Beni culturali

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I beni culturali sono tutti i beni designati da ciascuno Stato come importanti per l'archeologia, la letteratura, l'arte, la scienza, la demologia, l'etnologia o l'antropologia; si contrappongono, per definizione, ai "beni naturali" in quanto questi ultimi ci sono offerti dalla natura, mentre i primi sono il prodotto della cultura dell'essere umano. Si veda sotto per il dettaglio delle definizioni in vigore in Italia.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il primo riconoscimento ufficiale di "bene culturale" in campo internazionale si ebbe durante la Convenzione dell'Aia firmata il 14 maggio 1954 da quaranta Stati di tutto il mondo e confermata in Italia con la legge del 7 febbraio 1958 (sostituendo per la materia l'articolo 822 del Codice civile del 1942). Le norme sui beni culturali erano essenzialmente accordi per la salvaguardia di questi patrimoni in occasione di eventi bellici, sostenendo che gli attentati ai beni culturali di qualsiasi popolo costituivano una violenza al patrimonio dell'intera comunità internazionale.

In Italia la definizione di "bene culturale" venne via via modellata da alcune commissioni parlamentari tra gli anni sessanta e settanta, che dovevano anche dare indicazioni per la creazione di un futuro dicastero. La prima fu la commissione Franceschini (1964-1967), che raggiunse importanti risultati sul piano scientifico, ma meno utili sul piano politico. Poi, tra il 1968 e il 1970 operò la commissione Papaldo, che non ottenne un risultato parlamentare definitivo e fu seguita da una Commissione bis.

Nel frattempo a Parigi, il 17 novembre 1970, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura firmava una convenzione internazionale per stabilire le misure da adottare per bloccare l'esportazione, importazione e il trasferimento di proprietà in illecito di beni culturali. Vennero definiti in tale ambito come beni culturali:

« Tutti i beni che [...] sono designati da ciascuno Stato come importanti per l'archeologia, la preistoria, la letteratura, l'arte o la scienza »
(Convenzione di Parigi, art. 1)

Nonostante le difficoltà di dare una concreta realizzazione istituzionale a tali propositi ed ai risultati delle Commissioni parlamentari, nel 1974 un'iniziativa congiunta dell'allora Presidente del Consiglio Aldo Moro e di Giovanni Spadolini ruppe i lunghi indugi e decise l'istituzione di un Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.

Il ministero venne revisionato più volte fino a giungere all'attuale denominazione di Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Grande importanza normativa ebbe la promulgazione del Testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali (Dlgs. n. 490 del 29 ottobre 1999), dove si raggrupparono tutte le norme sulla materia, ponendo particolarmente l'accento sulla tutela dei beni, in attuazione dell'articolo 9 della Costituzione della Repubblica Italiana, sostituito successivamente dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, emanato nel 2004.

Definizioni normativa internazionale[modifica | modifica sorgente]

I beni culturali si dividono in beni materiali e in beni immateriali; Un bene culturale si definisce materiale quando è fisicamente tangibile, come un'opera architettonica, un dipinto, una scultura. Si definisce invece immateriale quando non è fisicamente tangibile, come una lingua o dialetto, una manifestazione del folklore o persino una ricetta culinaria.

Al di là della generica definizione, i beni culturali hanno trovato, nel tempo, più precise classificazioni, in specie da parte del diritto internazionale pubblico. In particolare hanno provveduto alla definizione dei beni culturali:

La convenzione dell'Aja (1954) identifica i seguenti beni culturali materiali:

  • i beni, mobili o immobili, di grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli, come i monumenti architettonici, di arte o di storia, religiosi o laici; i siti archeologici; i complessi di costruzioni che, nel loro insieme, offrono un interesse storico o artistico; le opere d'arte; i manoscritti, libri e altri oggetti d'interesse artistico, storico o archeologico; nonché le collezioni scientifiche e le collezioni importanti di libri o di archivi o di riproduzioni dei beni sopra definiti;
  • gli edifici la cui destinazione principale ed effettiva è di conservare o di esporre i beni culturali mobili definiti al comma precedente, quali i musei, le grandi biblioteche, i depositi di archivi, come pure i rifugi destinati a ricoverare, in caso di conflitto armato, i beni culturali mobili definiti al comma precedente;
  • i centri comprendenti un numero considerevole di beni culturali, definiti ai commi precedenti, detti centri monumentali.

La convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (2003) dà la seguente definizione dei beni culturali immateriali:

  • le pratiche, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, le abilità – così come gli strumenti, gli oggetti, gli artefatti e gli spazi culturali ad essi associati – che comunità, gruppi e, in certi casi, individui riconoscono come parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente rigenerato da comunità e gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e la loro storia, e procura loro un senso di identità e continuità, promuovendo così rispetto per la diversità culturale e la creatività umana.
  • il patrimonio culturale immateriale come sopra definito si manifesta, fra l'altro, nei seguenti campi:
    • tradizioni ed espressioni orali, inclusa la lingua quale veicolo del Patrimonio Culturale immateriale;
    • le arti rappresentative;
    • le pratiche sociali, i rituali e gli eventi festivi;
    • conoscenze e pratiche riguardanti la natura e l'universo;
    • le abilità artistiche tradizionali.

Questa convenzione considera suscettibile di protezione soltanto il patrimonio culturale immateriale compatibile con gli strumenti internazionali esistenti sui diritti umani, con le esigenze di mutuo rispetto fra le comunità, gruppi ed individui e con lo sviluppo sostenibile.

Disciplina normativa italiana[modifica | modifica sorgente]

Il 22 gennaio 2004 è stato approvato il nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42, ai sensi dell'articolo 10 della legge 6 luglio 2002 n. 137) che ha sostituito la precedente normativa del 1999 e ha chiarito finalmente il concetto di bene culturale, vago anche dopo la creazione del Ministero.

Secondo l'art. 10 del succitato codice sono sempre beni culturali:

«le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle Regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico».[1]

Sono inoltre beni culturali altri tipi di documenti e raccolte[2] nonché i beni posseduti da privati se dichiarati tali dalle locali soprintendenze con apposita dichiarazione e non esclusi esplicitamente mediante l'apposita procedura,[3] mentre tale dichiarazione non è necessaria per i beni prima elencati[4] Per legge è costituito il catalogo nazionale dei beni culturali (in diverse articolazioni), dove dovrebbero confluire tutte le informazioni sui beni culturali: il catalogo non è pubblicamente accessibile a tutti; l'accesso a tali informazioni è disciplinato dalla normativa sul diritto di accesso ai documenti amministrativi.[5]

Uso commerciale[modifica | modifica sorgente]

Il Codice dei beni culturali e del paesaggio è servito a disciplinare lo sfruttamento commerciale dei beni culturali, riservandolo alle soprintendenze e ai privati da esse autorizzati dietro pagamento di appositi corrispettivi. Tale sistema dovrebbe servire a finanziare la conservazione e gestione dei beni culturali e fa sì che in Italia siano presenti restrizioni ignote in altri paesi, come ad esempio il sostanziale annullamento della libertà di panorama.

Source nations e market nations[modifica | modifica sorgente]

Nel 1986 il giurista Merryman propone la suddivisione dei paesi, in relazione ai beni culturali presenti, tra source nations, ossia paesi in cui l'offerta di beni culturali supera la domanda, e market nations, in cui la domanda di beni culturali supera la richiesta. Tra le source nations l'Italia, la Spagna e la Grecia, tra le market nations, i paesi scandinavi e gli Stati Uniti[6].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Articolo 10, comma 1.
  2. ^ Articolo 10 citato, comma 2: «2. Sono inoltre beni culturali: a) le raccolte di musei, pinacoteche, gallerie e altri luoghi espositivi dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico; b) gli archivi e i singoli documenti dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico; c) le raccolte librarie delle biblioteche dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente e istituto pubblico , ad eccezione delle raccolte che assolvono alle funzioni delle biblioteche indicate all'articolo 47, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616».
  3. ^ Articolo 10 citato.
  4. ^ Articolo 13. Vedi anche articolo 12.
  5. ^ Articolo 17: «5. I dati di cui al presente articolo affluiscono al catalogo nazionale dei beni culturali in ogni sua articolazione. 6. La consultazione dei dati concernenti le dichiarazioni emesse ai sensi dell'articolo 13 è disciplinata in modo da garantire la sicurezza dei beni e la tutela della riservatezza».
  6. ^ J. H. Merryman, Two ways of thinking cultural proprieties, in The america journal of international law, 1986, 832

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Antonio Romiti, Archivistica Generale, primi elementi, Civita Editoriale, Lucca 2008. ISBN 978-88-902649-2-4
  • Atlante tematico d'Italia / Touring club italiano, Consiglio nazionale delle ricerche. - Milano: TCI, 1989-1992
  • The conservation easement handbook: managing land conservation and historic preservation easement programs / Janet Diehl, Thomas S. Barrett. - San Francisco (Cal.) ; Washington (D.C.) : Trust for public land: Land trust alliance, 1988
  • Economia del patrimonio architettonico ambientale / Francesco Rizzo. - Milano: Franco Angeli, 1989
  • Natura e architettura: la conservazione del patrimonio paesistico / a cura di Maurizio Boriani, Lionella Scazzosi; scritti di J. St. Bodfan Gruffydd...[et al.]. - Milano: Clup, 1987
  • La norma non normata: nuovi strumenti per il recupero degli insediamenti storici / a cura di Liliana Padovani e Bruno Zanon. - Trento: Dipartimento di ingegneria civile ed ambientale Università degli studi di Trento, stampa 1992
  • I piani paesistici: le innovazioni dei sistemi di pianificazione dopo la legge 431 / Filippo Ciccone, Luigi Scano; postfazione di Felicia Bottino. - Roma: La nuova Italia scientifica, 1986
  • Il patrimonio immateriale secondo l’Unesco: analisi e prospettive / a cura di Chiara Bortolotto. - Roma: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 2008
  • Le politiche pubbliche in Italia / a cura di Bruno Dente. - Bologna: Il Mulino, c1990
  • Verso una gestione dei beni culturali come servizio pubblico: attività legislativa e dibattito culturale dallo stato unitario alle regioni (1860-1977) / a cura di Augusto Rossari e Roberto Togni; con testi di Paolo Nicolini e Sandra Sicoli. - Milano: Garzanti, c1978
  • Le politiche dei beni culturali in Europa / ; a cura di Luigi Bobbio; con scritti di Luigi Bobbio [et al.]. - Bologna: Il Mulino, 1992
  • Per la salvezza dei beni culturali in Italia. Atti e documenti della Commissione di indagine per la tutela e la valorizzaione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, Casa editrice Colombo, Roma 1967

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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