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Storia d'Etiopia

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Itinerario del viaggio in Abissinia fatto da Pippo Vigoni nel 1879

La Storia d'Etiopia è la storia dello Stato africano dell'Etiopia, uno dei più antichi stati africani situato nel centro-est dell'Africa.

Storia antica[modifica | modifica wikitesto]

Rovine del tempio di Yeha, nel Tigrè

La regione etiope è abitata dall'uomo fin da tempi preistorici. La storia antica della regione è legata a quella delle culture del Medio Oriente, come i Sabei e gli Ebrei. Intorno all'VIII secolo a.C. si sviluppò, nei territori corrispondenti alle odierne Eritrea ed Etiopia settentrionale, un regno noto come D'mt, sostituito nel IV secolo a.C. da vari piccoli regni. Nel I secolo a.C. si impose sugli altri il regno di Axum fondato da Menelik I; nel corso del IV secolo d.C., san Frumenzio convertì il re Ezanà al cristianesimo, che divenne la religione di Stato (chiesa ortodossa etiope).[1]

Relazioni con i Sabei e gli Ebrei[modifica | modifica wikitesto]

La storia antica della regione è legata a quella delle culture del Medio Oriente, come i Sabei e gli Ebrei. Ci fu presenza di popolazioni di lingua semitica in Etiopia ed Eritrea almeno dal II millennio a.C.[2] inoltre ci sono elementi della tradizione religiosa etiopica che indicano un antico influsso dell'ebraismo.

L'influenza dell'ebraismo è evidente anche nella tradizione religiosa etiope. Durante il medioevo i testi etiopi della chiesa ortodossa etiope tra cui il Kebra Nagast, fanno riferimento ad antichi rapporti fra Etiopia e Israele. Queste fonti elaborano il racconto biblico dell'incontro fra la Regina di Saba (chiamata Makeda nella tradizione etiope) e Re Salomone collocando il Regno di Saba in Etiopia. Nel Kebra Nagast ("La Gloria dei Re") l'Etiopia viene presentata come la nuova terra dell'Alleanza, fatto simboleggiato dal dono dell'Arca fatto da Salomone a Makeda. Lo stesso Kebra Nagast attribuisce un'origine ebraica alla stirpe reale etiope, indicando come il primo impero etiopico fu fondato da Menelik I, tradizionalmente considerato il figlio primogenito della regina di Saba Makeda e del re d'Israele Salomone.[3]

Regno di Dʿmt[modifica | modifica wikitesto]

Una delle più antiche culture note dell'area, il Regno di Dʿmt era strettamente legata al regno yemenita dei Sabei (che a sua volta si ritiene corrispondere al biblico Regno di Saba). È verosimile che vi sia una stretta relazione fra il Regno di Dʿmt e il successivo Regno di Axum, ma i dettagli della transizione non sono chiari.[4]

Al tardo Regno di Dʿmt si riconducono le rovine del tempio di pietra di Yeha (VI o V secolo a.C.). Questo tempio, come altri reperti dello stesso periodo (per esempio gli altari di pietra delle isole-monastero del lago Tana) indicano un forte influsso della cultura ebraica. È stato ipotizzato che in un periodo di tempo compreso fra l'VIII e il V secolo a.C. coloni ebrei siano arrivati in Etiopia attraverso l'Egitto, il Sudan e l'Arabia meridionale.

Regno di Axum[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Regno di Axum.

Il primo regno importante della attuale Etiopia di cui si abbiano notizie certe è quello di Axum, sorto fra il IV e il I secolo a.C.. Il regno nacque probabilmente dall'unificazione di regni minori, tra cui forse quello di Dʿmt, inizialmente includendo solo la zona dell'acrocoro etiopico. In seguito si iniziò a espandere, soprattutto verso sud. Nel III secolo il regno iniziò a battere moneta e il profeta persiano Mani lo citò nei suoi scritti tra le quattro grandi potenze del mondo, insieme all'Impero Romano, alla Persia ed alla Cina. Nella prima metà del IV secolo, in seguito alla conversione del re Ezana da parte del primo vescovo d'Etiopia Frumenzio, Axum divenne cristiano. Fu il primo stato a usare la croce cristiana come simbolo sulle monete.[senza fonte]

Il monastero axumita di Debre Damo (V o VI secolo)

Il regno ebbe il suo momento di massima espansione nel IV secolo, quando giunse a controllare Etiopia, Eritrea, Sudan settentrionale, Egitto meridionale, Gibuti, Somalia occidentale, Yemen e Arabia Saudita meridionale, per un totale di 1,25 milioni di km². In questo periodo il regno di Axum giunse a confinare con l'Impero Romano, che controllava l'Egitto settentrionale.

Dopo il VI secolo il regno iniziò a declinare, cessando nel VII secolo a battere moneta. Le cause di questo declino non sono note. Il crollo definitivo avvenne intorno all'anno 1000, forse in seguito all'invasione da parte di Gudit (Giuditta), una regina ebrea o pagana. Nei secoli successivi emerse una nuova dinastia reale axumita, la dinastia Zagwe, che non riuscì comunque a riportare il regno ai fasti del millennio precedente. Il periodo fra l'anno 1000 e il XIII secolo fu un periodo oscuro della storia dell'Etiopia, di cui si sa pochissimo.

Guerra etiopico-sasanide[modifica | modifica wikitesto]

Modello di tessuto di tenda in lana egizia, o di pantaloni: copia di seta sasanide importata, a sua volta basata su un affresco del re persiano Cosroe II che combatte le forze etiopi in Yemen (VI secolo).
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra etiopico-persiana.

La Guerra etiopico-persiana contrappose, alla fine del VI secolo, l'Impero sasanide persiano all'Impero di Axum etiope per il controllo e lo sfruttamento dell'regno di Himyar (Arabia meridionale). Dopo la battaglia di Hadramawt e l'assedio di Ṣanʿāʾ nel 570, gli Etiopi furono espulsi dalla Penisola araba. Essi riuscirono peraltro a ristabilire la loro presenza e il loro potere in quelle stesse regioni nel 575 o 578, quando un nuovo esercito persiano[5] invase il regno Himyarita e ristabilì sul trono il deposto sovrano, in posizione tuttavia di vassallo di Ctesifonte. Il fatto mise per sempre fine alla presenza politica etiope in Arabia.

Medioevo etiope[modifica | modifica wikitesto]

Presumibilmente intorno al 970 ebbe inizio un periodo considerato da vari studiosi come "Medioevo etiope",[1] quando la regina Gudit (o Yodit), forse ebrea, invase il regno di Axum e distrusse tutti i luoghi di culto cristiani;[6] benché le notizie certe siano molto scarse, secondo la tradizione etiopica Gudit governò sulla regione per 40 anni prima di trasmettere la corona ai suoi discendenti.[1][6]

Dinastia Zaguè[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dinastia Zaguè.

L'ultimo dei successori della regina Gudit fu rovesciato da Mara Teclè Haimanòt, che nel 1137 fondò la dinastia Zaguè di etnia agau e sposò una figlia dell'ultimo re di Axum, Dil Na'od, per affermare la sua legittimità alla successione.[1] La capitale era Adafa, non lontano dalla moderna Lalibela nelle montagne Lasta.[7] Gli Zaguè ripristinarono come religione di Stato il cristianesimo, riprendendo così le tradizioni axumite.[8] A loro si deve la costruzione delle chiese nella roccia, inclusa la Chiesa di San Giorgio a Lalibela.

Il periodo Zaguè è ancora avvolto nel mistero e anche il numero dei re di questa dinastia è contestato. Alcune fonti (come la Cronaca di Parigi, e i manoscritti di Bruce 88, 91 e 93) danno i nomi di undici re che avrebbero governato per 354 anni, altre (tra cui il libro di Pedro Páez e di Manuel de Almeida) elencano soltanto cinque re che avrebbero regnato per 143 anni.[9] Paul B. Henze riferisce l'esistenza di almeno una lista che contiene 16 nomi[10].

Secondo David Buxton l'area sotto il dominio diretto dei re Zaguè "probabilmente abbracciava gli altipiani della moderna Eritrea e di tutta la provincia Tigrai, che si estendeva verso sud a Uàg, Lasta e la (provincia di Uollo) e verso ovest, verso il Lago Tana (Beghemeder)."[11]

La fine della dinastia Zaguè avvenne quando Yekuno Amlak, che si proclamò discendente ed erede legittimo di Dil Na'od e di agire sotto la guida di san Tekle Haymanot o san Iyasus Mo'a, perseguitò l'ultimo re Zaguè (noto come Za-Ilmaknun, probabilmente Yetbarak.) e lo uccise presso la chiesa di San Qirqos a Gaynt, sul lato nord del fiume Bashiloe.[12]

L'Impero d'Etiopia (1270-1975)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Impero d'Etiopia.

Ascesa della dinastia Salomonide[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dinastia Salomonide.

Intorno al 1270,[7] Yekuno Amlak depose l'ultimo re della dinastia Zagwe, fondò un nuovo regno e una nuova dinastia. Questa nuova linea dinastica, nota come dinastia salomonica, rivendicava la discendenza diretta dal biblico Re Salomone.[13] Il nuovo stato, noto come "Impero Etiope", controllava un territorio che comprendeva le regioni di Tigrè, Amhara e Shewa.

Gli imperatori adottarono il titolo di negus o negus neghesti (letteralmente "re dei re"). L'impero d'Etiopia si concluse solo nel 1974, quando un colpo di stato portò al potere una giunta militare (Derg) capeggiata dal dittatore Mengistu Haile Mariam che depose l'ultimo imperatore Haile Selassie. La monarchia venne abolita ufficialmente l'anno successivo, il 12 marzo del 1975, anche se l'ultimo imperatore (privo di poteri ed esiliato nel 1989) morì nel 1997.

Contatto con i portoghesi[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal XV secolo ebbero inizio i primi contatti tra gli imperatori etiopi e i regnanti europei,[14] ma solo nel secolo successivo si stabilirono i primi accordi continuativi tra l'Impero d'Etiopia e il Regno del Portogallo.[15] Verso la fine del XV secolo, l'esploratore portoghese Pero da Covilhã giunse in Etiopia mentre era in missione per consegnare una lettera al Prete Gianni, il sovrano di un leggendario regno cristiano dell'estremo oriente (un mito molto diffuso nell'Europa medioevale). Covilhã fu accolto alla corte del negus e ritenne di aver raggiunto il proprio obiettivo. Il negus ricevette quindi la lettera indirizzata al Prete Giovanni e a sua volta inviò una missiva al re del Portogallo, chiedendogli sostegno nello scontro con i musulmani. Nel 1520 una flotta portoghese entrò nel Mar Rosso, rimanendovi circa 6 anni. Uno dei membri di questa ambasciata era Francisco Álvares, che scrisse un importante resoconto sull'Etiopia dell'epoca.[senza fonte]

L'imperatore Davide II

Guerra con il sultanato di Adal[modifica | modifica wikitesto]

I portoghesi aiutarono l'imperatore Davide II e il suo successore Claudio a contrastare l'invasione del Paese da parte del generale Ahmad ibn Ibrihim al-Ghazi del Sultanato di Adal.[16] Fra il 1528 e il 1540 l'imam Ahmad ibn Ibrihim al-Ghazi invase il sultanato di Adal (una delle regioni musulmane dell'impero etiope) e da lì scatenò i propri eserciti contro l'Etiopia, dichiarando la guerra santa. I portoghesi inviarono una flotta in aiuto al negus.[17] In un primo momento, i moschettieri portoghesi sembrarono poter decidere le sorti della guerra in favore dell'Etiopia. Tuttavia, nell'agosto del 1542, subirono una pesante sconfitta a Wofla. Nel 21 febbraio 1543 i musulmani furono a loro volta fortemente sconfitti nella battaglia di Wayna Daga, in cui perse la vita lo stesso Ahmad. Una volta sconfitti i musulmani, i portoghesi chiesero che il negus di Etiopia si sottomettesse ufficialmente alla Chiesa di Roma, ma il sovrano etiope si rifiutò.

Rapporto con i gesuiti[modifica | modifica wikitesto]

Re Susenyos I riceve il patriarca latino Alfonso Mendez

In seguito ai contatti fra l'Etiopia e i portoghesi, i gesuiti entrarono nel paese, stabilendosi a Fremona. Nel primo periodo della loro permanenza non erano visti di buon occhio dalle autorità etiopi. Nel XVII secolo, il gesuita Pedro Páez riuscì a entrare nelle grazie dell'imperatore. In questo periodo i Gesuiti fecero costruire chiese ma anche ponti e altre opere di pubblica utilità. Il successore di Páez, Alfonso Mendez, fu meno diplomatico e contribuì a un nuovo calo di popolarità dei Gesuiti sia a corte che presso la popolazione. Nel 1633 la Società di Gesù fu definitivamente espulsa dall'Etiopia.

L'era dei principi[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Zemene Mesafint.

Tra la metà del XVIII secolo[18] e il 1855, l'Etiopia visse un periodo di isolamento denominato Zemene Mesafint o "Era dei Principi", durante il quale il Paese, suddiviso in molteplici feudi indipendenti tra loro, fu interessato da guerre per la supremazia tra i potenti ras locali; i numerosi imperatori che si succedettero, tutti di etnia oromo, avevano un potere limitato e dominavano solo la zona intorno alla capitale Gondar. Il secolo fu caratterizzato da un ristagno nello sviluppo sociale e culturale dell'impero, che fu attraversato da conflitti religiosi sia all'interno della Chiesa ortodossa etiope sia tra la Chiesa stessa e i musulmani.[19]

L'arrivo del colonialismo inglese e italiano nel Mar Rosso[modifica | modifica wikitesto]

L'Era dei Principi terminò nel 1855, con la presa del potere dell'imperatore Teodoro II, che, dopo aver accorpato i numerosi feudi in cui era suddiviso l'Impero centralizzando in tal modo il potere, iniziò l'opera di modernizzazione dell'Etiopia. Tuttavia, nel 1868, in seguito alla detenzione di alcuni missionari e rappresentanti del governo britannico, la Gran Bretagna lanciò una vittoriosa spedizione punitiva in Etiopia, al cui termine l'Imperatore si suicidò.[20]

Il successore di Teodoro II, Teclè Ghiorghìs II, fu sconfitto nel 1871 dal deggiasmac Cassa, che l'anno seguente fu proclamato imperatore col nome di Giovanni IV.[21] Durante il suo regno, l'apertura del canale di Suez diede avvio alla colonizzazione dell'Africa da parte dei Paesi europei.

Nel 1870 la compagnia italiana Rubattino firmò un Contratto di acquisto della Baia di Assab, in Eritrea, con il sultano locale. [22] Nel 1882 lo Stato italiano acquistò dalla Rubattino la baia di Assab, che costituì la base per le successive conquiste coloniali nelle regioni costiere dell'Eritrea. Iniziava così la penetrazione coloniale italiana nell'area e i primi scontri con l'Impero d'Etiopia, fino alla conquista dell'Eritrea nel 1888.

Menelik II e la dinastia Salomonide[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Menelik II
L'Impero d'Etiopia

     nel 1875

     nel 1900

Menelik II, già sovrano della regione di Scioà, divenne imperatore d'Etiopia nel 1889 succedendo all'imperatore Giovanni IV unificando il suddetto regno di Scioà, i territori degli Oromo, il Tigrè e l'Amara. Menelik II, che fu imperatore fino alla morte nel 1913, portò al potere la dinastia Salomonide che si esaurirà con l'ultimo imperatore Hailé Selassié.

I rapporti tra il Regno d'Italia e l'Impero d'Etiopia furono quindi regolati nel maggio 1889 con la stipula del trattato di Uccialli, che prevedeva anche il riconoscimento da parte di Menelik II delle acquisizioni italiane in Eritrea. Tuttavia, le clausole del trattato (scritto in italiano e in amarico), riguardanti il vincolo del governo etiope di servirsi della diplomazia italiana per intrattenere rapporti con le altre nazioni europee, furono redatte in due versioni non esattamente corrispondenti tra le due lingue. Menelik II pretese quindi una revisione del trattato prima dei tempi stabiliti, ma il governo italiano rifiutò. Ne scaturirono accesi contrasti, che peggiorarono fino allo scoppio nel 1895 della guerra d'Abissinia.[23] Il conflitto si concluse l'anno seguente con la pesante sconfitta italiana nella battaglia di Adua e la conseguente stipula il 26 ottobre del 1896 del trattato di Addis Abeba, che abrogò il precedente trattato di Uccialli e sancì le nuove relazioni fra i due Paesi: l'Italia riconobbe la piena sovranità etiopica, il confine lungo la linea Mareb-Belesa-Muna rimase inalterato, i prigionieri italiani furono restituiti in cambio del pagamento delle spese per il loro sostentamento e furono avviate nuove trattative commerciali.[24].

Alla morte di Menelik II il regno passò nelle mani del nipote Iasù V, che fu deposto nel corso di una rivolta, e poi in quelle dell'imperatrice Zauditù che divise conflittualmente il potere con l'erede designato, ras Tafarì Maconnèn, che nel 1930 salì al potere con il nome di Hailé Selassié, in seguito all'improvvisa morte dell'imperatrice; fu proprio Hailé Selassié il principale artefice dell'ingresso dell'Etiopia come primo stato africano nella Società delle Nazioni nel 1923.

La conquista italiana[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Africa Orientale Italiana.
L'Impero d'Etiopia nel 1930

L'attacco italiano sferrato senza dichiarazione di guerra ebbe il via il 3 ottobre 1935. Fu condannato dalla Società delle Nazioni e fu condotto anche con l'utilizzo di armi proibite dalle convenzioni come l'iprite. Gli italiani riuscirono a sconfiggere la resistenza degli etiopi e a spingersi fino alla capitale Addis Abeba, nella quale entrarono il 5 maggio 1936, mentre l'imperatore Hailé Selassié andò in volontario esilio.

L'Etiopia fu così annessa all'Africa Orientale Italiana. In seguito ad un attentato al Maresciallo Graziani, nel 1937 venne compiuta una rappresaglia sulla popolazione civile che costò agli etiopi molti morti: 3.000 secondo le stime britanniche, 30.000 secondo le fonti etiopi.[senza fonte] Gli accertamenti italiani successivi riportarono il computo dei morti etiopici a più di 300[25].

Numerose furono le opere pubbliche che coinvolsero le città dell'Africa Orientale Italiana fino alla caduta di quest'ultima nel 1941. Basti ricordare il monumentale Piano regolatore di Addis Abeba del 1938 che a lavori inoltrati fu interrotto allo scoppio del conflitto.

Le leggi del Regno d'Italia furono applicate in tutto l'Impero per quanto riguarda la schiavitù che fu abolita.[26] Questo processo richiese misure transitorie dato l'alto numero di schiavi presenti, stimati in 9 milioni, ma le amministrazioni locali furono efficienti e si possono ricordare De Bono in Tigré o Tomellini in Agarò[27]. Normalmente, gli schiavi liberati ritornarono dai loro ex-padroni i quali tuttavia non ebbero più la proprietà dell'individuo, il diritto alle punizioni corporali e dovettero erogare un salario minimo in cambio del lavoro svolto.

Il secondo regno di Hailé Selassié[modifica | modifica wikitesto]

L'imperatore Hailé Selassié nel 1969

Dopo la dissoluzione dell'impero coloniale italiano e la liberazione dell'Etiopia da parte degli inglesi, nel 1941, Hailé Selassié ridivenne imperatore ricominciando la sua opera di riforma sopprimendo il potere dell'aristocrazia terriera, riformando l'esercito e promulgando la prima Costituzione nel 1955. Simbolo anticolonialista, icona e "messia" della corrente politico-religiosa nota come Rastafarianesimo, Haile Selassie I scompare in circostanze non chiarite nel 1975 dopo la sua deposizione da parte della dittatura militare del Derg che mise sostanzialmente fine alla lunga fase imperiale. Formalmente ebbe un successore, Amha Selassie I, che rimase imperatore pur senza alcun potere fino alla sua morte (nel 1997) e che ciò nonostante fu condannato all'esilio nel 1989.

Il regime del DERG di Mengistu[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Derg e Terrore rosso (Etiopia).

Il 12 settembre del 1974 un colpo di Stato compiuto da un gruppo di ufficiali dell'esercito etiope segnò l'inizio della guerra civile. Il Derg detronizzò Hailé Selassié e lo rinchiuse nel palazzo di Menelik II;[28] inizialmente incoronò al suo posto il figlio Amhà Selassié, ma il 12 marzo del 1975 proclamò la fine del regime imperiale[29] e la nascita di uno Stato comunista. Hailé Selassié morì il 27 agosto di quell'anno, probabilmente soffocato con un cuscino.[30]

Nel 1977, nella lotta interna tra le diverse fazioni del Derg, prevalse quella più radicale guidata dal maggiore Menghistu Hailè Mariàm, che instaurò per alcuni anni il cosiddetto regime del Terrore Rosso.[31] Nel 1987 il paese prese il nome di Repubblica Popolare Democratica d'Etiopia e la dittatura fu sostituita dal regime monopartitico del Partito dei Lavoratori d'Etiopia. Con la fine del comunismo in Europa orientale in seguito alle rivoluzioni del 1989, il Negus Rosso perse l'appoggio dell'URSS e nel 1991 fuggì in Zimbabwe,[32] travolto dal Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope, che assunse il potere nella nuova Repubblica Federale Democratica d'Etiopia.[33]

L'anno seguente furono rinvenuti, sepolti sotto una latrina del palazzo di Menelik II, i resti di Hailé Selassié, che furono recuperati e nel 2000 traslati solennemente nella cattedrale della Santissima Trinità di Addis Abeba, nella cui cripta si trovavano già le spoglie di Amhà Selassié.[34]

La nascita della repubblica e la guerra con l'Eritrea[modifica | modifica wikitesto]

Meles Zenawi, leader etiope dal 1991 al 2012
Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Guerra Etiopia-Eritrea e Guerra di indipendenza eritrea.

Nel biennio 1984-1985 il paese venne colpito da una carestia di vastissime proporzioni che portò alla morte di un milione di persone. Nel 1991, stremato da golpe sanguinosi, rivolte, siccità su larga scala e dal problema dei rifugiati politici, il regime di Mengistu Haile Mariam venne scalzato ufficialmente da una coalizione di forze ribelli, il FRDPE.

Meles Zenawi, leader del Fronte di Liberazione del Tigrè, restò a capo di un governo di transizione dal 1991 al 1995, quando si tennero le prime elezioni multipartitiche della nuova Repubblica Federale Democratica d'Etiopia, dopo le quali venne nominato primo ministro. Zenawi fu riconfermato alle elezioni del 2000, elezioni del 2005 e elezioni del 2010. Alla sua morte improvvisa nel 2012 venne sostituito al potere da Hailemariam Desalegn, confermato alla elezioni del 2015.

Tra il 1998 ed il 2000 l'Etiopia fu impegnata in un conflitto militare con l'Eritrea, terminato con l'Accordo di Algeri. L'Etiopia post-DERG resta un regime autoritario, in cui un federalismo de jure si contrappone ad un pesante centralismo e repressione militare delle richieste autonomiste delle province, in particolare del popolo oromo, la cui ultima rivolta nel 2016 è stata repressa nel sangue.[35][36]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Adejumobi, p. 10
  2. ^ Munro-Hay
  3. ^ Keller, p. 48.
  4. ^ Munro-Hay, pp. 63-sgg.
  5. ^ Guidato da Vahrēz.
  6. ^ a b Negash, pp. 4-6.
  7. ^ a b Pankhurst, p. 45.
  8. ^ Negash, p. 8.
  9. ^ GWB Huntingford, "La ricchezza dei Re' e la fine della dinastia Zāguē",Bollettino della Scuola di Studi Orientali e Africani, 28 (1965), p. 8
  10. ^ Henze,Layers of Time. (New York: Palgave, 2000), p. 50 n.19
  11. ^ David Buxon, nel libro The Abyssinians (New York, Praeger 1970), p. 44
  12. ^ GWB Huntingford, "'The Wealth of Kings'", p. 2
  13. ^ Keller, pp. 17-18.
  14. ^ Mortimer, p. 111.
  15. ^ Beshah, Aregay, p. 25.
  16. ^ Beshah, Aregay, pp. 45-52.
  17. ^ Beshah, Aregay, pp. 45-52.
  18. ^ Gli storici non sono concordi nella data esatta: 1755 o 1769
  19. ^ Keller, p. 21.
  20. ^ Keller, pp. 21-27.
  21. ^ Keller, pp. 27-28.
  22. ^ Massimo Romandini, L'acquisto di Assab, l'esordio del colonialismo italiano, su ilcornodafrica.it. URL consultato il 6 novembre 2017.
  23. ^ Uccialli, Trattato di, su www.treccani.it. URL consultato il 3 settembre 2017.
  24. ^ Addis Abeba, su www.treccani.it. URL consultato il 3 settembre 2017.
  25. ^ Beppe Pegolotti,L'attentato a Graziani", articolo su Storia illustrata, 1971 pag 100 testimonia Beppe Pegolotti, presente agli avvenimenti che "c'è da dire che ci fu molta esagerazione da parte dei corrispondenti esteri, circa il numero degli uccisi, che fu fatto ascendere addirittura a tremila. L'eccidio fu pesante. Ma gli accertamenti stabilirono il numero in circa trecento. Si ebbero, purtroppo, diversi casi di esecuzione sommaria, ai quali tuttavia le truppe rimasero estranee. I cadaveri furono lasciati per tre giorni sui margini delle strade, nei prati antistanti i "tucul". Il mercato indigeno fu distrutto dalle fiamme, incendiati furono anche certi gruppi di "tucul" dove erano stati trovati fucili e munizioni."
  26. ^ Del Boca, Angelo. Italiani in Africa Orientale: La conquista dell'Impero, p.131.
  27. ^ http://www.mymilitaria.it/liste_04/schiavitu_tigre.htm
  28. ^ Valdes Vivo, p. 25.
  29. ^ Shinn, Ofcansky, p. 55.
  30. ^ Shinn, Ofcansky, p. 195.
  31. ^ Giovagnoli, Pons, p. 413.
  32. ^ Pedrazzi, p. 226.
  33. ^ Repubblica federale democratica d'Etiopia, p. 5.
  34. ^ Renzo Paternoster, Hailé Selassié, per la leggenda discendente di re Salomone, su win.storiain.net. URL consultato il 7 novembre 2017.
  35. ^ Etiopia, stato di emergenza: in fiamme per la repressione degli oromo, Repubblica.it, 10 ottobre 2016. URL consultato il 18 dicembre 2017.
  36. ^ Minoranze etniche e diritti. La ribellione oromo fa tremare l'Etiopia, Avvenire, 22 ottobre 2016. URL consultato il 18 dicembre 2017.


Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Taffara Deguefé, A tripping stone, Addis Ababa University Press, Addis Abeba, 2003.
  • Taffara Deguefé, Minutes of an Ethiopian Century, Shama Books, Addis Abeba 2006.
  • (EN) Stuart Munro-Hay, Aksum: An African Civilization of Late Antiquity, Edimburgo, University Press, 1991.
  • Lorenzo Mazzoni, Kebra Nagast. La Bibbia segreta del Rastafari, Coniglio editore, 2007, ISBN 978-88-6063-063-6.
  • Harold G. Marcus, A history of Ethiopia, University of California Press, Berkeley, 1994.
  • Arnaldo Mauri, Monetary developments and decolonization in Ethiopia, Acta Universitatis Danubius Œconomica, VI, n. 1, 2010 [1] e [2]
  • Arnaldo Mauri, The early development of banking in Ethiopia, International Review of Economics, Vol. 50, n. 4, 2003 e Origins and early development of banking in Ethiopia, WP. n. 4/2003, Dipartimento di Economia, Management e Metodi Quantitativi, Università degli Studi di Milano.Origins and early development of banking in Ethiopia
  • Lorenzo Mazzoni. "Haile Selassie I. Discorsi scelti 1930 - 1973". Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2011. ISBN 978-88-6222-159-7
  • Jane e Jean Ouannou, L'Ethiopie pilote de l'Afrique, Maisonneuve & Larose, Parigi, 1962.
  • Bahru Zewde, A history of modern Ethiopia 1855-1974, Addis Ababa University Press, Addis Abeba, 1991
  • AA.VV. L'impero nel cassetto - l'Italia coloniale tra album privati e archivi pubblici -, Mimesis, Milano - Udine, 2013

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