Stocco di Mammola

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Stocco di Mammola
Mammola - Stocco alla mammolese.jpg
Stocco alla mammolese - Piatto tipico di Mammola e della Calabria
Origini
Luogo d'origineItalia Italia
RegioneCalabria
Zona di produzioneMammola (RC)
Dettagli
Categoriasecondo piatto
RiconoscimentoP.A.T.
SettorePreparazioni di pesci, molluschi e crostacei e tecniche particolari di allevamento degli stessi
 

Lo stocco di Mammola è uno dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani della provincia di Reggio Calabria a base di pesce, che si ottiene da stoccafisso (merluzzo essiccato).[1]

Storia e tradizione[modifica | modifica wikitesto]

Lo stocco di Mammola è un piatto tradizionale calabrese risalente a molti secoli fa. Anticamente era considerato il mangiare dei poveri, infatti i contadini lo consumavano e lo offrivano ai braccianti in occasione dei lavori duri nella campagna poiché lo stoccafisso era ed è considerato un alimento ad alto valore energetico;[2] ancora oggi viene conservata questa tradizione.[1] Pare, inoltre, che il consumo dello stocco venisse consigliato in quanto determinante un consistente aumento di produzione di latte materno.[1][2]

La tradizione diffusa nella Locride vuole che le famiglie consumino lo stocco durante il Venerdì santo e la vigilia di Natale. Altra tradizione locale è quella di usare lo stocco come regalo, derivante dall'usanza di molti emigrati che, al rientro delle ferie, portavano lo stocco sia per regalo che per consumo personale.[1] Degna di nota è la sagra tradizionale dello stocco che si svolge, dal 1978, il 9 agosto nel borgo antico di Mammola.[1]

Il piatto[modifica | modifica wikitesto]

Lo stocco di Mammola fa parte della cucina tipica della dieta mediterranea. Può essere preparato come antipasto o secondo piatto, talvolta servito con le patate.[1]

Per prepararlo "alla mammolese" bisogna:[2]

  • prima di tutto, preparare un soffritto in un tegame di terracotta;
  • aggiungere i pelati e far cuocere a fuoco lento per qualche minuto, per poi aggiustare di sale e aggiungere le patate a spicchi, lo stocco, olive e peperoni;
  • far cuocere per 20 minuti, dopodiché spegnere il fuoco e lasciar riposare per qualche minuto.

Lo stoccafisso deve essere stato precedentemente lasciato in ammollo per due giorni, cambiando l'acqua in cui è immerso circa ogni dodici ore.[2]

Nonostante sia un piatto a base di pesce, viene generalmente accompagnato da vino rosso, solitamente locale o di Cirò.[1]

Lo stoccafisso[modifica | modifica wikitesto]

Lo stoccafisso viene importato in Italia (Genova, Venezia e Napoli) dai Paesi nordici dall'anno 1561[3][1] e usato come merce di scambio. La Calabria per l'importazione del merluzzo secco faceva riferimento al porto di Napoli (allora capitale del Regno delle due Sicilie), dal quale con piccole imbarcazioni, i battelli, raggiungevano il porticciolo di Pizzo.[1] A dorso di mulo, poi, attraverso le strade mulattiere del tempo, le balle di stocco arrivavano a Mammola. Notizie certe sulle prime importazioni e lavorazioni dello stocco a Mammola, si hanno intorno al primo decennio dell'anno 1800. Altri storici[quali?] affermano pure che il prodotto era noto già agli inizi del 1700. Successivamente si constatò che il trattamento con l'acqua di Mammola e la tipica lavorazione, dava degli ottimi risultati in termini di qualità del prodotto commerciale, che diveniva sempre più richiesto. Si presume che proprio per questo, si coniò lo slogan, “Mammola: paese dello stocco” valido ancora oggi.[1]

Descrizione sintetica del prodotto[modifica | modifica wikitesto]

Lo stocco di Mammola è di colore bianco, ha sapore corposo ed ha la forma caratteristica del merluzzo spugnato e aperto. Un chilogrammo di stocco ha un contenuto energetico equivalente a cinque chilogrammi di merluzzo fresco.[1] È altamente digeribile e adatto a qualunque dieta. Povero di grassi, è ricco di proteine, vitamine e sali minerali. Le dimensioni variano in base lunghezza del merluzzo, da 60 cm fino a un metro. Il peso varia da 2 a 6 kg.[1]

Tecniche di lavorazione[modifica | modifica wikitesto]

Lavorazione artigianale dello stocco di Mammola

Il merluzzo viene importato dai Paesi nordici in Italia per essere trasformato, da prodotto duro e secco in alimento commestibile. Per la produzione dello stocco non è previsto un periodo dell'anno in particolare.[1]

La lavorazione è esclusivamente artigianale e suddivisa in varie fasi.[1] Inizialmente si tranciano le pinne esterne e quindi il merluzzo essiccato viene immerso in acqua corrente nella prima di vasche comunicanti successive. Il giorno successivo viene aperto con la roncola dalla parte inferiore e superiore. Il terzo giorno viene aperto completamente, il quarto giorno sono estratte la lisca e le ventresche. Il quinto giorno si rimuove il velo, ed il giorno successivo, completamente spugnato, è pronto per essere venduto.[1]

È evidente che l'acqua assume particolare rilevanza per la buona riuscita del prodotto finale. Le acque che scorgano dalle numerose sorgenti montane della catena Aspromonte-Serre di Mammola hanno infatti una particolare composizione chimico-fisica. Sono ricche di sostanze oligominerali, che combinandosi tra loro, determinano una perfetta maturazione dello stocco in ammollo che ne esaltano il gusto.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p Stocco di Mammola, su jblasa.com, Ufficio Agriturismo - Comunità Montana della Limina. URL consultato il 31 marzo 2018 (archiviato dall'url originale il 17 novembre 2007).
  2. ^ a b c d Come cucinare lo stocco, Donna Moderna (archiviato il 23 ottobre 2017).
  3. ^ Vito Faenza, Tra Veneto e Campania un cibo in comune: il baccalà (Napoli), Corriere del Mezzogiorno, 22 ottobre 2009. URL consultato il 31 marzo 2018 (archiviato dall'url originale il 12 giugno 2013).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Archivio del Comune di Mammola.
  • Archivio della Comunità Montana della Limina con sede Mammola.
  • Comunità Montana Limina, Dépliant: Agriturismo, Ambiente, Territorio, Manifestazioni, Prodotti Tipici.
  • Comunità Montana Limina, Dall'Aspromonte alle Serre, Frama Sud, Chiaravalle 1982.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]