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Lalibela

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Lalibela
città
ላሊበላ (Lalibela)
La chiesa di San Giorgio, una delle tante chiese scavate nelle colline rocciose di Lalibela.
La chiesa di San Giorgio, una delle tante chiese scavate nelle colline rocciose di Lalibela.
Localizzazione
Stato Etiopia Etiopia
Regione Amara
Zona
Amministrazione
Amministratore locale Semien Wollo Zone
Territorio
Coordinate 12°01′59″N 39°01′59″E / 12.033056°N 39.033056°E12.033056; 39.033056 (Lalibela)Coordinate: 12°01′59″N 39°01′59″E / 12.033056°N 39.033056°E12.033056; 39.033056 (Lalibela)
Abitanti 14 668[1] (2005)
Altre informazioni
Fuso orario UTC+3
Cartografia
Mappa di localizzazione: Etiopia
Lalibela
Lalibela

Lalibela è una città nel nord dell'Etiopia famosa per le chiese monolitiche scavate nella roccia. Lalibela è una delle città più sacre dell'Etiopia, seconda solo ad Axum, e un centro di pellegrinaggi. A differenza di Axum la popolazione di Lalibela è quasi completamente cristiana ortodossa etiope. L'Etiopia fu una delle prime nazioni che adottarono il cristianesimo nella prima metà del IV secolo, e le sue radici storiche risalgono al tempo degli Apostoli.

È generalmente accettato, in particolare dal clero etiope, che la configurazione e i nomi dei principali edifici di Lalibela siano una rappresentazione simbolica di Gerusalemme[2]. Questo ha indotto alcuni esperti a datare le forme delle chiese attuali agli anni successivi alla conquista di Gerusalemme da parte del Saladino nel 1187[3].

Lalibela è situata nella Zona Semien Wollo della Regione degli Amara a circa 2.500 metri sul livello del mare. È la città principale del Woreda.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Durante il regno di Gebre Mesqel Lalibela (un membro della dinastia Zagwe, che governò l'Etiopia tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII secolo), l'attuale città di Lalibela era conosciuta come Roha. Il re santo fu chiamato così, perché si dice che uno sciame di api lo cinse alla nascita, cosa che sua madre interpretò come segno del suo futuro regno come imperatore d'Etiopia.

Si dice che Lalibela, venerato come santo, abbia visto Gerusalemme e abbia poi tentato di costruire una nuova Gerusalemme come sua capitale in risposta alla conquista dell'antica Gerusalemme da parte dei musulmani nel 1187. Ogni chiesa è stata intagliata in un unico blocco di roccia a simboleggiare spiritualità e umiltà. Alla fede cristiana si ispirano molti aspetti del luogo, a cui sono stati attribuiti nomi biblici - anche il fiume di Lalibela è conosciuto come il fiume Giordano. La città rimase capitale dell'Etiopia dal tardo XII al XIII secolo.

Il primo europeo a vedere queste chiese fu l'esploratore portoghese Pêro da Covilhã (1460-1526). Al sacerdote Francisco Álvares (1465-1540), che accompagnava l'ambasciatore portoghese durante la missione di questi presso il re d'etiopia Lebna Dengel nel 1520, si deve questa descrizione della meraviglia suscitata dalle straordinarie chiese di Lalibela:

(IT)

« Non mi affanno a scrivere di più su questi edifici, perché mi pare che non sarei creduto se ne scrivessi ancora... Ma giuro su Dio, nel cui potere io sono, che tutto ciò che ho scritto è la verità.[4] »

(EN)

« I weary of writing more about these buildings, because it seems to me that I shall not be believed if I write more...I swear by God, in Whose power I am, that all I have written is the truth.[4] »

(Francisco Álvares)

Benché Ramusio includesse le piante di parecchie di queste chiese nella sua stampa del 1550 del libro di Álvares rimane un mistero chi ne abbia fornito i disegni. Il successivo visitatore europeo di Lalibela fu Miguel de Castanhoso che servi come soldato Cristoforo da Gama e lasciò l'Etiopia nel 1544.[5] Dopo di lui passarono più di 300 anni prima che un altro europeo visitasse Lalibela, e fu Gerhard Rohlfs, tra il 1865 e il 1870.

Preti delle chiese rupestri di Lalibela, antico sito del cristianesimo etiope, ancor oggi luogo di pellegrinaggio e devozione.

Secondo il Futuh al-Habasha di Sihab ad-Din Ahmad, Ahmad Gragn bruciò una delle chiese di Lalibela durante la sua invasione dell'Etiopia[6]. Tuttavia, Richard Pankhurst ha espresso scetticismo su questo evento, sottolineando che sebbene Sihab ad-DIN Ahmad fornisca una descrizione dettagliata di una chiesa rupestre ("È stata scavata nella montagna. Anche i suoi pilastri sono stati ugualmente intagliati nella montagna."[6]), ne menziona una sola; Pankhurst aggiunge che "ciò che c'è di speciale in Lalibela (come ogni turista sa) e che è il luogo di undici chiese rupestri e non di una sola, e sono tutte a più o meno a un tiro di schioppo l'uno dall'altra!"[7] Pankhurst rileva altresì che le cronache reali ricordano che Ahmad Gragn attaccò il distretto tra luglio e settembre del 1531, ma non menzionano alcuna distruzione delle chiese leggendarie di questa città[8]. Egli concluse che se Ahmad Gragn bruciò una chiesa a Lalibela è più probabile che sia stata Bete Medhane Alem e che se l'esercito musulmano sbagliò o fu stato ingannato dai locali, allora la chiesa potrebbe essere Gannata Maryam, situata "10 miglia a est di Lalibela, e che ha anch'essa un porticato di pilastri tagliati nella montagna"[9].

Le chiese[modifica | modifica wikitesto]

Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall’UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Chiese rupestri, Lalibela
(EN) Rock-Hewn Churches, Lalibela
Bete Giyorgis 03.jpg
Tipo Culturali
Criterio (i), (ii), (iii)
Pericolo Non in pericolo
Riconosciuto dal 1978
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda
Mappa dell'area di Lalibela

Le chiese scavate nella viva roccia di questa città rurale, conosciuta per esse in tutto il mondo, sono una parte importante della storia dell'architettura rupestre. Benché la loro datazione non sia ben definita, l'idea prevalente è che siano state costruite durante il regno di Lalibela, vale a dire nel corso dei secoli XII e XIII. Il sito Unesco comprende 11 chiese,[10] organizzate in quattro gruppi:

Il gruppo settentrionale che comprende:

  • la Biete Medhane Alem (Casa del Salvatore del Mondo), sede della Croce di Lalibela[11], e che si ritiene essere la più grande chiesa monolitica del mondo, probabilmente una copia di Nostra Signora di Sion in Axum;
  • la Biete Maryam (Casa di Miriam / Casa di Maria), forse la più antica delle chiese, e una replica delle Tombe di Adamo e di Cristo[10];
  • la Biete Golgotha Mikael (Casa del Golgota Mikael), nota per le sue pitture murali e che si dice contenga la tomba del re Lalibela);
  • la Biete Maskal (Casa della Croce);
  • la Biete Denagel (Casa delle Vergini);

Il gruppo occidentale, che comprende la sola

  • Bet Giorgis (Chiesa di San Giorgio), considerata la chiesa più finemente eseguita e meglio conservata;

Il gruppo orientale, che comprende:

Più lontano, si trovano il monastero di Ashetan Maryam e la chiesa Yimrehane Kristos, (probabile XI secolo, costruita nello stile aksumita, ma all'interno di una grotta).

Quando vennero costruite le chiese[modifica | modifica wikitesto]

Vi è una certa polemica in merito alla data di costruzione delle chiese. David Buxton ne ha stabilito nel 1970 la cronologia generalmente accettata, sottolineando che "due di esse seguono con grande fedeltà di dettagli la tradizione rappresentata da Debre Damo e Yemrahana Kristos"[13]. Dal momento che per intagliare queste strutture nella roccia viva ci deve esser voluto più tempo dei pochi decenni di regno del re Lalibela, Buxton assume che il lavoro sia durato fino al XIV secolo[14]. Tuttavia David Phillipson, professore di archeologia africana presso l'Università di Cambridge, ha proposto che le chiese di Merkorios, Gabriel-Rufael, e Denagel siano state inizialmente scavate nella roccia mezzo millennio prima, come fortificazioni o altre strutture palaziali negli ultimi tempi del regno axumita, e che il nome di Lalibela sia stato semplicemente associato a tali strutture dopo la sua morte[15]. D'altra parte, lo storico etiope Getachew Mekonnen attribuisce alla regina di Lalibela Masqal Kibra la costruzione di una delle chiese rupestri (Abba Libanos) come memoriale per il marito dopo la sua morte[16][17].

Contrariamente alle teorie invocate da scrittori come Graham Hancock, secondo Buxton le chiese di Lalibela non sono state costruite con l'aiuto dei Cavalieri Templari; egli asserisce infatti che esistono abbondanti evidenze del fatto che siano state prodotte esclusivamente dalla civiltà medioevale etiope. Pur notando l'esistenza di una tradizione per cui "gli abissini chiesero l'aiuto di stranieri" per costruire le loro chiese monolitiche, e ammettendo che ci sono chiari segni di un'influenza axumita in certi dettagli decorativi, egli resta assolutamente convinto dell'origine etiope di queste creazioni.

Le chiese sono comunque anche una significativa impresa dal punto di vista ingegneristico, in quanto sono state associate con l'acqua (che riempie i pozzetti accanto a molte di esse) sfruttando un sistema artesiano geologico, che porta l'acqua fino in cima alla montagna su cui la città riposa[18].

Altri rapporti di missione dell'Unesco[modifica | modifica wikitesto]

In un rapporto 1970 delle dimore storiche di Lalibela, Sandro Angelo ha valutato il vernacolo dell'architettura di terra sul patrimonio mondiale di Lalibela, comprese le caratteristiche delle tradizionali case di terra e analisi del loro stato di conservazione.

La sua relazione descrive due tipi di alloggio rinvenuti nella zona. Un tipo sono un gruppo che s chiama "tukul", capanne rotonde costruite in pietra e di solito hanno due piani. Il secondo sono edifici costruiti in "Chika" che sono intorno. Rapporto di Angel comprendeva anche una classificazione degli edifici tradizionali di Lalibela mettendoli in categorie di rating del loro stato di conservazione.[19]

Altre caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Sarcedote in piedi oltre le mura del Bete Medhane Alem, che si ritiene essere la più grande chiesa monolitica del mondo

Lalibela è anche sede di un Aeroporto (ICAO codice HALL, IATA LLI), un grande mercato, due scuole e un ospedale.

Demografia[modifica | modifica wikitesto]

Sulla base dei dati del Agenzia Centrale di Statistica nel 2005, la città ha una popolazione totale stimata di 14.668 di cui 7.049 maschi e 7.619 erano erano femmine.[20] Il 1994 censimento nazionale ha registrato la sua popolazione a essere 8.484 di cui 3.709 maschi e 4.775 erano erano femmine.

Nella letteratura popolare[modifica | modifica wikitesto]

Lalibela è menzionato come "la città dei sacerdoti e chiese rupestri" da Tananarive Due nel romanzo 'My Soul per mantenere' '.

Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ CSA 2005 National Statistics, Table B.4
  2. ^ David W. Phillipson, Ancient Churches of Ethiopia (New Haven: Yale University Press, 2009), p. 181
  3. ^ Phillipson, Ancient Churches, p. 179
  4. ^ a b Francisco Alvarez, The Prester John of the Indies, translated by C.F. Beckingham and G.W.B. Huntingford (Cambridge: Hakluyt Society, 1961), p. 226. Beckingham and Huntingford added an appendix that discusses Alvarez's description of these churches, pp. 526-42.
  5. ^ De Castanhoso's account is translated in R.S. Whiteway, The Portuguese Expedition to Ethiopia (London: The Hakluyt Society, 1902), pp. 94-98.
  6. ^ a b Sihab ad-Din Ahmad bin 'Abd al-Qader, Futuh al-Habasa: The conquest of Ethiopia, translated by Paul Lester Stenhouse with annotations by Richard Pankhurst (Hollywood: Tsehai, 2003), pp. 346f.
  7. ^ Pankhurst, "Did the Imam Reach Lalibela?" Addis Tribune, 21 November 2003
  8. ^ Sihab ad-Din Ahmad, Futuh al-Hasasa, p. 346n. 785.
  9. ^ Sihab ad-Din Ahmad, Futuh al-Hasasa, p. 346n. 786.
  10. ^ a b Rock-Hewn Churches, Lalibela
  11. ^ Si tratta di una grande croce processionale, dalle decorazioni molto eleborate, databile al XII secolo, che costituisce una delle più preziose reliquie religiose e storiche dell'Etiopia. È un oggetto grande circa 60 x 24 centimetri del peso di circa 7 chili, forgiato in un unico pezzo di metallo - forse oro o bronzo dorato.
  12. ^ Bethlehem
  13. ^ David Buxton, The Abyssinians (New York: Praeger, 1970), p. 110
  14. ^ Buxton, The Abyssinians, p. 108
  15. ^ "Medieval Houses of God, or Ancient Fortresses?" Archaeology (November/December, 2004), p. 10.
  16. ^ Getachew Mekonnen Hasen, Wollo, Yager Dibab (Addis Ababa: Nigd Matemiya Bet, 1992), p. 24.
  17. ^ Buxton, The Abyssinians, pp. 103f
  18. ^ Mark Jarzombek, Lalibela and Libanos: The King and the Hydro-Engineer of 13th Century Ethiopia (PDF), in Construction Ahead, (May–June 2007), pp. 16–21.
  19. ^ Ishanlosen Odiaua, Mission Report:Earthen architecture on the Lalibela World Heritage Site (PDF), su http://whc.unesco.org/en/earthen-architecture/, UNESCO. URL consultato il 25 luglio 2014.
  20. ^ CSA 2005 National Statistics, Table B.3

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) [CSA 2005 National Statistics, Table B.4]
  • (EN) [David W. Phillipson, Ancient Churches of Ethiopia (New Haven: Yale University Press, 2009), p. 181]
  • (EN) [Phillipson, Ancient Churches, p. 179]
  • (EN) [Francisco Alvarez, The Prester John of the Indies, translated by C.F. Beckingham and G.W.B. Huntingford (Cambridge: Hakluyt Society, 1961), p. 226. Beckingham and Huntingford added an appendix that discusses Alvarez's description of these churches, pp. 526–42.]
  • (EN) [a b Sihab ad-Din Ahmad bin 'Abd al-Qader, Futuh al-Habasa: The conquest of Ethiopia, translated by Paul Lester Stenhouse with annotations by Richard Pankhurst (Hollywood: Tsehai, 2003), pp. 346f.]
  • (EN) [Pankhurst, "Did the Imam Reach Lalibela?" Addis Tribune, 21 November 2003]
  • (EN) [Sihab ad-Din Ahmad, Futuh al-Hasasa, p. 346n. 785.]
  • (EN) [Sihab ad-Din Ahmad, Futuh al-Hasasa, p. 346n. 786.]
  • (EN) [a b Rock-Hewn Churches, Lalibela]
  • (EN) [Bethlehem]
  • (EN) [David Buxton, The Abyssinians (New York: Praeger, 1970), p. 110]
  • (EN) [Buxton, The Abyssinians, p. 108]
  • (EN) ["Medieval Houses of God, or Ancient Fortresses?" Archaeology (November/December, 2004), p. 10.]
  • (EN) [Getachew Mekonnen Hasen, Wollo, Yager Dibab (Addis Ababa: Nigd Matemiya Bet, 1992), p. 24.]
  • (EN) [Buxton, The Abyssinians, pp. 103f]
  • (EN) [Mark Jarzombek, Lalibela and Libanos: The King and the Hydro-Engineer of 13th Century Ethiopia in Construction Ahead, (May–June 2007), pp. 16–21.]
  • (EN) [Mission Report:Earthen architecture on the Lalibela World Heritage Site, UNESCO. URL consultato il 25 July 2014.]
  • (EN) [CSA 2005 National Statistics, Table B.3]
  • Lino Bianchi Barriviera, Le chiese in roccia di Lalibela e di altri luoghi del Lasta, Roma, Istituto per l'Oriente, 1963.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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