Obsolescenza programmata

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iPod della Apple. L'azienda statunitense è stata accusata nel 2003 di vendere iPod con una batteria progettata per durare pochi mesi. Il processo è terminato con un accordo tra le parti.

L'obsolescenza programmata o pianificata (in inglese: planned o built-in obsolescence[1]) in economia industriale è una politica volta a definire il ciclo vitale (la durata) di un prodotto in modo da renderne la vita utile limitata a un periodo prefissato. Il prodotto diventa così inservibile dopo un certo tempo, oppure semplicemente "fuori moda", in modo da giustificare l'entrata nel mercato di un modello nuovo.

Funzione[modifica | modifica wikitesto]

I metodi più conosciuti con cui viene attivato il processo sono l'utilizzo di materiali di qualità inferiore o componenti facilmente deteriorabili o talvolta l'utilizzo di sistemi elettronici creati ad hoc. I prodotti si guastano una volta scaduto l'eventuale periodo di garanzia e sono generalmente realizzati in modo che i costi di riparazione risultino superiori a quelli di acquisto di un nuovo modello. Questi accorgimenti progettuali e produttivi sono supportati anche da campagne pubblicitarie volte a proporre e valorizzare nuovi modelli, non necessariamente migliori ma semplicemente più moderni, al fine d'invogliare il consumatore a sostituire il prodotto vecchio con uno nuovo[2][3]. Quando l'unico accorgimento preso per rendere obsoleto un prodotto prima del tempo è la pubblicità si può parlare di obsolescenza percepita[4] o simbolica[5].

L'obsolescenza programmata ha dei benefici esclusivamente per il produttore, perché per ottenere un uso continuativo del prodotto il consumatore è obbligato ad acquistarne uno nuovo e a gettare via quello ormai antiquato o guasto non convenientemente riparabile[6][7].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Ending the depression through planned obsolescence di Bernard London

Secondo alcuni osservatori, già nel 1924 il Cartello Phoebus, lobby dei principali produttori occidentali di lampadine, portò una standardizzazione nella produzione delle lampadine ad incandescenza in commercio, al fine di garantirsi una vita utile dell'apparecchio per un intervallo intorno alle 1.000 ore[8][9].

Il termine "obsolescenza pianificata" è comparso per la prima volta in letteratura nel 1932, anno in cui il mediatore immobiliare Bernard London propose che fosse imposta alle imprese per legge, così da poter risollevare i consumi negli Stati Uniti durante la grande depressione[8].

Quando negli anni trenta i ricercatori dell'azienda chimica DuPont riuscirono a creare il nylon, una nuova fibra sintetica molto resistente, questa fu utilizzata per creare calze da donna che si smagliavano molto più difficilmente di quelle esistenti. Poiché la durabilità delle calze era eccessiva e dannosa per gli affari, la DuPont incaricò i propri tecnici di indebolire la fibra stessa che avevano creato[10][9].

Più tardi il designer statunitense Brooks Stevens reinterpretò il concetto di obsolescenza pianificata dandogli una nuova definizione: «l'instillare nell'acquirente il desiderio di comprare qualcosa di un po' più nuovo, un po' migliore e un po' prima di quanto non sia necessario»[11]. Piuttosto che creare manufatti poveri che sarebbero stati sostituiti in breve tempo, l'idea di Stevens era di progettare prodotti sempre nuovi che utilizzassero le moderne tecnologie, e generassero nuovi gusti e necessità. Stevens ha poi sempre dichiarato di non considerare l'obsolescenza programmata come una sistematica produzione di rifiuti, supponendo invece che i prodotti sarebbero finiti nel mercato di seconda mano, dove sarebbero potuti essere acquistati da persone con un potere di acquisto inferiore[12].

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Nel cinema degli anni cinquanta compaiono delle critiche all'obsolescenza pianificata. Nella commedia Lo scandalo del vestito bianco, il protagonista è uno scienziato che crea uno straordinario tessuto, indistruttibile e impossibile da sporcare, però gli industriali per cui lavora gli si oppongono e cercano di costringerlo a distruggere la fibra, perché i vestiti impossibili da sciupare avrebbero verosimilmente determinato il crollo dell'industria tessile[13]. Nello stesso anno esce nelle sale il film Morte di un commesso viaggiatore, tratto dall'omonima opera teatrale di Arthur Miller. Nel film Fredric March, nel ruolo del protagonista, ha occasione di affermare furioso[9]:

« Per una volta vorrei possedere qualcosa interamente prima che si rompa. Faccio sempre a gara con lo sfasciacarrozze, finisco di pagare l'auto ed è già agli ultimi colpi! Il frigorifero consuma le cinghie come un dannato maniaco! Queste cose le programmano: quando hai finito di pagarle sono già consumate! »

L'obsolescenza pianificata è stata criticata sia per l'incentivazione di un surplus di rifiuti, per l'enorme e non sostenibile spreco delle risorse derivante dalla diffusa applicazione di queste politiche e per il fatto di creare artificialmente dei bisogni da parte del consumatore. Serge Latouche, il noto economista e filosofo francese, ha definito l'obsolescenza pianificata uno dei tre «pilastri che sostengono la società dei consumi» insieme a pubblicità e credito[14]. Latouche, sostenitore della decrescita felice, afferma quindi che l'obsolescenza programmata sia un espediente deplorabile per aumentare infinitamente i consumi e con essi la crescita fine a sé stessa, nociva sia per l'uomo sia per la Terra[10].

Soprattutto nel caso di prodotti elettronici, l'eccesso di rifiuti causato dall'obsolescenza programmata, particolarmente difficile da smaltire, si risolve con l'esportazione di grandi quantità di rifiuti tossici dai paesi sviluppati in Africa, mascherati come prodotti di seconda mano[15][9]. Molti movimenti ecologisti internazionali avversano l'obsolescenza programmata in particolare per il problema che comporta per la sostenibilità dell'economia. Nel marzo 2013 un gruppo di senatori ecologisti francesi ha, infatti, proposto di vietarla per legge[16][17][18]. Una soluzione è stata cercata anche nei cosiddetti repair café, locali dove si può cercare aiuto per la riparazione artigianale di oggetti di consumo guasti[19].

La compagnia statunitense Apple venne per esempio citata in giudizio nel 2003 con una class action, a causa della durata delle batterie dell'iPod, che secondo l'accusa erano volutamente programmate con una breve vita così da costringere il consumatore a comprare un nuovo modello di iPod dopo un limitato periodo di uso, stimato intorno ai 18 mesi. Inoltre l'azienda in origine non offriva sul mercato le batterie di ricambio[20][21][22]. La Apple ha accettato di offrire rimborsi ai clienti che riscontravano batterie difettose e anche di pagare le spese legali dei denunciatari, senza tuttavia ammettere responsabilità di reato[23].

D'altro canto, Werner Scholz, direttore dell'associazione tedesca dei costruttori di elettrodomestici, ha espresso dubbi sulla lungimiranza dell'obsolescenza pianificata come politica aziendale, dato che, dopo aver comprato un prodotto scadente, il cliente probabilmente acquisterà da un altro produttore[24].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Jeremy Bulow, An economic theory of planned obsolescence (PDF).
  2. ^ Laura Pavesi, Obsolescenza programmata. Se gli elettrodomestici sono progettati per rompersi in il Cambiamento, 26 marzo 2013. URL consultato il 25 aprile 2013.
  3. ^ Obsolescenza programmata in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 27 aprile 2013.
  4. ^  Annie Leonard. La storia delle cose, a 12:41. Free Range Studios - YouTube. URL consultato in data 2 maggio 2013.
  5. ^ Latoucheprefazione
  6. ^ Computer Electronics : Blu-Ray, ComputerInfoWeb.com, 2008. URL consultato il 27 maggio 2011.
  7. ^ Planned obsolescence, The Economist, 23 marzo 2009.
  8. ^ a b vedi pag. 238-239 di Calabrò, D'Amico, Lanfranchi, Moschella, Pulejo, Salomone, Moving from the Crisis to Sustainability. Emerging Issues in the International Context, FrancoAngeli, 2012
  9. ^ a b c d Cosima Dannoritzer, La Storia siamo noi: L'obsolescenza programmata, RAI 3, 18 giugno 2012. URL consultato il 19 aprile 2013.
  10. ^ a b Micol De Pas, Serge Latouche, "Usa e getta": anatomia delle cose guaste in Panorama, 27 marzo 2013. URL consultato il 2 maggio 2013.
  11. ^ (EN) Brooks Stevens Biography, Milwaukee Art Museum. URL consultato il 23 aprile 2013.
  12. ^ (EN) Lesson 4, Milwaukee Art Museum. URL consultato il 23 aprile 2013.
  13. ^ Matteo Merzagora, Scienza da vedere, Alpha Test, 2006, pp. 264, 265. URL consultato il 23 aprile 2013.
  14. ^ Elisa Russo, Obsolescenza programmata, beni progettati per “scadere”, Liquida Magazine, 3 gennaio 2011. URL consultato il 24 aprile 2013.
  15. ^ Fabrizio Buratto, Latouche contro "l'usa e getta": una truffa per i consumatori in Il sole 24 ore, 11 aprile 2013. URL consultato il 25 aprile 2013.
  16. ^ Aldo Ferretti, Vietare per legge l'obsolescenza programmata? In Francia ci stanno provando, greenreport.it, 25 marzo 2013. URL consultato il 25 marzo 2013.
  17. ^ Article L213-1, Parlamento Francese. URL consultato il 22 ottobre 2014.
  18. ^ Pino Bruno, Obsolescenza programmata punita con la reclusione? in la Repubblica.it, 30 settembre 2014. URL consultato il 22 ottobre 2014.
  19. ^ Pino Bruno, L'obsolescenza programmata si batte con i Repair Café in Tom's Hardware, 4 luglio 2013. URL consultato il 19 luglio 2013.
  20. ^ Il piccolo segreto dell'iPod, Punto Informatico, 12 febbraio 2004. URL consultato il 28 aprile 2013.
  21. ^ golem
  22. ^ diedenker
  23. ^ (EN) A.A.V.V., Judge approves settlement in iPod class action suit in Apple Insider, 26 agosto 2005. URL consultato il 23 luglio 2013.
  24. ^ Ilaria Orrù, Elettrodomestici, se riparare costa più che cambiare in Wired, 21 marzo 2013. URL consultato il 26 aprile 2013.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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