Cicisbeo

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Il cicisbeo (illustrazione per le opere teatrali di Carlo Goldoni)

Cicisbeo - o cavalier servente - era il gentiluomo che nel Settecento accompagnava una nobildonna sposata nelle occasioni mondane, feste, ricevimenti, teatri e l'assisteva nelle incombenze personali: toletta, corrispondenza, compere, visite, giochi. Passava con lei gran parte della giornata e doveva elogiarla, sedersi accanto a lei nei pranzi e nelle cene, nelle passeggiate o nei giri in carrozza. La signora veniva definita cicisbea del cavaliere.

L’etimologia della parola sembra essere connessa in modo parzialmente onomatopeico al bearsi nella conversazione, al cicaleccio, cinguettio, chiacchiericcio che costituivano la principale delizia dei cicisbei.

Ruolo sociale[modifica | modifica wikitesto]

L'usanza, che fu praticata in maniera pressoché esclusiva in alcune città italiane, connotò profondamente l’intero secolo, fu di grande spessore, ampia diffusione e notevole influenza sul costume.[1] All’inizio svolse una precisa funzione di socializzazione, anche se sembra fosse nata al solo scopo di proteggere la dama in assenza del marito. Con l’affermarsi della conversazione salottiera e il precisarsi, in questi ambiti, del ruolo femminile, il cicisbeo costituiva un elemento accessorio ma indispensabile per garantire alla donna libertà e sicurezza di movimento ma anche prestigio sociale: era infatti scandaloso per una nobildonna non avere il proprio cicisbeo, e addirittura nei contratti matrimoniali veniva spesso specificato che la moglie di un nobile avesse diritto al proprio cavalier servente, che di fatto la maggior parte delle volte era anche il suo amante.

Infatti il cavalier servente ricopriva un ruolo più che ufficiale: era noto il suo rapporto di "servizio" con la dama, era in buoni rapporti col marito e con la famiglia, era insomma un appoggio che serviva a garantire rispettabilità alla signora oltre che contribuire allo sviluppo della rete di conoscenze e relazioni che la nobiltà utilizzava per affermare e sviluppare il suo potere. L’uso fu infatti ristretto alla sola classe nobiliare e, in rari casi, a quella altoborghese. In quest'ultimo caso era assai frequente che il cavalier servente venisse preso a servizio soltanto la domenica.

Una delle ragioni alla base di questa istituzione era l’uso dei matrimoni combinati, per interesse, tra nobili, il che costituiva una regola fissa. Quindi il fatto che i rapporti tra i coniugi fossero, nella stragrande maggioranza dei casi, e nella migliore delle ipotesi, cordiali e affettuosi ma non certo dominati dalle passioni, era scontato. Infatti è naturale domandarsi se il rapporto tra la dama e il cavalier servente, che era di stretta contiguità, non provocasse la gelosia del coniuge ma ciò avrebbe reso soltanto ridicolo, agli occhi della società, il marito geloso che sarebbe stato giudicato persona scortese e di ristrette vedute.

Eliminato quindi il problema della gelosia il cavaliere poteva svolgere la sua opera con la massima libertà, avere accesso alle stanze della signora, provvedere ai suoi bisogni, accompagnarla dovunque. Ovviamente per la dama era fondamentale che il cicisbeo avesse delle qualità apprezzabili nella vita di società, cioè avvenenza, educazione, spirito, abilità nella conversazione, cultura. Spesso era un uomo più maturo della dama in modo da offrirle l’ulteriore protezione di un carisma affinato dagli anni.

L’insieme degli usi connessi con il rapporto tra il cicisbeo, la dama e la scena sociale circostante sono restituiti in contesti letterari innumerevoli, al punto che diviene difficile farne un’esemplificazione. Soccorrono a questo riguardo le autobiografie, gli epistolari e le opere di autori illustri ma anche di appartenenti al ceto nobiliare meno noti. Se si osserva la scena storica da questa angolazione emergono inaspettatamente personaggi famosi che non si sarebbe mai pensato di trovare nelle vesti di corteggiatori o fatui damerini.

Così nelle memorie dell’Alfieri si fanno numerosi riferimenti al “servizio” prestato per ben due anni alla marchesa Gabriella Falletti. Nell’epistolario dei fratelli Pietro e Alessandro Verri i riferimenti a situazioni analoghe sono frequentissimi. Il loro fratello minore, Giovanni Verri fu il cicisbeo di Giulia Beccaria, donde la diceria che fosse il padre naturale di Alessandro Manzoni. Non sono da meno Cesare Beccaria stesso e altri personaggi di primissimo piano della cultura italiana. Infatti il fenomeno sembra essere stato ristretto all’Italia e sembra aver anche destato le curiosità di illustri viaggiatori.

Anche in questo caso ampie notizie sull’argomento, trovato di volta in volta interessante, ameno o riprovevole, sono state scritte in seguito al rituale “viaggio in Italia” compiuto da celebri personaggi stranieri. Qui si può spaziare dalle memorie di de Brosses a quelle di de Lalande passando per Sharp[2] paladino indiscusso dell’anticicisbeismo. Altro viaggiatore che non manca di fare una puntuale osservazione sulla questione è il marchese De Sade[3] e la unanime attenzione verso questa usanza spiega quale rilevanza potesse avere nella società del tempo. È da notare che gli stranieri in visita in Italia, vi si adattavano con facilità e curiosità, lasciandone frequenti tracce in lettere e memorie.[4]

Un'altra cospicua fonte è il teatro, soprattutto quello goldoniano[5] attento com'era all'elemento di costume che si ritraeva dalle trame narrate. Spesso nelle commedie dell’autore veneziano sono messi in rilievo gli aspetti più comici delle situazioni, ma ciò permette di arricchire con ulteriori elementi la conoscenza del fenomeno che era obiettivo degli strali dei moralisti o di quelli, soprattutto stranieri, che trovavano l’usanza quanto meno sconcertante. Molti di costoro arrivavano a mettere in dubbio le paternità in quanto la frequentazione avrebbe potuto spingersi a intimità che andavano ben oltre il lecito.[6]

Alcuni sostenevano che tra il matrimonio e la prima gravidanza trascorresse un periodo di moratoria in cui la dama era tenuta accuratamente lontana dalle occasioni sociali, in modo da garantire la legittimità della primogenitura. Infatti il primo figlio ereditava nome, titolo e sostanze. Questa opinione non pare fondata, tranne casi eccezionali. Sostanzialmente non sembra che l’istituto fosse sempre sinonimo di adulterio in quanto, nella maggior parte dei casi, esso riguardava, almeno così sembra dedursi dall’esame delle fonti, la sola sfera sociale.

Forse la cosa più difficile per noi, così lontani da quel periodo storico, è l’immedesimazione o la decifrazione del sentire settecentesco. Ciò perché tra la nostra valutazione e quei tempi si è frapposto il romanticismo ottocentesco, dal quale siamo ancora notevolmente influenzati. Infatti non a caso il cicisbeismo è tramontato, quasi di colpo, alla fine del settecento.

L'ottocentesca celebrazione romantica delle passioni che tutto travolgono e il sorgere di una nuova percezione dell’amore coniugale, non più giudicato socialmente sconveniente ma anzi fonte di gioia e decoro, spazzano via la gaia e colorata socievolezza dei protagonisti dell’Ancien régime. Il riscoperto rapporto coniugale non può tollerare la presenza di un antagonista, per di più ufficializzato.

Un ulteriore elemento che contribuisce a far scomparire il cicisbeismo è la Rivoluzione francese e il conseguente affermarsi della morale repubblicana, austera e iconoclasta nei confronti delle usanze della classe nobiliare sconfitta. La tendenza fu poi confermata dal regime napoleonico e nemmeno la Restaurazione riuscì a mutare le cose, in quanto si era ormai costituita una classe borghese che cominciava a occupare posti preminenti nella società.

Il colpo finale giunse però dai moti patriottici del Risorgimento che cambiarono definitivamente il quadro di riferimento, fondando nuovi valori, talvolta intrisi di retorica, celebrativi dell'impegno civile e del sacrificio.

Letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Una feroce satira della figura del cicisbeo nel Settecento è rappresentata nell'opera di Giuseppe Parini Il giorno.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Varie rappresentazioni teatrali videro tale figura:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Per quanto riguarda la diffusione dell'usanza nelle varie città, si veda l'ampia analisi compiuta da R. Bizzocchi nel capitolo "Una geopolitica dei cicisbei" in Cicisbei, morale privata... Cit. In bibl. pag. 160 e seg. Le uniche eccezioni a questa collocazione geografica si possono ravvisare in usanze paragonabili al cicisbeismo quali il cortejo spagnolo o la figura del petit maître in Francia.
  2. ^ Samuel Sharp (17001778), medico e letterato inglese, Letters from Italy, describing customs and manners in the years 1765-66
  3. ^ A proposito dell'usanza nel Regno di Napoli il marchese osserva: Il cicisbeismo, tanto diffuso a Firenze e a Genova, qui è ignoto (Viaggio in Italia, Boringhieri 1996 pag.215).
  4. ^ Tra gli stranieri che praticarono il cicisbeismo, durante la loro permanenza in Italia, si annoverano Dominique Vivant Denon con Isabella Teotochi Albrizzi e Horace Walpole con Elisabetta Capponi Grifoni.
  5. ^ Nelle sue Memorie, Goldoni, a commento della sua commedia Il cavaliere e la dama (1749) scrive: Da molto tempo io consideravo con stupore questi esseri singolari che in Italia si chiamano cicisbei e che sono i martiri della galanteria e gli schiavi dei capricci del bel sesso. Nella commedia di cui sto per dare l'estratto essi sono particolarmente presi di mira; ma io non potevo mettere in piazza il cicisbeismo per non irritare il ceto numeroso dei galanti. Pertanto nascosi la critica sotto il mantello di due personaggi virtuosi, che fanno contrasto coi ridicoli (C. Goldoni, Memorie, Einaudi 1967 pag. 259)
  6. ^ Sharp, Lettere dall'Italia cit., pag.25.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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