Battaglia di Cufra

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Battaglia di Cufra
Soldiers of the Forces Françaises Libres near Bangui.jpg
Soldati della Francia libera nell'Africa Centrale
Data 31 gennaio - 1º marzo 1941
Luogo Cufra, Libia
Esito Vittoria alleata
Schieramenti
Comandanti
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg capitano Colonna Flag of Free France (1940-1944).svg Philippe Leclerc
Effettivi
310 uomini (di cui 280 ascari)
1 Compagnia auto-avio sahariana (120 uomini)
Flag of Free France (1940-1944).svg
350 uomini
2 autoblindo leggeri
1 cannone da montagna da 75 mm
Regno Unito
26 veicoli LRDG con 76 uomini di equipaggio
Perdite
Flag of Italy (1861-1946) crowned.svg
3 morti
4 feriti
282 prigionieri
Flag of Free France (1940-1944).svg
4 morti
21 feriti
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La battaglia di Cufra (in francese Bataille de Koufra) fu combattuta dal 31 gennaio al 1º marzo 1941, durante la campagna del deserto occidentale, all'interno del territorio della Libia italiana. La battaglia terminò con la conquista dell'importante oasi di Cufra da parte delle truppe della Francia libera guidate dal colonnello Philippe Leclerc che, supportate da elementi britannici del Long Range Desert Group, riuscirono a sopraffare il presidio italiano che si arrese il 1º marzo 1941.

La presa di Cufra, di modesto rilievo strategico nel quadro generale della guerra nel teatro africano, fu storicamente importante perché rappresentò uno dei primi successi contro le potenze dell'Asse delle forze francesi libere costituite dal generale Charles de Gaulle dopo la disfatta del 1940. Il colonnello Leclerc e la sua colonna mobile del deserto, che avevano pronunciato il celebre "giuramento di Cufra" dopo la vittoria, divennero famosi e contribuirono a rinsaldare il prestigio militare francese.

L'oasi di Cufra[modifica | modifica wikitesto]

Cufra è un'oasi nella Libia sud-orientale (circa 23,3° N, 22,9° E), nella regione della Cirenaica; gli italiani giunsero a Cufra nel 1931. Alla testa di circa 3.000 fra fanti ed artiglieri, e con l'appoggio aereo di una ventina di bombardieri, fu il generale Rodolfo Graziani ad espugnarla, senza grandi difficoltà.

Negli anni successivi gli italiani vi costruirono un piccolo aeroporto ed un fortino (nel villaggio di al-Tag), che dominava l'area. L'aeroporto, dotato di un importante centro-radio per l'assistenza al volo, fu costruito presso l'oasi di Buma e fu spesso utilizzato come scalo nelle rotte dall'Africa settentrionale italiana per l'Asmara e l'Africa Orientale Italiana (AOI).

L'importanza di Cufra crebbe allo scoppio della seconda guerra mondiale quando, con la chiusura di Suez, i collegamenti con l'Africa Orientale Italiana (AOI) si fecero principalmente aerei, via appunto questo scalo ed il suo potente radiogoniometro.

Ma proprio per aver assunto un ruolo tanto cruciale per lo schieramento italiano, divenne immediato oggetto di attenzione militare degli alleati.

Ordine di battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Le forze francesi impegnate nella battaglia:

I francesi vennero supportati da due pattuglie del Long Range Desert Group: la G e la T Patrol, con 76 uomini e 26 camionette Ford.

Le forze italiane schierate a Cufra:

La battaglia di Cufra[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la resa della Francia nel giugno 1940, fu costituita la cosiddetta Francia libera, organizzazione che raccoglieva tutti i francesi che non avevano accettato la resa ai tedeschi e che, pur con mezzi limitati, tentava di ripristinare l'onore militare della Francia cominciando dal controllo delle sue colonie sparse nel mondo. La Francia Libera era pressata dalla necessità di aumentare il proprio credito presso gli Alleati con alcune vittorie militari, e questo portò alla pianificazione di un attacco nel Territorio militare del Sahara libico, allora sotto il controllo del Regio Esercito italiano.

Il 16 gennaio 1941, l'energico e combattivo colonnello Philippe Leclerc guidò un tentativo di conquista dell'oasi libica di Murzuk con una colonna proveniente dal Ciad, ma fu respinto dalle truppe italiane delle compagnie sahariane e dovette ritirarsi.

Dopo questo insuccesso il colonnello Leclerc decise di concentrare le sue forze contro Cufra; egli disponeva della compagnia mobile del Régiment des Tirailleurs Sénégalais du Tchad del capitano de Rennepont e del Grupe Nomade de Tibesti del capitano Barboteu con 400 soldati, di cui 100 europei, 50 autocarri, due cannoni da 75 mm e due autoblindo; altri 150 uomini e 100 autoveicoli avrebbero fornito il sostegno logistico alla colonna[1]. Il 2 febbraio 1941 l'oasi fu attaccata dai bombardieri Bristol Blenheim del Groupe Lorraine, mentre un'azione di ricognizione venne eseguita con successo dal colonnello Leclerc tra il 5 e il 7 febbraio fino all'oasi di El-Zurgh, sette chilometri a sud di Cufra, ed al villaggio di El Giof. Dopo aver attaccato anche l'aeroporto italiano, dove furono distrutti due aerei, il colonnello Leclerc decise di rientrare in Ciad e il 10 febbraio ritornò con i suoi uomini a Faya Largeau[2].

Nel successivo attacco contro il forte italiano di El Tag nell'oasi di Cufra, le forze della Francia Libera comandate da Leclerc furono affiancate dal Long Range Desert Group e dalla Sudan Defence Force britannici. Grazie all'appoggio degli inglesi, l'assedio si concluse con la conquista di Cufra il 1º marzo.

Il giuramento di Cufra[modifica | modifica wikitesto]

Giuramento di Cufra 2 marzo 1941

Dopo la battaglia, il 2 marzo 1941, il colonnello Leclerc proclamò davanti ai suoi soldati il famoso "giuramento di Cufra" con il quale egli rivendicava solennemente la decisione della Francia libera di combattere fino alla vittoria e alla rinascita della Francia. Il colonnello Leclerc affermò: "Giuro di non deporre le armi fino a quando la nostra bandiera, la nostra bella bandiera, sventolerà sulla cattedrale di Strasburgo", Jurez de ne déposer les armes que lorsque nos couleurs, nos belles couleurs, flotteront sur la cathédrale de Strasbourg.[3]

Leclerc e i suoi uomini terranno fede al loro giuramento il 23 novembre 1944 quando i carri armati della 2e division blindée, comandata dall'ufficiale francese e costituita con un nucleo di vecchi combattenti della Francia libera, entrarono vittoriosi a Strasburgo.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ William Mortimer Moore, Free France's lion, p. 113.
  2. ^ William Mortimer Moore, Free France's lion, pp. 114-116.
  3. ^ William Mortimer Moore, Free France's lion, pp. 121-122.
  4. ^ William Mortimer Moore, Free France's lion, pp. 363-364.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • William Mortimer Moore, Free France's lion, Casemate, Havertown, PA, 2011

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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