Età dell'oro

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L'età dell'oro di Lucas Cranach il Vecchio

L'età dell'oro o età aurea è un tempo mitico di prosperità e abbondanza. L'espressione italiana ricalca il latino aurea aetas.

Secondo le leggende in quest'epoca gli esseri umani vivevano senza bisogno di leggi, né avevano la necessità di coltivare la terra perché da essa cresceva spontaneamente ogni genere di pianta, né quella di costruire navi per cercare altre terre. Non c'era odio tra individui né guerre flagellavano la terra. Era sempre primavera e né il caldo o il freddo tormentavano le genti e perciò non c'era bisogno di costruire case o di ripararsi in grotte. Con l'avvento di Giove finisce l'età dell'oro e inizia l'età dell'argento.

La visione di Esiodo[modifica | modifica wikitesto]

L'idea di un'epoca dorata compare per la prima volta nel poema Le opere e i giorni di Esiodo (metà dell'VIII secolo a.C.). Secondo il poeta si tratta della prima età mitica, il tempo di «un'aurea stirpe di uomini mortali», che «crearono nei primissimi tempi gli immortali che hanno la dimora sull'Olimpo. Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro [...] tutte le cose belle essi avevano» (Le opere e i giorni, versi 109 e seguenti).

Esiodo descrive altre quattro ere che sarebbero succedute all'età dell'oro in ordine cronologico: l'età dell'argento, l'età del bronzo, l'età degli eroi e l'età del ferro. Tale involuzione della condizione umana imposta da Zeus è dovuta alla creazione, ad opera degli dei, di Pandora, la prima donna, donata all'uomo perché fosse punito dopo aver ricevuto dal Titano Prometeo il fuoco, rubato da quest'ultimo agli dei. Pandora ha un ruolo simile a quello di Eva nei testi biblici: come Eva, a causa del peccato originale, nega all'uomo la vita felice nell'Eden, così Pandora apre un otre nel quale erano segregati tutti i mali che durante l'età dell'oro erano sconosciuti tra gli uomini.

La visione di Virgilio[modifica | modifica wikitesto]

Virgilio teorizza nella quarta egloga delle bucoliche l'arrivo di un misterioso fanciullo. L'avvento di questo puer è caratterizzato dall'arrivo di una nuova età dell'oro, facendo così propria una visione ciclica della storia, scandita dalle età teorizzate da Esiodo precedentemente.

In tale ecloga egli espone tale argomento in modo volutamente oscuro e incomprensibile: tale puer potrebbe essere identificato o in Ottaviano, o nel figlio che si sperava nascesse dal matrimonio tra Ottavia, sorella di Ottaviano e Marco Antonio, o ancora nel console Pollione, o suo figlio. In epoca augustea il mito dell'età dell'oro assume anche importanza specifica come fattore di propaganda politica. In epoca augustea l'età dell'oro rappresenta l'idealizzazione della nuova realtà politica (Eneide 6, 791-95): "Questo, questo è l'uomo, che odi presagirti spesso, / Augusto Cesare, stirpe del Divo, che di nuovo / porrà il secolo d'oro, un tempo nei campi del Lazio / regno di Saturno; e oltre Garamanti e Indi l'impero / dilaterà....".[1] Il regno di Saturno succede ad un tipo di società quasi ferina. Saturno è presentato come sinecista, come ordinatore politico e legislatore, soprattutto come garante della pace, compromessa dalla belli rabies e dall' amor....habendi dell'età successiva. La figura così caratterizzata di Saturno anticipa quella di Augusto, che avrebbe appunto riportato gli aurea saecula secondo la profezia di Anchise prima citata (Eneide, 6, 791-95).[2] Nel suo poema didascalico le Georgiche (I, vv. 121-54) Virgilio riprende il tema dell'evolversi del mondo dall'età dell'oro all'età del ferro, anzi dal regno di Saturno (ante Iovem) al regno di Giove.

Secondo i Cristiani del I secolo d.C., tale figura è da identificare in Cristo, tant'è che lo stesso Dante Alighieri sceglierà Virgilio come guida spirituale nell'Inferno e nel Purgatorio, proprio per la predizione del poeta.

Secondo Karl Büchner[senza fonte], il puer predetto da Virgilio sarebbe solo il simbolo della generazione aurea di cui si attende l'arrivo, e non un bambino storicamente esistito. Inoltre, questa ipotesi sarebbe convalidata dal fatto che Virgilio, nella IV ecloga, diviene interprete del comune desiderio di rigenerazione e di miglioramento che i romani dell'età tardo repubblicana provavano.

Certamente in questa quarta egloga, pare chiara la necessità di un rinnovamento e di una rigenerazione dalle lotte civili del 50 a.C., possibile grazie alla probabile riconciliazione tra Ottaviano e Antonio, che sembrava preannunciare l'avvento di una nuova era di pace.

La fortuna letteraria[modifica | modifica wikitesto]

La concezione di Esiodo ebbe fortuna per tutta l'antichità, e ritorna ad esempio nell'opera di Platone e del poeta romano Publio Ovidio Nasone. Quest'ultimo scrive nelle sue Metamorfosi [3]:

(LA)

« Aurea prima sata est ætas, quae vindice nullo, sponte sua, sine lege fidem rectumque colebat. »

(IT)

« Fiorì per prima l'età dell'oro; spontaneamente, senza bisogno di giustizieri, senza bisogno di leggi, si onoravano la lealtà e la rettitudine. »

(Ovidio, Metamorfosi, I 89-90)

Il poeta Tibullo nella terza elegìa del primo libro narra di aver lasciato Roma a malincuore per seguire Messalla in Oriente. Gravemente ammalatosi, il senso della solitudine e della lontananza fa scattare l'appassionata rievocazione del tempo di Saturno, quando la terra non aveva ancora aperto le vie ai lunghi viaggi (vv. 35-50). Nel carme 64 di Catullo vi è, specie nell'epilogo, una opposizione fra l'età vissuta dal poeta e l'età mitica degli eroi. Al mitico passato, rispettoso della pietas, il poeta oppone il presente, che ha rifiutato la giustizia e ha meritato l'abbandono da parte degli dei. In Seneca tragico (Phaedra, 525-27) l'età dell'oro rappresenta il paradigma ideale su cui Ippolito proietta lo stato felice della vita agreste. Il mito dell'età dell'oro è sfruttato in chiave moralistica da Giovenale all'inizio della satira sesta (qui la decadenza dell'umanità è vista come l'allontanamento dalla terra della Pudicitia personificata).[4]

Oltre che nell'antichità, il tema dell'età dell'oro fu ripreso nel rinascimento e nel Settecento, e rimarrà come tema popolare di tipo leggendario.

Il concetto di età dell'oro è stato ripreso da Dante nella Divina Commedia. Dante si limita ad esprimere il suo pensiero al riguardo del paradiso terrestre che, a parer suo, era il luogo a cui si riferivano gli antichi greci. Come sua abitudine non pronuncia direttamente queste considerazioni, ma le fa pronunciare ad una fanciulla che incontra e che si rivelerà chiamarsi Matelda (Dante, Divina Commedia, Purgatorio - Canto ventottesimo, 139-144).

L'ambientazione dell'età dell'oro viene nel Rinascimento ripresa anche da Iacopo Sannazzaro nella sua Arcadia.

L'età dell'oro (The Golden Age in inglese) è anche il titolo di alcuni libri, tra cui uno scritto del 1895 di Kenneth Grahame, un'opera dello scrittore statunitense Gore Vidal (L'età dell'oro, 2000) e un romanzo di fantascienza di John C. Wright (L'età dell'oro, 2002).

Modo di dire[modifica | modifica wikitesto]

Nel linguaggio comune, quando si parla di età dell'oro s'intende in generale un'epoca felice, una stagione fortunata e irripetibile.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Virgilio, Eneide, introduzione e traduzione di Enrico Oddone, Universale Economica Feltrinelli, 2010.
  2. ^ Emilio Pianezzola, Forma narrativa e funzione paradigmatica di un mito: l'età dell'oro latina. Estratto da "Studi di Poesia Latina in onore di Antonio Traglia", Roma 1979, Edizioni di Storia e Letteratura
  3. ^ Il mito delle quattro età si trova nel I libro, vv. 89-131.
  4. ^ Emilio Pianezzola, op.cit.

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