorenzo e in generale il centro storico della città, in stile coloniale).

Sorge presso il Cerro Rico (montagna ricca) che la sovrasta. Le miniere d'argento del Cerro Rico sono una delle poche risorse della popolazione, ma sono molte le vittime di tale lavoro. Il Cerro Rico vede anche la presenza di numerosi bambini lavoratori, chiamati niños mineros.

[modifica] Storia

Fondata nel 1546 come città mineraria, ben presto produsse ingenti ricchezze, diventando la più grande città delle Americhe a eccezione di Città del Messico, con una popolazione di oltre 200.000 abitanti. In spagnolo esiste ancora un detto, "vale un Potosí", che significa "vale una fortuna", mentre per gli europei il Perù è ancora una mitica terra di ricchezze (la Bolivia faceva parte del vicereame del Perù ed era conosciuta come Alto Perù, prima di ottenere l'indipendenza nel 1825).

L'altra grande città mineraria dell'Impero spagnolo era Zacatecas, in Messico

Potosí è l'unica città americana citata nel famosissimo romanzo di Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, con chiaro riferimento alle sue ricchezze. Da questo importante centro minerario proveniva infatti la maggior parte dell'argento spagnolo. Il lavoro degli indios, sfruttato brutalmente da Francisco de Toledo, provocò la morte di migliaia di persone, non solo per le condizioni estreme ma anche per l'avvelenamento da mercurio, provocato dal contatto col metallo delle mani e dei piedi nudi, oltre che dall'inalazione dei suoi vapori tossici.

Potosí, foto aerea

Nel XVIII secolo la scoperta di importanti giacimenti nel Messico settentrionale, sfruttabili a costi inferiori, inferse un duro colpo al centro minerario di Potosï. Agli inizi del XIX secolo allorquando le miniere si esaurirono, la città contava solo 21.000 abitanti. In quel periodo il prodotto principale estratto nel territorio circostante era già divenuto lo stagno. Vari tentativi sono stati compiuti da allora per trovare nuovi filoni argentiferi, con risultati il più delle volte inferiori alle aspettative. Ancor oggi alcune montagne dei dintorni continuano ad essere perforate alla ricerca del prezioso metallo. A causa delle precarie condizioni lavorative e della carenza di elementari misure protettive, i minatori hanno una bassissima aspettativa di vita, mediamente di solo 40 anni; i decessi sono causati principalmente da silicosi e dalle morti dovute a crolli delle miniere (si stima che nei secoli in cui durò lo sfruttamento del lavoro indio siano morti alcune centinaia di migliaia di uomini a causa dei crolli).

Durante la guerra d'indipendenza boliviana (1809 - 1825) Potosí passò di volta in volta nelle mani dell'esercito reale spagnolo e dei partigiani. Grossolani errori e abusi da parte dell'esercito ausiliario da Buenos Aires comandato da Juan José Castelli portarono ad una crescente voglia di indipendenza e provocarono non poco risentimento. La situazione degenerò a tal punto che la città non poteva ormai più essere difesa, nonostante gli sforzi di un secondo esercito argentino comandato da Manuel Belgrano.

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