Chiesa dei Santi Severino e Sossio

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Coordinate: 40°50′51.95″N 14°15′29.86″E / 40.847764°N 14.258294°E40.847764; 14.258294

Chiesa dei Santi Severino e Sossio
SantiSeverinoSossioFacciata.jpg
Facciata
Stato Italia Italia
Regione Regione-Campania-Stemma.svg Campania
Località CoA Città di Napoli.svg Napoli
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare San Severino e San Sossio
Diocesi Arcidiocesi di Napoli
Stile architettonico barocco
Inizio costruzione X secolo

La chiesa dei Santi Severino e Sossio è una chiesa monumentale di Napoli sita in via Bartolommeo Capasso, presso il decumano inferiore.

Oltre alla sua rilevanza artistica, all'interno vi lavorarono alcuni dei più importanti autori del Rinascimento a Napoli. L'intero complesso monastico, contando oltre alla chiesa anche di un'altra "inferiore", di tre chiostri monumentali, un refettorio e due giardini, è di fatto uno dei più grandi della città.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa è annessa a uno dei monasteri più antichi della città, dal 1835 sede dell'Archivio di Stato di Napoli.

Fu fondato nel X secolo dai benedettini, quando, per le temute incursioni saracene, abbandonarono il vecchio monastero, situato sulla collina di Pizzofalcone, portando anche le reliquie di san Severino; nel 904 vi trasferirono le reliquie di San Sossio, compagno di martirio di San Gennaro, rinvenute tra i ruderi del castello di Miseno che era andato distrutto nell'855. Le reliquie dei due santi rimasero nella chiesa fino al 1808, quando furono trasportate nel vicino paese di Frattamaggiore.

Durante il regno angioino nel monastero si tennero anche rilevanti avvenimenti civili, come la convocazione del parlamento nel 1394 da parte dei Sanseverino, sostenitori di Luigi II d'Angiò[2].

Nel 1490 l'architetto calabrese Francesco Mormando gettò le fondamenta dell'attuale chiesa; i lavori terminarono solo nel secolo successivo grazie a Giovanni Francesco Di Palma[3].

Chiesa dei Santi Severino e Sossio con l'attiguo monastero in una gouache ottocentesca

La cupola, una delle prime erette in Napoli, fu costruita nel 1561[4], su disegno dell'architetto fiorentino Sigismondo Coccapani. Quella dei decenni di fine Cinquecento, in generale, sarà la prima grande stagione d'una moderna decorazione a fresco e a stucchi nell'Italia meridionale. La nuova veste "trionfante" e le più forti esigenze didascaliche delle chiese post-tridentine, la contemporanea conclusione di tante fabbriche religiose e la gara di emulazione in fasto e ricchezza di ornamenti fra i monasteri, o fra i privati, doveva portare nei santi Severino e Sossio ad un grande entusiasmo della committenza, sia religiosa che privata[5], sia locale che forestiera, genovese in primis[6], aprendo un importante capitolo di scambi, di discese e di importazioni dall'esterno, dal fiammingo Paul Schepers, al senese Marco Pino, dal bresciano Benvenuto Tortelli al romano Bartolomeo Chiarini, al bergamasco Cosimo Fanzago, fino al carrarese Fabrizio di Guido, quest'ultimo operante nella cappella Medici.

Pianta del complesso monastico

La tradizione di artisti toscani residenti a Napoli, per altri versi, è datata,[7] lunga ed ininterrotta, manifestandosi dunque anche con l'arrivo di un nutrito gruppo di maestranze carraresi nella seconda metà del Cinquecento, grazie al matrimonio tra Alberico Cybo Malaspina e la napoletana Isabella di Capua, dei duchi di Termoli. Nel 1573 si concludevano, con tre anni di ritardo, i lavori del coro ligneo (dietro l'altare maggiore), progettato nel 1560 da Benvenuto Tortelli da Brescia[8], e destinato a raggiungere rapidamente il valore di modello.[9][10] A Napoli il coro di San Severino venne usato così come una vera e propria enciclopedia dell'ornato e degli intagli: lo testimoniava il coro di San Paolo Maggiore (poi distrutto nell'ultima guerra) realizzato nel 1583 da Giovan Lorenzo d'Albano, e lo provano ancora i rivestimenti in noce della sagrestia di Santa Caterina a Formiello e di quello della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, opera di Martino Migliore, e gli stalli della chiesa dei Santi Apostoli, di Santa Maria la Nova, del Duomo, realizzati nel 1616 da Marcantonio Ferraro.

Dopo il terremoto del 1631, l'edificio subì importanti lavori di ricostruzione per poi essere rimaneggiato ancora nel secolo XVIII da Giovanni del Gaizo, che realizzò la facciata, preceduta da transenne progettate su disegno di Giovan Battista Nauclerio. Sarà poi ancora un carrarese, tal conte Abate Antonio Del Medico, l'intestatario di un pagamento nel 1759 per cui si obbligava a far scolpire dai migliori scultori di Carrara due statue di marmo statuario fino del polvaccio antico, da posizionare nelle nicchie a muro della porta d'ingresso della chiesa[11].

Espulsi i benedettini, nel 1799 fu occupato dai sanfedisti e divenne nel 1813 collegio di Marina. Nel 1835 venne scelto come sede dell'archivio di stato che tutt'oggi occupa il convento.

Il terremoto dell'Irpinia del 1980 danneggierà ulteriormente la struttura portando la chiesa ad una chiusura stabile per oltre trent'anni, fin quando dal 2014 non diviene nuovamente fruibile.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Interno[modifica | modifica wikitesto]

Interno

La chiesa è a croce latina ad unica navata con soffitto a volte, con sette cappelle a lato, più una cappella per ogni lato della parete presbiteriale lungo il transetto. Le diverse opere d'arte custodite vanno dal XVI secolo al XVIII secolo e sono tutte pressoché in buono stato di conservazione, se si considera il lungo tempo di abbandono in cui è versato l'edificio.

Abside
Cupola

L'abside è rettangolare e molto profonda; l'altare e la balaustra del presbiterio sono stati realizzati su disegno di Cosimo Fanzago nel 1640 mentre al 1697 risale il pavimento. Nel 1783 l'altare maggiore fu rimaneggiato, soprattutto nel paliotto, da Giacomo Mazzotti; alle sue spalle, si Belisario Corenzio sono gli affreschi nella volta su Storie del Vecchio Testamento e alle pareti su Storie dell'ordine benedettino, tranne il frontale che è opera di Giovanni Melchiorri. L'organo a canne è del Settecento mentre il coro ligneo risale al terzo quarto del XVI secolo, opera di Bartolomeo Chiarini e Benvenuto Tortelli.

La Cena a casa del fariseo con ai lati i santi Severino e Sossio posti nella controfacciata, così come gli affreschi nella volta della navata che riprendono Scene di San Benedetto sono opera di Francesco De Mura databili intorno alla prima metà del Settecento,[12] che sostituiscono i precedenti lavori del Corenzio commissionati nel 1609 che riguardavano la navata, il transetto ed il coro, crollati in seguito al devastante terremoto del 1731. Dei lavori originali del Corenzio rimangono gli affreschi del transetto, così come quelli della maggior parte delle cappelle laterali; la cupola vede invece cicli del fiammingo Paul Schepers eseguiti nel 1566 mentre gli stucchi della navata sono di Giuseppe Scarola.[1] Il pavimento della navata risale al Cinquecento[1] ed è caratterizzato dalla presenza di numerose lastre sepolcrali che si susseguono, tra le quali quella del pittore di origine greca Belisario Corenzio, che morì cadendo dai ponteggi della chiesa mentre affrescava la volta, all'età di 80 anni.[13]

Cappelle laterali[modifica | modifica wikitesto]

Tomba del Corenzio sul pavimento

Le cappelle laterali vedono i lavori di alcuni tra i più influenti pittori e scultori del XVI secolo a Napoli, tra i quali spicca il senese Marco Pino, che lavorò alla prima (Natività di Maria), terza (Assunta) e sesta (Epifania) cappella sul lato destro, eseguendo in quest'ultima anche il ciclo di affreschi nella volta, ed alla prima cappella del lato sinistro (Natività); il greco-napoletano Corenzio, che affrescò le pareti della quinta cappella di destra; il Cavalier d'Arpino, che dipinse il San Lorenzo nella settima cappella di sinistra; ed Andrea da Salerno, che eseguì il polittico della seconda cappella di sinistra datato 1529 sulla Madonna col Bambino, Crofcifissione e diversi Santi.[1] Altre opere sono invece di Niccolò de Simone, che affrescò con Storie di Mosè sempre la seconda cappella di sinistra, Giovanni Bernardo Lama, che nella terza cappella di sinistra ritrasse sé stesso ed il genero e pittore Pompeo Landolfo nella scena della Deposizione dipinta su tela, ed infine Giovanni Criscuolo, che affreschò la terza cappella di destra e dipinse nella quinta dello stesso lato un'Annunciazione.[1] Altre opere ancora sono invece di artisti minori locali, come Giovanni Antonio Tenerello, che eseguì sculture e altarmi marmorei nella seconda cappella di destra, di Giuseppe Marullo, che nella settima di sinistra dipinse nel 1633 la Madonna col Bambino e Santi, Antonio Stabile, con l'Immacolata del 1582 nella quinta cappella dello stesso lato, ed un ignoto tardo-quattrocentesco che esgeuì una tavola sui santi Giorgio, Sebastiano e Stefano nella prima cappella di destra.[1]

Sacrestia di Onofrio De Lione

La settima cappella a destra costituisce l'accesso alla sacrestia, preceduta dall'antisacrestia, attraverso la quale, grazie ad una scalinata è possibile scendere al chiostro grande del complesso e dunque tramite un corridoio del XV secolo, è possibile raggiungere la chiesa inferiore, di gusto rinascimentale, realizzata da Giovanni Francesco Mormando, nella quale vi si trovano numerose tombe, databili al Cinquecento. L'antisacrestia è caratterizzata inoltre dalla cappella Medici di Ottaviano, una delle più rilevanti dell'edificio, a cui lavorò Fabrizio di Guido, inauguratore questi di uno dei primissimi esempi realizzati a Napoli di intarsio policromo esteso alla spazialità di un interno, applicato dunque non solo nella pavimentazione ma per l'intero rivestimento della parete a destra dell'altare, nonché per la grande ancona d'altare e gli specchi inferiori che la affiancano agli angoli. In essa è presente il monumento sepolcrale di Camillo de' Medici del 1596, opera di Girolamo D'Auria,[1] affiancata ad un altro monumento funebre di Andrea Ferrucci da Fiesole; la pala d'altare è invece di Fabrizio Santafede.[1] La sacrestia conserva il ciclo più integro di Onofrio De Lione, pittore napoletano fratello del più noto e celebrato Andrea ed allievo del Corenzio.[1] A lui si devono le scene del Vecchio Testamento, firmati e datati 1651, ad eccezione della Santissima Trinità raffigurata sulla piccola volta in fondo al vano, la quale è opera del maestro[14].

Cappella Sanseverino (transetto destro)

Transetto[modifica | modifica wikitesto]

Le cappelle nella parete presbiteriale vedono a destra, la cappella Sanseverino, ed a sinistra del guerriero Girolamo Gesualdo, entrambe ai lati dell'altare maggiore, quindi più ambite[15] e dunque certamente le prime ad essere decorate, rispettivamente tra il 1538 e il 1548, e tra il 1542 e il 1561[16], ben prima, quindi, dell'apertura al pubblico della chiesa, avvenuta nel 1567[17]. La prima, dedicata al corpo di Cristo, fu pensata da Ippolita de Monti, moglie di Ugo e contessa di Saponara[18][19], come vero e proprio pantheon della famiglia. Domina lo spazio un gruppo monumentale funebre dei tre fratelli Sanseverino eseguito dal da Nola, la cui committenza spetta alla madre dei tre fratelli, fattasi anch'essa poi seppellire nella stesso luogo, distesa sul pavimento dinanzi al monumento centrale a uno dei figli, dietro l'altare; i tre giovani morirono prematuramente assassinati col veleno dal loro stesso zio per motivi ereditari, e per questo la madre volle per loro un monumento che li ritraesse seduti sul loro sarcofago e non distesi su esso. Nel corso degli anni, oltre ad ospitare la tomba della fondatrice e dei tre giovani figli assassinati, la cappella si arricchì di scudi, medaglioni e iscrizioni, commemoranti numerosi membri del casato: il guerriero Alessandro de Monti, morto il 22 giugno 1622, Giulia de Monti, il cui "figliolo Geronimo pose il sepolcro l'anno 1715", Geronimo de Monti-Sanfelice, duca di Lauriano, vissuto nella prima metà del Settecento, Salvatore di Capua-Sanseverino, principe della Riccia e marchese di Raiano, morto nel 1858[20]. Nella cappella del transetto sinistro, la cappella Gesualdo vede un monumento funebre di Giovanni Domenico D'Auria mentre l'altare frontale del transetto, oltre ad un'altra opera sepolcrale del D'Auria, espone una Ascesa al calvario del da Siena.[1]

Chiostri[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Chiostri del monastero dei Santi Severino e Sossio.

Scendendo dalle scale di fronte alla cappella Medici, dopo la chiesa inferiore, si sviluppano in successione tre chiostri monumentali, artisticamente tra i più rilevanti della città:

  • il primo, detto di Marmo (o Grande), è stato realizzato tra il Cinquecento e il Seicento ed è un'opera tardorinascimentale. Le arcate del chiostro sono sorrette da colonne in marmo bianco di Carrara. Il giardino è formato da quattro aiuole, distinte da viali pavimentati in cotto. Il piano sovrastante è caratterizzato da ampie finestre ad arco su pilastri incastrati in una cornice;
  • il secondo è detto del Platano, a causa di un platano che secondo la tradizione sarebbe stato piantatato da san Benedetto e le cui foglie avrebbero avuto la virtù di sanare le ferite; la pianta venne abbattuta nel 1959 quando il fusto misurava 8,45 m di circonferenza. Nel portico, in origine retto su colonne, poi sostituite da pilastri, si conservano diciotto affreschi rinascimentali di scuola umbro-marchigiana del Solario raffiguranti la Vita di san Benedetto;[1]
  • il terzo, detto del Noviziato (o Piccolo), fu costruito nel XV secolo, di pianta rettangolare, sorretto da una trentina di arcate poggianti su pilastri di piperno. Nel 1803 il piano superiore venne trasformato in un edificio a due piani, destinato in parte all'alloggio dei religiosi e in parte a scuola. Al centro è posto il busto di Bartolomeo Capasso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k AA.VV., Napoli e dintorni, Milano, Touring Club, 2007.
  2. ^ Stanislao D'Aloe, Catalogo di tutti gli edifici sacri della città di Napoli, in "Archivio Storico per le Province Napoletane", VIII, 1883, p. 728.
  3. ^ Maria Raffaella Pessolano, Il convento napoletano dei Santi Severino e Sossio, Napoli, 1978, p. 71
  4. ^ Archivio di Stato di Napoli, Monasteri Soppressi, fascio 1793; Nunzio Federico Faraglia, Memorie artistiche della chiesa benedettina dei Santi Severino e Sossio, in "Archivio Storico per le Province Napoletane", III, 1887, pp. 236-237.
  5. ^ Di Napoli il Vasari parlò come della città "dove molto si costuma fare le cappelle e le tavole di marmo". Un fenomeno, questo della moltiplicazione delle cappelle private, che aveva manifestato precoci e clamorosi sviluppi nel corso nel Quattrocento, in concomitanza con la crescita di alcuni gruppi di famiglie aristocratiche. Maria Antonietta Visceglia, op. cit., p. 129. La studiosa, oltre a sottolineare la complessità e i condizionamenti alla base del luogo di sepoltura (influenza della famiglia di appartenenza, delle famiglie alleate, protezione e isolamento offerto dalle mura di un convento), individua un rapporto preciso tra dislocazione delle cappelle e appartenenza della famiglia ad uno dei seggi della capitale.
  6. ^ Giovanni Brancaccio, Nazione genovese: consoli e colonia nella Napoli moderna, Napoli, Guida 2001.
  7. ^ Da Simone Martini, Giotto, Tino di Camaino a Marco Pino, Pietro Bernini, Michelangelo Naccherino etc
  8. ^ Archivio di Stato di Napoli, Monasteri Soppressi, fascio 1793, cc. 17r-22r
  9. ^ Il 20 giugno 1589, infatti, i monaci palermitani del convento benedettino di San Martino delle Scale commissionarono a Nunzio Ferraro e Giovan Battista Vigilante un coro "conforme al choro della chiesa di San Severino di Napoli"
  10. ^ Gennaro Toscano, art. cit., pp. 253.
  11. ^ Nunzio Federico Faraglia, Memorie artistiche della chiesa benedettina dei Santi Severino e Sossio, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, III, 1887, p. 251
  12. ^ Stanislao D'Aloe, in Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, Vol. I, Napoli, 1845, Stab. Tip. di G. Nobile, p. 235
  13. ^ Scipione Volpicella, Memorie patrie. La chiesa dei Santi Severino e Sossio: pavimento della nave, in “La Carità”, XXIX, novembre 1881, pp. 781-802
  14. ^ Giovanni Battista Chiarini, Notizie del bello dell'antico e del curioso della città di Napoli (1856-1860), a cura di Paolo Macry, vol. III, Napoli, Edizioni dell'anticaglia, 2000, p. 731
  15. ^ Maria Antonietta Visceglia, Il bisogno di eternità. I comportamenti aristocratici a Napoli in età moderna, Napoli, 1988, p. 129.
  16. ^ Scipione Volpicella, La crociera della chiesa dei Santi Severino e Sossio di Napoli, in Studi di letteratura, storia, e arti, Napoli, 1856, pp. 193, 196-201.
  17. ^ Maria Raffaella Pessolano, Il monastero napoletano dei Santi Severino e Sossio, Napoli, 1977, p. 54 nota 159, che trae dall' A.S.N., Mon. Soppr., fascio 1793, c. 27 della numerazione recente.
  18. ^ Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, n. 1791, Carte della contessa di Saponara, cc. 110 ss.
  19. ^ Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, vol. II, Roma 1889, p. 170
  20. ^ Scipione Volpicella, ''La crociera della chiesa, cit., pp. 196-201.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Nunzio Federico Faraglia, Memorie artistiche della chiesa benedettina dei Santi Severino e Sossio, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, III, 1887, pp. 235-252;
  • Giuseppe Molinaro, Santi Severino e Sossio, Napoli, 1930;
  • Egildo Gentile, I benedettini a Napoli, in “Benedectina”, VII, 1-2, 1953, pp. 39-44;
  • Jole Mazzoleni, Il monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio, Napoli, 1964;
  • Maria Raffaella Pessolano, Il monastero napoletano dei Santi Severino e Sossio, Napoli, 1977;
  • Jole Mazzoleni, L'Archivio del monastero benedettino dei Santi Severino e Sossio conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1984.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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