Cancel culture

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La locuzione cancel culture (in italiano cultura della cancellazione o cultura del boicottaggio) è usata per indicare una forma moderna di ostracismo nella quale qualcuno diviene oggetto di indignate proteste e di conseguenza estromesso da cerchie sociali o professionali - sia online sui social media, che nel mondo reale, o in entrambi.[1]

Differenze[modifica | modifica wikitesto]

Si differenzia dalla call-out culture (call-out significa "richiamare")[2] perché, in questo caso, l'azione di pubblica stigmatizzazione si limita a chiedere le pubbliche "scuse" e il "ravvedimento" della persona o dell'azienda colpita per fatti o espressioni ritenute "offensive" di cui è accusato[3].

Si differenzia altresì dalla damnatio memoriae perché non deriva da una imposizione dei poteri pubblici dotati di coercitività, ma da comunità che operano secondo il principio dell'"economia dell'attenzione": esso prevede che "quando privi qualcuno della tua attenzione, lo stai privando di un sostentamento"[4]. In ogni caso, la dottrina evidenzia come queste scelte - quando impattano sul diritto all’accesso all’informazione - "ledano il principio di tolleranza, pietra miliare di tutti gli Stati democratici"[5].

Origine del termine[modifica | modifica wikitesto]

Rimozione della statua del generale confederato Robert E Lee, a new New Orleans, 19 Maggio 2017

Il termine si è diffuso a partire dal 2017 dal cosiddetto Black Twitter (una comunità informale su Twitter composta per lo più da utenti afroamericani) e definiva inizialmente lo "smettere di dare supporto a una determinata persona" con mezzi come il "boicottaggio" o la "mancata promozione" delle sue attività. Ciò nel tentativo di danneggiare anche economicamente quella persona, giudicata moralmente o socialmente deprecabile.

Fra giugno e luglio 2020 prima il senatore repubblicano Tom Cotton[6], poi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump[7] hanno accostato la cultura della cancellazione alle conseguenze del movimento Black Lives Matter sulla coscienza storica americana.

Di conseguenza la locuzione si è rapidamente estesa a tutti quegli ambiti di revisionismo e moderna iconoclastia che chiedono a vario titolo la rimozione di monumenti, riconoscimenti e toponomastica[8] e in generale all'azione del politicamente corretto[9].

Nel 2020 il linguista Noam Chomsky ha riconosciuto l'esistenza della cultura della cancellazione[10], contrapponendovisi. Anche in questo senso in Italia la locuzione è utilizzata per lo più come "termine ombrello in cui sono ricadute l'iconoclastia, la censura preventiva degli editori, le polemiche sulle favole"[9], eccetera. Per converso, chi ne contesta il valore euristico sostiene che il sintagma "cancel culture" rende più difficili le conversazioni complesse, raggruppando varie situazioni sotto un unico termine[11].

Il dibattito sulla cultura della cancellazione[modifica | modifica wikitesto]

Una forma "rafforzata" di revisionismo[modifica | modifica wikitesto]

La denuncia della cultura della cancellazione viene contrastata da chi giudica il termine stesso come sproporzionato all'effettiva portata dei fenomeni descritti: non si sarebbero in ogni caso registrati casi effettivi di cancellazione di opere, né censure di artisti, intellettuali, autori, che possano essere oggettivamente attribuiti a una presunta “cultura” o fenomeno univoco e riconoscibile come tale.

A sostegno di queste tesi, si fa notare come ogni caso di cultura della cancellazione possa essere considerato una del tutto ordinaria critica o applicazione di scelte editoriali eseguita da soggetti privati.[12][13][14][15] Quest'ultimo elemento è anche il principale argomento per chi condanna questo fenomeno, ovvero uno sproporzionato potere decisionale di piattaforme o enti privati sulla effettiva possibilità di comunicare, esprimersi o diffondere idee. In molte situazioni viene indicata come "cancel culture" anche la demonetizzazione di voci difformi dalle politiche della piattaforma social ospitante.

L'espressione cultura della cancellazione ha infatti connotati per lo più negativi e viene comunemente usata nei dibattiti che sostengono presunte minacce alla libertà d'espressione in nome del cosiddetto politicamente corretto.[16] Tuttavia spesso si tratta solo di minacce ipotetiche, spesso a opere o artisti regolarmente pubblicati e attivi. La misura di stigmatizzazione viene utilizzata relativamente a figure pubbliche, ma anche aziende e film, dopo che hanno fatto o detto qualcosa considerato discutibile o offensivo, in forma di protesta e boicottaggio, e dunque non in forma di effettiva “cancellazione”.

Talvolta viene utilizzata relativamente a figure pubbliche, ma anche aziende e film, dopo che hanno fatto o detto qualcosa considerato discutibile o offensivo, in forma di protesta e boicottaggio, venendo rimosso dai cataloghi o, nel caso di opere, semplicemente subendo delle modifiche.[17][18][19][20][21]

Nel 2020[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 durante l'arresto da parte della polizia di Minneapolis, si sono registrati (particolarmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito) numerosi episodi di iconoclastia volti a rimuovere statue o monumenti considerati simboli di un passato razzista e schiavista[22]. In controtendenza, il 7 luglio 2020 circa 150 intellettuali (tra cui Noam Chomsky, J.K. Rowling, Salman Rushdie, Margaret Atwood e Francis Fukuyama) hanno pubblicato su Harper's Magazine una lettera aperta (A Letter On Justice And Open Debate[23]) per lanciare un avvertimento sui pericoli di "una nuova serie di standard morali e schieramenti politici che tendono a indebolire il dibattito aperto in favore del conformismo ideologico". La lettera ha sollevato diverse critiche da sinistra[24], fra le quali un'altra lettera aperta dal titolo A More Specific Letter on Justice and Open Debate[25].

Il 27 dicembre 2020 un articolo sul Wall Street Journal[26] riportava alcuni casi di grandi classici letterari avversati dal movimento #DisruptTexts[27]: fra questi l'Odissea di Omero e La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne. Tuttavia, l'articolo è stato criticato dagli stessi sostenitori di #DisruptTexts, che hanno respinto le accuse[28] dichiarandosi contro qualsiasi tipo di censura[29].

Il 31 dicembre 2020, il musicista australiano Nick Cave ha identificato la cancel culture come "opposto della pietà" e degenerazione del politicamente corretto, divenuto "la più infelice religione del mondo"[30].

Sono state sollevate delle critiche sui limiti dei social media, e in particolare di Twitter, nel condurre delle campagne di giustizia sociale. I social favoriscono lo scambio di commenti veloci, ma semplicistici e contraddittori, a svantaggio di un serio confronto sul tema. Il razzismo viene decontestualizzato e depoliticizzato; mentre la fruizione del social verte in favore di una condivisione edonistica e narcisistica della propria morale.[31]

Rapporto con la storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Spesso viene detto che la cultura della cancellazione si manifesterebbe verso opere d'ingegno del passato, come libri e film, sentite portatrici di valori deprecati e talvolta offensivi, togliendole dal contesto in cui sono state ambientate o scritte,[24][32] oppure verso personaggi famosi (tra cui William Shakespeare, Winston Churchill o Andrew Jackson), la cui opera è riproposta in modo meno elogiativo rispetto al canone classico[33].

In questi casi destano sconcerto i casi effettivi di censura o di cancellazione di memorie del passato[34], mentre le posizioni storiografiche che si limitano a propiziare un processo di revisionismo (storico, ideologico, ecc.), sia pure con tesi più o meno autorevoli, non fuoriescono dall'ambito della legittima funzione della critica[35].

Anche le diverse scienze umane su cui l'operazione impatta hanno il loro valore[36]: mentre il diverso giudizio estetico delle epoche successive a quella in cui l'opera fu prodotta ha un peso nella critica letteraria, il presentismo[37] appare un vero e proprio paralogismo, che viola la natura avalutativa delle scienze sociali[38] in quanto costituisce un “pregiudizio a favore del presente o degli atteggiamenti dell’oggi, specialmente nell’interpretazione della storia”[39].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) John McDermott, Those People We Tried to Cancel? They're All Hanging Out Together, su The New York Times, 2 novembre 2019. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  2. ^ (EN) Ligaya Mishan, The Long and Tortured History of Cancel Culture, New York Times, Dec. 3, 2020.
  3. ^ (EN) Emma Tavangari, Cancel Culture and Call Out Culture Are Not the Same, su Study Breaks, 27 luglio 2020. URL consultato il 12 ottobre 2021.
  4. ^ (EN) What It Means to Get 'Canceled', su merriam-webster.com. URL consultato il 4 gennaio 2021 (archiviato il 18 giugno 2020).
  5. ^ Dimitri De Rada, Cancel Culture e diritto all’accesso all’informazione, Nomos, 2-2121.
  6. ^ (EN) Cotton Takes on Cancel Culture, su cotton.senate.gov. URL consultato il 12 ottobre 2021.
  7. ^ (EN) Remarks by President Trump at South Dakota’s 2020 Mount Rushmore Fireworks Celebration, su trumpwhitehouse.archives.gov, 4 luglio 2020. URL consultato il 12 ottobre 2021.
  8. ^ Cancel culture: la rinascita dello stalinismo ai giorni nostri - Nazione Futura
  9. ^ a b Paolo Rosa Adragna, Cancel culture, che cos'è davvero la "cultura della cancellazione", su la Repubblica, 9 giugno 2021. URL consultato il 12 giugno 2021.
  10. ^ (EN) Paradox, Noam Chomsky Warns Against ‘Cancel Culture’ Establishing Itself in the United States, su Paradox Politics, 4 febbraio 2021. URL consultato il 28 agosto 2021.
  11. ^ Jonah E. Bromwich, Why ‘Cancel Culture’ Is a Distraction, A reporter’s last thoughts before putting the phrase to rest, New York Times, Aug. 14, 2020, che prosegue: «sono ancora interessato alla varietà di modi in cui i social media stanno cambiando il comportamento sociale. Ma la frase cancel culture è troppo vaga: una distrazione da un esame più approfondito del potere nella società».
  12. ^ Francesco Gottardi, La cancel culture? È la banale deriva del Kitsch, su Il Foglio, 30 aprile 2021. URL consultato il 12 giugno 2021.
  13. ^ Matteo Pascoletti, La lettera dei 150 intellettuali contro la “cancel culture” è fuori dalla realtà, su valigiablu.it, 12 luglio 2020. URL consultato il 12 giugno 2021.
  14. ^ Un contro-manifesto sulla «cancel culture»: perché non è pericolosa (anzi), su Corriere della Sera, 10 luglio 2020. URL consultato il 12 giugno 2021.
  15. ^ Silvia Schirinzi, Ma in Italia esiste la “cancel culture”?, su rivistastudio.com, 13 luglio 2020. URL consultato il 12 giugno 2021.
  16. ^ Che cosa è la cancel culture, al centro di un grande dibattito sulla libertà di espressione, su Il Riformista, 14 luglio 2020. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  17. ^ (EN) What Does Cancel Culture Mean?, su dictionary.com. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  18. ^ (EN) Sophie Sills, Chelsea Pickens, Karishma Beach, Lloyd Jones, Octavia Calder-Dawe, Paulette Benton-Greig, Nicola Gavey, Rape culture and social media: young critics and a feminist counterpublic, in Feminist Media Studies, vol. 16, n. 6, 23 marzo 2016, pp. 935–951, DOI:10.1080/14680777.2015.1137962.
  19. ^ (EN) Ealasaid Munro, Feminism: A Fourth Wave?, in Political Insight, vol. 4, n. 2, 23 agosto 2013, pp. 22–25, DOI:10.1111/2041-9066.12021. URL consultato il 4 gennaio 2021 (archiviato dall'url originale il 10 dicembre 2019).
  20. ^ (EN) Sanam Yar e Jonah Engel Bromwich, Tales From the Teenage Cancel Culture, su The New York Times, 31 ottobre 2019, ISSN 0362-4331 (WC · ACNP). URL consultato il 4 gennaio 2021 (archiviato il 1º giugno 2020).
  21. ^ (EN) Jonah Engel Bromwich, Everyone Is Canceled, su The New York Times, 28 giugno 2018, ISSN 0362-4331 (WC · ACNP). URL consultato il 4 gennaio 2021 (archiviato il 13 agosto 2019).
  22. ^ Nick Cave e gli altri: quando il politically correct è "la più infelice delle religioni", su L'HuffPost, 17 gennaio 2021. URL consultato il 17 gennaio 2021.
  23. ^ (EN) A Letter on Justice and Open Debate, su Harper's Magazine, 7 luglio 2020. URL consultato il 7 gennaio 2021.
  24. ^ a b Che cos'è davvero la cancel culture di cui avete letto in questi giorni, su Wired, 17 luglio 2020. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  25. ^ A More Specific Letter on Justice and Open Debate, su objectivejournalism.org, 10 luglio 2020. URL consultato il 7 gennaio 2021.
  26. ^ (EN) Meghan Cox Gurdon, Opinion | Even Homer Gets Mobbed, in Wall Street Journal, 27 dicembre 2020. URL consultato il 5 gennaio 2021.
  27. ^ (EN) The Text Disrupters, su ascd.org. URL consultato il 5 gennaio 2021.
  28. ^ (EN) Greg R. Fishbone, No, a Massachusetts school has NOT banned Homer's Odyssey, su mythoversal.substack.com, 4 gennaio 2021.
  29. ^ (EN) What is #DisruptText?, su disrupttexts.org.
  30. ^ Why cancel culture destroys the creative soul, su spectator.co.uk. URL consultato il 17 gennaio 2021.
  31. ^ (EN) Gwen Bouvier, Racist call-outs and cancel culture on Twitter: The limitations of the platform’s ability to define issues of social justice, in Discourse, Context & Media, vol. 38, 2020-12, pp. 100431, DOI:10.1016/j.dcm.2020.100431. URL consultato il 2 giugno 2021.
  32. ^ (EN) Louisa Shepard, Cancel culture on the silver screen, su Penn Today, 23 luglio 2020. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  33. ^ Umberto Vincenti, Elogio del canone classico, 27 aprile 2021.
  34. ^ Giulio Meotti, “Basta insegnare che Colombo ha scoperto l'America”, su ilfoglio.it, 25 settembre 2021. URL consultato il 12 ottobre 2021.
  35. ^ Per il progetto lanciato dal The New York Times Magazine, volto a ripristinare la centralità della schiavitù nella costruzione delle società americane, v. Paul Musselwhite, Peter C. Mancall, James Horn (dir.), Virginia 1619: Slavery and Freedom in the Making of English America, UNC Press, 2019; Valentine Faure, « L’esclavage, acte fondateur de l’histoire des États-Unis ? », Libération, 23 juillet 2020. Per la controversia sul ruolo dei nativi americani nel discorso storico e nella ricerca a seguito della conferenza online della Historical Society of Young America (SHEAR) v. Clash of the Historians: Paper on Andrew Jackson and Trump Causes Turmoil, The New York Times, 24 luglio 2020.
  36. ^ Rocco Sciarrone, Tra storia e scienze sociali, Meridiana, No. 100 (2021), pp. 9-34.
  37. ^ François Hartog, Régimes d’historicité, 2004. Esso però va nettamente distinto dall'approccio contrafattuale che, contro l'insegnamento crociano ma basandosi su solide tradizioni storiografiche, simula gli effetti di eventi non avvenuti, ma che sarebbero potuti verificarsi: Quentin Deluermoz et Pierre Singaravélou, «Explorer le champ des possibles. Approches contrefactuelles et futurs non advenus en histoire», Revue d’Histoire Moderne et Contemporaine, 59-3, 2012, p. 70-95.
  38. ^ Sabine Schülting, Shakespeare, History and ‘Cancel Culture’, 3 giugno 2021.
  39. ^ Anna De Biasio, Una critica del cuore: la controversa vicenda degli studi su Charlotte Perkins Gilman, Generazione woke, Ácoma n. 17, Autunno-Inverno 2019, ISSN 2421-423X, nota 30.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Alan Dershowitz, Cancel Culture: The Latest Attack on Free Speech and Due Process, Hot Books, ISBN 978-1510764903.
  • Guia Soncini, L'era della suscettibilità, Marsilio, 2021, ISBN 978-8829709878.
  • Emanuele Mastrangelo e Enrico Petrucci, Iconoclastia. La pazzia contagiosa della cancel culture che sta distruggendo la nostra storia, Eclettica, 2020, ISBN 978-8832165562.

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