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Shari'a

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     Paesi membri dell'Organizzazione della cooperazione islamica dove non gioca alcun ruolo nel sistema giuridico.

     Paesi dove si applica la sharia per questioni private (ad es. matrimonio, divorzio, eredità e custodia dei figli).

     Paesi dove la sharia è applicata in pieno sia per questioni private che per le procedure penali.

     Paesi dove la sharia è applicata con variazioni a livello regionale.

Shariʿah o sharia[1] (in arabo: شريعة‎, sharīʿa) è un termine arabo dal senso generale di "legge" (letteralmente "strada battuta"), che può essere interpretata sotto due sfere, una più metafisica e una più pragmatica. Nel significato metafisico, la sharīʿah è la Legge di Dio e, in quanto tale, rimane sconosciuta agli uomini.

Mappa dell'Islam

In chiave pragmatica, il fiqh, la scienza giurisprudenziale islamica interpretata secondo la legge sacra, rappresenta lo sforzo concreto esercitato per identificare la Legge di Dio; in tal senso, la letteratura legale prodotta dai giuristi (faqīh, plurale: fuqahāʾ) costituisce opera di fiqh, non di sharīʿa. Va sottolineato il tentativo, praticato in alcuni paesi a maggioranza islamica (Iran e Arabia Saudita), di intendere la shari'a non come codice di leggi comportamentali o consuetudinarie, ma come norme di diritto positivo. La stessa shari'a distingue peraltro le norme riguardanti il culto e gli obblighi rituali da quelle di natura più giuridica.

Fonti della sharī‘a[modifica | modifica wikitesto]

Fonti della legge islamica sono generalmente considerate il Corano (190 versi su 6236 totali)[2], la Sunna (ovvero gli ʾaḥādīth del Profeta), il consenso della comunità dei credenti (ijmāʿ) e l'analogia giuridica (qiyās). La sharīʿa accetta solo le prime due fonti in quanto divinamente prodotte o ispirate. Mentre esiste un solo Corano, esistono diverse raccolte "ufficiali", antiche e tradizionali, di ʾaḥādīth: è questa una delle ragioni da cui segue l'impossibilità teorica di pervenire univocamente alla (vera) shari'a. I versi della rivelazione nel Corano sono in maggioranza versi dedicati ad Allah e alle sue qualità predicabili, narrazione di profeti precedenti, e di tipo escatologico.

Natura della sharī‘a[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene in alcuni stati a maggioranza musulmana la sharī‘a venga considerata come una fonte di diritto positivo, nell'Islam delle origini e per molti studiosi attuali (tra i quali Tariq Ramadan) essa è più propriamente un codice di comportamento etico che dovrebbe essere privo di potere coercitivo.

Secondo gli ʿulamāʾ (studiosi delle discipline giuridiche), la shariʿa consente la pena di morte nei seguenti casi: omicidio ingiusto di una persona, adulterio (sia per l'uomo che per la donna), bestemmia contro Dio (da parte di persone di qualunque fede) e apostasia (ridda). A questi si deve aggiungere anche l’omosessualità, specificatamente indicato come caso assoggettato alla pena di morte nella Sunna (i “detti”, ossia gli “hadith”, del Profeta Maometto): "Quando un uomo cavalca un altro uomo, il trono di Dio trema. Uccidete l'uomo che lo fa e quello che se lo fa fare. Il sihaq (lesbismo) delle donne è zina (rapporti illegittimi) tra esse". Il Messaggero di Allah ha detto: "Chiunque trovate fare l'azione del popolo di Lot (sodomia, omosessualità), giustiziate colui che la commette e colui al quale viene commessa." (Hadith trasmesso da Tirmidhi, Abu Dawud, Ibn Majah.)

L'islam riconosce l'Antico e il Nuovo Testamento della Bibbia come testi religiosi sacri, secondi per importanza al Corano che chiarisce e completa la Rivelazione di Allah ai profeti. Le fonti normative del Corano prevalgono pertanto su tutta la tradizione biblica precedente. Nel caso dell'adulterio, il Corano non prevede testualmente la pena della lapidazione, la quale trova invece fondamento giuridico religioso direttamente nella Sunna, che rappresenta la dottrina religiosa al pari del Corano: "Gli ebrei giunsero dal messaggero di Allah e gli dissero che un uomo e una donna dei loro avevano commesso adulterio… Il profeta diede allora l'ordine che entrambi fossero lapidati." (Hadith Sahih Bukhari, Volume 56, Hadith 829)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sharia, su Vocabolario on line, Treccani. URL consultato il 22 luglio 2015.
  2. ^ Il profeta dell'islam e la parola di Dio, giunti editore, 2000, pag. 57

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • F. Castro, Lineamenti di storia del diritto musulmano, 2 volumi, Venezia, Coop. Libraria Editr. Cafoscarina, Università di Ca' Foscari, 1979.
  • A. Cilardo, Teorie sulle origini del diritto islamico, Roma, IPO, 1990.
  • R. Potz, "Islamic Law and the Transfer of European Law", European History Online, Magonza: Institute of European History, 2011, consultato in data 1º marzo 2013.
  • J. Schacht, Introduzione al diritto musulmano, Torino, Fondazione Agnelli, 1995, p. 121 *Idem, An Introduction to Islamic Law, Oxford, OUP, 1955, traduz. dall'inglese a cura di G. M. Piccinelli.
  • D. Santillana, Istituzioni di diritto musulmano mālichita con riguardo anche al sistema sciafiita, Roma, IPO, 1926, 2 voll.
  • E. Tyan, L'organisation judiciaire en pays d'Islam, Leiden, E.J. Brill, 1960.
  • N. J. Coulson, A History of Islamic Law, Edinburgh 1964. (traduz. francese: Histoire du Droit Musulman, Paris, 1995).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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