Rubin Carter

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Hurricane
Rubin Carter 4.jpg
Dati biografici
Nome Rubin Carter
Nazionalità Stati Uniti Stati Uniti
Altezza 173 cm
Pugilato Boxing pictogram.svg
Dati agonistici
Categoria Pesi medi
Ritirato 6 agosto 1966
Carriera
Incontri disputati
Totali 40
Vinti (KO) 27 (19)
Persi (KO) 12 (1)
Pareggiati 1
 

Rubin Carter (Clifton, 6 maggio 1937) è un ex pugile statunitense noto anche come Hurricane.

Carter è stato un pugile tra il 1961 e il 1966, ma è conosciuto anche per essere stato accusato di triplice omicidio il 17 giugno 1966 a Paterson, New Jersey, condannato a due ergastoli e successivamente scarcerato nel 1985, quando l'accusa rinunciò a muovere in giudizio una terza volta contro l'illegittimità processuale sollevata dalla Corte Federale.

La gioventù[modifica | modifica sorgente]

Nato a wodo,[1] Carter è cresciuto nella confinante città di Paterson, New Jersey, assieme a sei fratelli. I suoi genitori provvedevano al sostenimento familiare e all'educazione degli altri sei figli senza particolari problemi. Rubin invece cominciò presto ad avere problemi con la giustizia e venne assegnato ad un riformatorio per aggressione e furto poco dopo il suo quattordicesimo compleanno.

Carter scappò dal riformatorio nel 1954 e si arruolò nell'esercito americano a 17 anni. Qualche mese dopo, dopo aver completato l'addestramento a Fort Jackson, Carolina del Sud, fu spedito in Germania, dove, stando alla sua autobiografia del 1974, cominciò ad interessarsi alla Boxe. Carter tuttavia non era un buon soldato e dovette presentarsi davanti alla corte marziale per ben 4 volte a causa della sua insubordinazione. Nel maggio del 1956 l'esercito lo congedò, definendolo "inadatto al servizio militare". La sua carriera militare durò 21 mesi.

Tornato nel New Jersey, Carter fu arrestato e scontò dieci mesi a causa della sua fuga dal riformatorio. Poco dopo il suo rilascio, Carter fu arrestato per una serie di crimini, tra i quali aggressione e rapina ad una donna di colore di mezza età. Rimarrà nella prigione di stato del New Jersey per i successivi quattro anni.

La carriera da pugile[modifica | modifica sorgente]

Mentre era in prigione, Carter riesumò il suo interesse per la boxe, e subito dopo il suo rilascio, avvenuto il 21 settembre 1961, diventò professionista. Alto 1 metro e 73, Carter era mediamente più basso di un peso medio, ma combatté per tutta la sua carriera in questa categoria. Testa rasata, baffi prorompenti, sguardo aggressivo e fisico possente facevano di lui una presenza intimidatoria sul ring, decenni prima che tale "look" divenisse consuetudine nel pugilato. Il suo stile aggressivo e la potenza dei suoi pugni (che gli fruttarono molti KO) catturavano l'attenzione, facendolo diventare un beniamino del pubblico, e gli fruttarono il soprannome "Hurricane" (Uragano). Dopo aver battuto avversari come Florentino Fernandez, Holley Mims, Gomeo Brennan e George Benton, il mondo della boxe cominciò a notarlo. Ring Magazine lo inserì nella sua "Top 10" riguardante gli sfidanti al titolo dei pesi medi nel luglio del 1963.

Combatté sei volte nel 1963, con quattro vittorie e due sconfitte. Restò nella parte bassa della "Top 10" fino al 20 dicembre, quando sorprese il mondo della boxe mandando al tappeto il passato e futuro campione del mondo Emile Griffith due volte nel primo round, vincendo per KO tecnico.

Questa vittoria fece guadagnare a Carter il terzo posto nel ranking degli sfidanti al titolo dei pesi medi, che apparteneva a Joey Giardello. Carter vinse altri due incontri (uno contro il futuro campione dei pesi massimi Jimmy Ellis) nel 1964, prima di sfidare Giardello a Filadelfia, in un match di 15 round valido per il titolo il 14 dicembre. Carter combatté bene nei primi round sfiorando il KO con un gancio sinistro alla quarta ripresa[2], ma nei round successivi Giardello assunse il controllo dell'incontro aggiudicandosi chiaramente le ultime cinque riprese[3] e vincendo per decisione unanime[4]. Carter era convinto di aver vinto almeno 9 riprese su 15[5], un sondaggio svolto fra i giornalisti presenti a bordo ring mostrò che 14 giornalisti su 17 ritenevano Carter vincente[6].

Dopo questo incontro, Carter cominciò a perdere posizioni nel ranking. Combatté nove volte nel 1965, ma perse quattro dei cinque incontri disputati contro avversari di livello (Luis Manuel Rodríguez, Harry Scott e Dick Tiger). Tiger, in particolare, mandò al tappeto Carter tre volte nel loro incontro. "È stata", disse Carter, "la peggior sconfitta della mia vita - dentro e fuori dal ring".

Gli omicidi[modifica | modifica sorgente]

Il 17 giugno 1966, alle 2:30 del mattino circa, due uomini di colore entrarono nel "Lafayette Bar and Grill" a Paterson, New Jersey, ed aprirono il fuoco. Due uomini, Fred "Cedar Grove Bob" Nauyoks ed il barista Jim Oliver, vennero uccisi sul colpo. Una donna, Hazel Tanis, morì circa un mese dopo: aveva la gola, lo stomaco, l'intestino, la milza, il polmone sinistro e un braccio perforati dai proiettili. Una quarta persona, Willie Marins, sopravvisse all'attacco, ma perse la vista ad un occhio.

Un noto criminale, Alfred Bello, che si aggirava nei pressi del Lafayette per commettere un crimine quella stessa notte, vide la scena. Bello fu una delle prime persone presenti nella scena del crimine e chiamò un operatore telefonico per avvertire la polizia. Una residente al secondo piano del Lafayette, Patricia Graham, vide due uomini di colore salire in una macchina bianca e partire verso ovest, lontano dal bar. Un'altra persona, Ronald Ruggiero, sentì gli spari, e affacciatosi dalla finestra vide Bello correre per Lafayette Street. Sentì anche lo stridere degli pneumatici e vide una macchina bianca sfrecciare verso ovest, con due uomini di colore sui sedili anteriori. La macchina di Carter coincideva con quella vista dai testimoni; la polizia fermò Carter e un altro uomo, John Artis, e li portò al Lafayette circa trenta minuti dopo la sparatoria. Nessuno dei testimoni riconobbe in Carter o Artis uno dei criminali, nemmeno Marins quando la polizia li portò all'ospedale per farli identificare dall'uomo ferito.

Comunque, nella macchina di Carter la polizia trovò una pistola calibro 32 e dei proiettili per fucile calibro 12 - lo stesso calibro usato dagli assassini. Carter e Artis furono interrogati in commissariato. Nel pomeriggio, entrambi vennero sottoposti al test del poligrafo. L'esaminatore John J. McGuire trasse le seguenti conclusioni: "Dopo un'attenta analisi dei risultati dati dal poligrafo, è opinione dell'esaminatore che i soggetti stavano mentendo alle domande. Ed erano coinvolti nel crimine. I soggetti negano qualsiasi connessione col crimine". Il poligrafo non era comunque giudicato attendibile, e quindi era inammissibile come prova. Carter e Artis furono rilasciati il giorno stesso.

Il primo processo[modifica | modifica sorgente]

Sette mesi dopo, Bello rivelò alla polizia che quella sera c'era un altro uomo con lui, tale Arthur Dexter Bradley. Dopo un ulteriore interrogatorio, Bello e Bradley identificarono Carter come uno dei due uomini di colore armati che avevano visto fuori dal bar la notte degli omicidi; Bello identificò anche Artis come l'altro uomo armato. Basandosi su questa ulteriore prova, Carter e Artis vennero arrestati e incriminati.

Anche se la difesa fece presente che gli accusati non corrispondevano alla descrizione che i testimoni oculari avevano dato il 17 giugno, i due andarono avanti con la loro testimonianza.

Questo, più la prova dell'identificazione della macchina di Carter fornita da Patricia Valentine e le munizioni trovate nella macchina di Carter convinsero la giuria (composta da 12 persone bianche) che Carter e Artis erano gli assassini. Entrambi gli uomini vennero incriminati e condannati alla prigione a vita.

Durante la sua prigionia, Carter scrisse la sua autobiografia "The Sixteenth Round: From Number 1 Contender to #45472" (Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472), pubblicata nel 1974. Sostenne la sua innocenza, ed ottenne il sostegno della gente, che spingeva per la grazia o per un nuovo processo.

Bob Dylan gli dedicò una canzone, Hurricane (1975), sostenendo l'innocenza di Carter. Il brano è contenuto nell'album discografico Desire, lanciato con il sussidio di una poderosa tournée concertistica della Rolling Thunder Revue, immortalata con lo stesso Carter nel film del 1978 Renaldo e Clara, scritto e diretto dallo stesso Dylan.

Nel frattempo, Bello e Bradley ritrattarono la testimonianza data nel 1967; tale ritrattazione fu usata come base per la mozione atta ad ottenere un nuovo processo. Ma il giudice Larner, che aveva presieduto sia il processo originale che la ritrattazione di Bello e Bradley, negò la mozione.

Gli avvocati della difesa formularono un'altra mozione, basata sulle prove che vennero alla luce durante il processo della ritrattazione (tra le quali un nastro della polizia contenente un interrogatorio a Bello). Anche se Larner negò anche questa mozione, la Corte Suprema del New Jersey concesse a Carter e Artis un nuovo processo nel 1976.

Siccome Bello aveva dato molte versioni dei fatti avvenuti quella notte, il procuratore Humphreys fece ripetere a Bello la sua versione dei fatti analizzandolo con due diversi poligrafi. Entrambi dichiararono che Bello era sincero, uno dei poligrafi giunse alla conclusione che Bello era entrato nel Lafayette Bar subito dopo o addirittura durante la sparatoria.

Il secondo processo[modifica | modifica sorgente]

Durante il nuovo processo, Bello accantonò la ritrattazione e tornò a sostenere la testimonianza del 1967, identificando Carter e Artis come i due uomini armati che aveva visto al Lafayette Grill. Carter e Artis furono ancora una volta giudicati colpevoli, questa volta da una giuria che includeva due afroamericani, in meno di nove ore.

Carter e Artis furono quindi condannati di nuovo alla prigione a vita.

Appello alla Corte Federale[modifica | modifica sorgente]

Dopo il secondo processo, Carter sembrava ormai aver perso la speranza quando ricevette una lettera inviatagli da un ragazzo di colore di nome Lesra Martin che abitava in Canada. Gli rispose e, tempo dopo, il ragazzo lo andò a trovare e gli fece conoscere i suoi amici che si interessarono al caso di Carter. Questo gruppo, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, lavorò sodo ed aiutò Carter e i suoi avvocati a promuovere una petizione alla Corte Federale. Tre anni dopo gli avvocati di Carter promossero una petizione per appellarsi alla Corte Federale. Ebbero successo: nel 1985, il giudice della Corte Federale Haddon Lee Sarokin sentenziò che Carter e Artis non avevano avuto un processo equo, affermando che l'accusa era "basata su motivazioni razziali". I procuratori del New Jersey si appellarono senza successo contro la decisione di Sarokin alla Terza Corte d'Appello e anche alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che si rifiutò di ascoltare il caso (la Corte Suprema non è obbligata ad accettare ogni appello ad essa rivolto).

I procuratori della contea di Passaic avrebbero potuto processare Carter e Artis per una terza volta, ma decisero di non farlo. I testimoni erano irreperibili o morti, il costo di un terzo processo sarebbe stato altissimo e non era chiaro cosa sarebbe scaturito da un eventuale terzo processo. Nel 1988, i procuratori del New Jersey archiviarono una mozione per allontanare gli atti d'accusa originali portati contro Carter ed Artis nel 1966, facendo quindi cadere tutte le accuse.

Artis e Carter dopo il proscioglimento[modifica | modifica sorgente]

John Artis, dopo essere stato rilasciato sulla parola nel 1981, fu ancora incarcerato nel 1986 per traffico di cocaina e possesso di un'arma rubata.

Carter ha vissuto in una fattoria poco fuori Toronto in Ontario, Canada, dal 1988 ed è stato direttore esecutivo dell'Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005.

Nel 1996 Carter è stato nuovamente arrestato a Toronto, anche in questo caso si trattò di un errore - riconosciuto dalla polizia - basato su uno scambio di persone.[7]

Ora lavora come motivatore. Il 14 ottobre 2005, Rubin Carter ha ricevuto una laurea Honoris Causa in Legge dall'Università di New York, di Toronto e anche dalla Griffith University (Brisbane, Australia) grazie al suo lavoro per l'ADWC.

Il record della carriera pugilistica di Carter è di 27 vittorie, 12 sconfitte e un pareggio in 40 incontri, con 8 knockout e 11 knockout tecnici. Ha ricevuto la cintura di Campione del Mondo dal World Boxing Council nel 1993.

Citazioni artistiche[modifica | modifica sorgente]

La vicenda di Carter ha ispirato un film nel 1999, Hurricane - Il grido dell'innocenza (The Hurricane), con Denzel Washington nel ruolo di protagonista.

La vicenda ha inoltre ispirato Bob Dylan che scrisse appunto una canzone dal titolo Hurricane, soprannome di Rubin Carter, che fa da colonna sonora al film, anche i The Roots dedicarono una canzone alla vicenda dal nome The Hurricane con la collaborazione di molti artisti impegnati come Common e Mos Def.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ [1], Boxrec.
  2. ^ [2], Boxrec, Joey Giardello vs. Rubin Carter, January 22, 2011. "Giardello was cut over the left eye and shaken by a jolting left hook in the 4th round. Carter had his big chance in that round but he blew it" - Associated Press
  3. ^ [3], Boxrec, Joey Giardello vs. Rubin Carter, January 22, 2011. "A rousing finish in the last five rounds of the 15 rounder earned the crafty, 34 year old champion the unanimous decision over the second ranked contender from Paterson, N.J., at Convention Hall" - Associated Press
  4. ^ [4], Boxrec, Joey Giardello vs. Rubin Carter, January 22, 2011.
  5. ^ [5], Boxrec, Joey Giardello vs. Rubin Carter, January 22, 2011. "I had him on the hook but let him get off. He's cagey and takes a helluva punch. I think I won it clear - at least 9-6." Rubin Carter.
  6. ^ [6], Boxrec, Joey Giardello vs. Rubin Carter, January 22, 2011. "Unofficial poll of ringside scribes - 14 for Giardello, 3 for Carter"
  7. ^ False Arrest

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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