Battaglia di Uhud
| Battaglia di Uhud Parte prime battaglie islamiche
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| Data | 7 shawwāl del 3 E./ 23 marzo 625 | ||
| Luogo | Pendici del monte Uhud (Medina) | ||
| Esito | vittoria meccana | ||
| Casus belli | vendetta dei pagani meccani dopo Badr | ||
| Modifiche territoriali | nessuna | ||
| Schieramenti | |||
| Comandanti | |||
| Effettivi | |||
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| Perdite | |||
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La battaglia di Uḥud (in arabo: غزوة أحد, Ghazwat Uḥud) è direttamente collegabile alla vittoria dei musulmani a Badr ai danni di una carovana di Mecca e degli uomini della sua scorta.
Dopo questo smacco, i maggiorenti di Mecca cercarono infatti una rivincita che potesse infine sradicare la Comunità islamica (Umma) che si era costituita a Yathrib.
Armarono quindi un forte contingente, al comando di Khālid b. al-Walīd e lo spedirono contro la città-oasi per impartire una dura lezione ai musulmani fuoriusciti (Muhājirūn e ai convertiti medinesi (Anṣār).
Malgrado la riottosità del profeta Maometto che si rendeva del suo stato di debolezza numerica e il mancato intervento degli ebrei di Medina (come previsto invece dalla Costituzione di Medina), i più giovani fra i musulmani e i più zelanti fra loro insistettero per accettare battaglia. A costringere i medinesi ad accettare una battaglia che era evidentemente impari fu anche la distruzione operata dai meccani del raccolto di orzo ormai maturo che cresceva nella piana di al-ʿIrḍ (di proprietà dei Banū ʿAbd al-Ašhal), sita fra le pendici del monte Uḥud e la zona di al-Jurf. Le cavalcature meccane cominciarono infatti a pascolare in quella piana e i medinesi premettero perché i musulmani reagissero. Lo scontro avvenne il 31 marzo 625 sotto il monte Uhud e lì Maometto appostò un gruppo di 50 arcieri, al comando del Sahib ʿAbd Allāh b. Jubayr, con l'ordine di non abbandonare la posizione qualsiasi cosa fosse successa.
Khālid invece si appostò di fianco al monte con l'ala destra della cavalleria (la sinistra era comandata da ʿIkrima b. Abī Jahl) e inviò suoi uomini appiedati ad impegnare gli arcieri, dando loro ordine di retrocedere al momento opportuno per invogliare i musulmani a staccarsi dalla loro posizione difensiva.
Quando un arretramento vi fu - vero o simulato - i musulmani furono presi da incontenibile desiderio di razziare l'accampamento meccano[1] e si lanciarono all'inseguimento di quanti sembravano ormai in rotta. La cavalleria di Khālid li colpì allora di fianco e la disfatta musulmana fu totale.
Rimase ferito lo stesso profeta Maometto, colpito da una pietra, lanciatagli da uno degli Aḥābīsh, Ibn Qamīʾa al-Ḥārithī, che gli ruppe il naso e un incisivo, oltre a ferirgli il volto. Il suo tramortimento lo salvò, perché fu preso per morto. Rimase ucciso dalla zagaglia dell'abissino Waḥshī ibn Ḥarb lo zio del profeta, Ḥamza b. ʿAbd al-Muṭṭalib, il cui ventre fu poi squarciato dalla moglie di Abū Sufyān, Hind, che aveva avuto il padre ʿUtba ucciso a Badr. Ella ne estrasse il fegato cui dette un morso, sputandolo poi via, in segno di belluina vendetta.
I vincitori si abbandonarono ad atti di mutilazione dei caduti, secondo l'uso dei tempi ma Maometto (che inizialmente aveva decretato si uccidessero 25 meccani, come rappresaglia per la morte del giovane suo zio) decise invece quasi subito di non dar corso a quel genere di vendetta, affermando che Allāh[2] aveva posto sotto la propria protezione i prigionieri.
L'esercito meccano si ritirò dal campo di battaglia e incautamente non si dedicò all'annientamento del nemico, visti i vincoli di parentela e di clientela che legavano Mecca e Yathrib, decidendo di tornare rapidamente in patria, probabilmente anche per l'aggravarsi preoccupante di problemi logistici.
Subito dopo la disfatta Maometto attuò l'espulsione del gruppo ebraico dei Banū Naḍīr da Medina e il Corano addebitò la sconfitta alla disubbidienza dei musulmani nei confronti del loro Profeta.
[modifica] Note
- ^ Al grido di "Bottino! Bottino!" essi si staccarono dalla loro forte posizione difensiva, secondo la testimonianza di Mālik b. ʿAmr, dei B. al-Najjār (Ṭabarī, al-Taʾrīkh al-rusul wa l-mulūk (Storia dei profeti e dei re, f. 1383).
- ^ Si veda Cor., XVI:126-128.
[modifica] Bibliografia
- Ibn Isḥāq/Ibn Hishām, Sīrat rasūl Allāh, Il Cairo, Muṣṭafā al-Bābī al-Ḥalabī, 1985.
- Idem, The Life of Muhammad (trad. di A. Guillaume della Sīrat rasūl Allāh), Oxford, O.U.P., 1978.
- Ṭabarī, al-Taʾrīkh al-rusul wa l-mulūk (Storia dei profeti e dei re), Muḥammad Abū l-Faḍl Ibrāhīm (ed.), Il Cairo, Dār al-maʿārif, 1969-77.
[modifica] Voci correlate
