Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena

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Cannonau di Sardegna
Dettagli
StatoItalia Italia
Resa (uva/ettaro)110 q
Resa massima dell'uva70,0%
Titolo alcolometrico
naturale dell'uva
12,5%
Titolo alcolometrico
minimo del vino
12,5%
Estratto secco
netto minimo
22,0‰
Riconoscimento
TipoDOC
Istituito con
decreto del
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Gazzetta Ufficiale del{{{gazzetta_ufficiale}}}
Vitigni con cui è consentito produrlo
[senza fonte]

«Il nepente già infuso, e a' servi imposto
Versar dall'urne nelle tazze il vino»

(Odissea, libro IV - Omero)

«Non conoscete il Nepente di Oliena neppure per fama?
Ahi lasso!»

(Gabriele d'Annunzio, dalla prefazione al libro di Hans Barth, Osteria. Guida spirituale delle osterie italiane da Venezia a Capri, Roma, 1910)

Il Cannonau di Sardegna Nepente di Oliena è un vino DOC prodotto a Oliena da uve cannonau coltivate nei comuni di Oliena e, in parte, Orgosolo nella provincia di Nuoro, non è consentito utilizzare altre varietà o che siano coltivate in altri comuni. Vedi disciplinare del Ministero dell'Agricoltura del 5 novembre 1992.

Il cannonau di Sardegna trova la sua massima esaltazione nel Nepente di Oliena. Ottimo anche per accompagnare cene vegetariane, a base di verdure stufate.

Caratteristiche organolettiche[modifica | modifica wikitesto]

D'Annunzio e il Nepente

Gabriele D'Annunzio: Elogio al Nepente di Oliena

Nel 1909, Gabriele D'Annunzio, scrivendo la presentazione di una guida alle Osterie d'Itallia di Hans Bart, scrisse un famosissimo elogio del Nepente. Questo elogio prende spunto da un viaggio in Sardegna fatto dal D'Annunzio, in età giovanile, in compagnia degli scrittori Edoardo Scarfoglio e di Cesare Pescarella. In questo viaggio fu ospite di una famiglia del paese, tesse le lodi del vino di Oliena, e promette all'amico Hans Bart, profondo conoscitore dei vini italiani, se gli farà visita "...di sacrificare alla vostra sete un boccione d'olente vino d'Oliena serbato da moltissimi anni in memoria della più vasta sbornia di cui sia stato io testimone e complice..." Questo scritto gli diede lo spunto, nel 15 febbraio 1910, anche per scrivere un articolo sul Corriere della Sera, intitolato "Un itinerario bacchico".

Ecco cosa scrisse D'Annunzio:

"Ma se pur vorrete sostare alla foce d'Arno, qui dove fra tanta acqua dolce e amara vive il vostro amico scandolezzatore e attende alla sua opera corruttrice che anche una volta è per offendere la veneranda virtù dei contemporanei, io vi prometto di sacrificare alla vostra sete un boccione d'olente vino d'Oliena serbato da moltissimi anni in memoria della più vasta sbornia di cui sia stato io testimone e complice. Non conoscete il Nepente d'Oliena neppure per fama? Ahi, lasso! Io son certo che, se ne beveste un sorso, non vorreste mai più partirvi dall'ombra delle candide rupi, e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate nel macigno che i Sardi chiamano Domos de Janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi fra caratello e quarteruolo. Io non lo conosco se non all'odore; e l'odore, indicibile, bastò a inebriarmi. Eravamo clerici vagantes per un selvatico maggio di Sardegna, io, Edoardo Scarfoglio e Cesare Pascarella, or è gran tempo, quando giungemmo nella patria del rimatore Raimondo Congiu piena di pastori e di tessitrici, ricca d'olio e di miele, ospitale tra i Sepolcri dei Giganti e le Case delle Fate. Subito i maggiorenti del popolo ci vennero incontro su la via come a ospiti ignoti; e ciascuno volle farci gli onori della sua soglia, a gara. Ah, mio sitibondo Hans Barth, come le vostre nari sagaci avrebbero palpitato allorché il rosso Nepente sgorgò dal vetro con quel gorgoglio che suol trarvi dal gorgozzule quei "certi amorevoli scrocchi" - parla il nostro Firenzuola! - Avete nel cuore qualcuna di quelle Odi Purpuree di Hafiz che cantano il vino e la rosa? Ci parve che l'anima stessa dell'Anacreonte persiano emanasse dalla tazza colma, col colore del fuoco e con l'odore d'un profondo roseto. Certo, chi beve quel vino non ha bisogno d'inghirlandarsi. Il poeta epico di Villa Gloria, che allora allora col Morto de Campagna e con la Serenata era entrato nell'arte giovanissimo maestro per la porta della perfezione, non ebbe cuore di respingere un dono di ospitalità così fatto. E io, ebro già dell'odore, lo pregavo di bere per me; e simile lo pregava il nostro compagno. Cosicché per ogni dimora egli ritualmente votava tre tazze. E di tre in tre compose nel suo cuore le terzine di molti mirabili sonetti che non conosceremo giammai. Ora accadde che nell'ultima casa, affacciata sopra un uliveto più bello e più santo di quelli che ombrano la vita di Delfo, domandando l'ospite a ciascuno di noi notizie del nostro paese natale, io fossi da lui riconosciuto come il figlio del signore che nel lontano Abruzzo per singolari vicende l'aveva accolto secondo l'antico nostro costume liberale. Commosso dal ricordo sino alle lacrime, se bene avesse un occhio solo, egli si profuse in carezze verso me e i compagni con tanto calore ch'io mi sentii perduto. Ma il Pasca votò anche una volta tre e tre coppe. E io m'ebbi in dono una pelle di cinghiale, un lungo fucile damaschinato d'argento e un caratello. Quando uscimmo per raggiungere la nostra vettura, il generosissimo sostituto era già trasformato in prisco Quirite e voleva lasciar su la via le vili brache polverose per vestire a guisa di toga illustre il cuoio irsuto. Gli persuademmo ch'egli fosse già togato. E allora meravigliosamente sragionando, come s'egli avesse consuetudine della lunga veste, faceva l'atto di accogliere al petto le pieghe della destra parte e di comporre sul braccio sinistro quella specie di tracolla che dicevasi in Roma il seno della toga. E in quel seno immaginario, pieno d'una inesausta eloquenza, fu di certo concepita primamente la Storia romana. Esso poi e il Quirite si riempirono d'un letargo che durò due giorni. Ma in tutto (udite, luterano ligio alle regole papali!) la sbornia d'Oliena fu quadriurna. "Iam foetet" dice Marta a Gesù, come viene tolta la pietra sopra Lazzaro giacente da quattro dì. Ma il Pasca dopo quattro dì auliva il roseto di Hafiz. "Aduc bene olet!" Andate dunque da Monterosso di Mare a Oliena d'Oltremare, valicando il Tirreno sino al Golfo di Orosei, magari in velivolo, o stirpe di Otto Lilienthal. Son certo che là è la meta sublime delle vostre peregrinazioni eloquenti; là è l'estasi e il silenzio, in una Casa di Fata e in un Sepolcro di Gigante. E il ricordo di tutte le taverne laudate, dalla Verona della Luna, alla Capri di Herman Moll, sarà vanito. E, preludendo e interludendo su le canne della launedda paesana, voi canterete i versetti del salmo supremo, a imitazione di Minatchehr.

"A te consacro, vino insulare, il mio corpo e il mio spirito ultimamente.

Il Sire Iddio ti dona a me, perché i piaceri del mio spirito e del mio corpo sieno inimitabili.

Possa tu senza tregua fluire dal quarteruolo alla coppa e dalla coppa al gorgozzule.

Possa io fino all'ultimo respiro rallegrarmi dell'odor tuo, e del tuo colore avere il mio naso per sempre vermiglio.

E, come il mio spirito abbandoni il mio corpo, in copia di te sia lavata la mia spoglia, e di pampani avvolta, e colcata in terra a pie' d'una vite grave di grappoli; che miglior sede non v'ha per attendere il Giorno del Giudizio."

Ad multos annos, ilare amico, finché non abbiate bevuto almeno tanto vin mero quanto d'acqua torba reca il Cedrino in piena di maggio per la terra ospite! Valeas foreas rubeas, multibibe doctor. Ave".

Marina di Pisa, ottobre 1909.

  • colore: rosso rubino più o meno intenso, rosso mattone con l'invecchiamento
  • odore: gradevole, caratteristico
  • sapore: secco, sapido, caratteristico

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

Il nome Nepente deriva dal greco "ne" = non e "penthos" = tristezza, nessuna tristezza. Questo nome ha ispirato storie e suggestioni fin dall'antichità e viene perfino citato da Omero nel IV libro dell'Odissea. la parola viene usata per indicare la bevanda che Elena di Troia custodiva per il marito Menelao, re di Sparta, per dirimere la sua tristezza; inoltre lo fece servire per Telemaco, giunto a corte afflitto e stanco in cerca di notizie del padre Ulisse non ancora tornato in patria:

Il Nepente già infuso, e a' servi imposto Versar dall'urne nelle tazze il vino (Trad. di Ippolito Pindemonte)

La cita anche in altri brani come una bevanda medicamentosa, calmante, usata dai soldati per rimedio contro le ferite. Quasi un narcotico. O un anestetico.

Erodoto, nel libro II delle Storie, parla del Nepente della Valle del Nilo e molti studiosi hanno ritenuto doversi trattare di uno stupefacente, forse un oppiaceo. Poco tempo dopo Plinio il Vecchio, studiando nello "Excursus" del Libro XXIV il Nepente di cui riferiva Omero, si interrogava su quale fosse la pianta corrispondente, concludendo doversi trattare di una misteriosa pianta egizia il cui infuso donava serenità e qualcosa di più:

Hoc nomine vocatur herba quae vino injecta hilaritatem inducit (Con questo nome [Nepente] è chiamata un'erba che messa nel vino induce allegria)

I botanici ed altri studiosi successivi sino all'Ottocento inoltrato non sapevano decidere se si parlasse di centaura minore, di buglossa, di atropa mandragora o del tè verde cinese. E fecero altre congetture. Nel XVII secolo Pietro Della Valle, nel suo "Viaggi in Turchia, Persia ed India descritti da lui medesimo in 54 lettere famigliari" (1650), suppose che il Nepente altro non fosse che il caphue, il caffè, che aggiunto al vino avrebbe dato gli effetti di cui narra Omero. La teoria ricevette un autorevole avallo immediatamente (Francesco Redi) e nel secolo successivo, quando fu recepita nella Encyclopédie di Diderot e D'Alembert forse a causa di una noticina scappata ad Erodoto, il quale aveva sussurrato che l'uso del Nepente Elena l'avesse appreso in Egitto, circostanza risultata in Francia assai persuasiva. Samuel Hahnemann, nel 1825, affermava invece con sicurezza trattarsi di oppio, e più o meno lo stesso diceva Johann Joachim Winckelmann solo 5 anni dopo, seppure con minor determinazione. Altri si chiedevano se per caso fosse una pietra, magari pure una gemma preziosa, da porre nel vino. O se fosse proprio soltanto il vino, magari un vino speciale. Il Nepente è però davvero anche una pianta, anzi un genere di piante carnivore: Nepenthes. Linneo la definì entusiasticamente: Si elle n'est pas la Népente d'Hélène, elle le sera certainement de tous les botanistes (Se questa non è il Nepente di Elena [di Troia], sarà certamente [il nepente] di tutti i botanici) E si chiedeva infatti quale botanico non l'avrebbe avuta per "narcotico", incontrandola in qualcuna delle sue erborizzazioni, emozionandosi all'incontro e presto dimenticando le fatiche sostenute per incontrarla. Inoltre Gabriele D'Annunzio nel 1909, cimentatosi nel melodramma, usciva la sua "Fedra", una tragedia in tre atti per la musica di Ildebrando da Parma, la cui protagonista incontrando un pirata fenicio gli domanda: Rechi il farmaco d'Egitto, il Nepente che dà l'oblio dei mali? Ancora dunque era diffuso all'inizio del Novecento il significato magico dell'antichità.

Nel territorio di Oliena già dal 1500 d.C. si parla di una notevole attività vitivinicola da parte dei frati Francescani, che, dopo aver fondato una chiesa ed un convento, avevano impiantato una vigna di oltre 10000 ceppi con annesso stabilimento enologico di cui sono presenti imponenti ruderi. La viticoltura era comunque già presente. Infatti in una lettera con la quale il frate Priore di Oliena, chiede l'autorizzazione ed i finanziamenti al capo dell'ordine dei Frati Minimi della Sardegna, a Cagliari, per «impiantare un grande vigneto con stabilimento di vinificazione annesso», si dice che «A Oliena esistono più famiglie, che nelle loro case, posseggono financo dieci giorre, colme di buon vino rosso» (le giorre erano contenitori in terracotta di circa 200 litri).

In seguito i padri Gesuiti hanno dato un notevole impulso alla viticoltura, che si è conservata e sviluppata fino ai nostri giorni, tant'è che funzionari governativi, poeti, scrittori, hanno parlato del vino di Oliena in varie riprese ed in varie circostanze, come di "un vino da annoverare tra i vini di lusso, da bere a piccoli sorsi per farci la bocca, ed ogni sorso vi accomoda tutte le faccende del corpo e dell'anima".

Abbinamenti consigliati[modifica | modifica wikitesto]

Si consiglia l'abbinamento con arrosti, selvaggina, e formaggi ben stagionati. Temperatura di servizio consigliata 18/20 °. Ottimo utilizzato come base per in saporire filetti di carne(filetto al nepente).[senza fonte]

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Provincia, stagione, volume in ettolitri

  • Nuoro (1992/93) 834,27
  • Nuoro (1993/94) 1253,44
  • Nuoro (1994/95) 1253,44
  • Nuoro (1995/96) 1134,3
  • Nuoro (1996/97) 519,68
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