Accordo di al-Hudaybiyya

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L'accordo di Hudaybiyya (arabo: صلح الحديبية, Sulh Hudaybiyya) fu un trattato stipulato fra i musulmani, guidati da Maometto, e il clan meccano dei Quraysh, nel 628. Dopo la battaglia del Fossato, con la quale i medinesi e gli Emigranti ottennero una rilevante vittoria sui meccani, Maometto decise di coronare, con un gesto efficace, l’impresa. Pensò quindi di compiere una ʿumra (pellegrinaggio non obbligatorio, o “minore”) alla Kaʿba, come segno di riappropriazione del territorio che, pochi anni prima, era stato costretto ad abbandonare. Sembra che avesse ideato questo progetto in seguito a un sogno, nel quale gli era sembrato di assistere alle cerimonie di Mecca e di ottenere le chiavi della città. Fu così che nel marzo 628 Maometto si mosse verso Mecca alla testa di milleseicento armati e circa una settantina di animali per il rituale del sacrificio.

Inizialmente gli abitanti di Mecca interpretarono l’avanzata dei musulmani come un tentativo d’attacco della città. Donne bambini furono fatti evacuare, mentre i uomini si prepararono per la battaglia. Maometto, da parte sua, non era convinto di un risultato positivo nel caso di uno scontro armato: forse per la mancanza di fiducia, a causa dell'incerto comportamento dei beduini suoi alleati o forse per problemi d’approvvigionamento idrico.

Il Profeta e i suoi fedeli si fermarono così a Hudaybiyya, località che dista circa 15 km da Mecca, presso la quale si trovava un albero sacro. Da quel momento iniziò una serie di lunghe trattative tra le due parti. Da un lato i Quraysh non volevano concedere ai musulmani la possibilità di varcare il confine della città per paura di un attacco. Dall’altro i seguaci del Profeta erano (almeno ufficialmente) desiderosi di assolvere il sacro dovere del pellegrinaggio.

Maometto scelse di inviare a Mecca come mediatore ʿUthmān, gradito ai Meccani per la sua appartenenza al clan dei Banu ʿAbd Shams. Nel frattempo il Profeta, per prevenire ogni possibile malumore, chiese ai suoi Compagni che gli ribadissero la loro fedeltà. Ciò avvenne con un giuramento ricordato nel Corano (sura XVIII:18) come bayʿat al-ridwān ("giuramento d’accettazione") detto anche, per il posto dove avvenne, bay‛at taht al-shajarah (giuramento sotto l’albero). Alcuni giorni dopo giunsero gli ambasciatori da Mecca, guidati da Suhayl b. ʿAmr, e fu così che si firmò un accordo, detto appunto Trattato di Hudaybiyya, che fu discusso clausola per clausola.

Maometto dovette rinunciare ad usare la formula “nel nome di Dio Clemente e Misericordioso” perché non riconosciuta dai pagani di Mecca. Un’altra condizione posta da questi ultimi fu l’obbligo dei Compagni del Profeta di restituire ai tutori coreisciti quei ragazzi che avevano raggiunto i musulmani. Questi compromessi destarono sconcerto fra i Medinesi e gli Emigrati e in particolar modo in ʿUmar ibn al-Khattab che obbedì malvolentieri e in seguito dichiarò di essere stato a un passo dall’abiura.

D’altra parte i musulmani pretesero di poter compiere l’anno successivo il pellegrinaggio alla Kaʿba. I Quraysh pattuirono infine con i musulmani una tregua militare della durata di dieci anni.

Il Trattato di Hudaybiyya rappresentò un’importante e significativa vittoria strategica, anche se il Profeta dovette affrontare il malumore di quei seguaci che avrebbero preferito una soluzione di forza. La lungimiranza di Maometto sarebbe stata premiata l’anno successivo in occasione del pellegrinaggio alla Kaʿba. La tregua pattuita consentì ai musulmani di rafforzarsi politicamente in quanto l’accordo aveva dimostrato agli abitanti della Penisola araba la forza della Umma, cosicché furono numerosi coloro che da quel momento decisero di abbracciare la nuova fede.

[modifica] Bibliografia

  • Tabari, Taʾrīkh al-rusul wa l-mulūk, Il Cairo, Dār al-Maʿārif, 1966-1977.
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