Cimitero delle Fontanelle

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Coordinate: 40°51′33″N 14°14′31″E / 40.859140, 14.241934

Cimitero delle Fontanelle
L'ingresso alle cave
L'ingresso alle cave
Tipo civile
Confessione religiosa cattolica
Stato dismesso
Ubicazione
Nazione Bandiera dell'Italia Italia
Città Napoli
Luogo Rione Sanità
Comune
Costruzione
Periodo costruzione
Data apertura 1656
Data chiusura 1969
Data riapertura
Area 3.000 mq, 30.000 mq(cavità)
Ingegnere
Architetto
Tombe famose
Note Museo dal 2006

Il Cimitero delle Fontanelle è un antico cimitero della città di Napoli.

Indice

[modifica] Storia

Crocevia tra le gallerie

L’antico ossario si sviluppa per circa 3.000 m2, e la cavità è stimata attorno ai 30.000 mc.

Il sito, come nascosto nel cuore del Rione Sanità, uno dei quartieri più ricchi di storia e tradizioni, appena fuori dalla Napoli greca–romana, nel quartiere scelto per la necropoli pagana e più tardi per i cimiteri cristiani, conserva da almeno quattro secoli i resti di chi non poteva permettersi una degna sepoltura e, soprattutto, delle vittime delle grandi epidemie che hanno più volte colpito la città.

In quest’area, situata tra il Vallone dei Girolamini a monte e quello dei Vergini a valle erano dislocate numerose cave di tufo, utilizzate fino al 1600, per reperire il materiale, il tufo, appunto, per costruire la città.

Lo spazio delle cave di tufo fu usato a partire dal 1656, anno della peste, flagello che provocò almeno trecentomila morti, fino all’epidemia di colera del 1836.

Non solo, a tali resti si aggiunsero nel tempo anche le ossa provenienti dalle cosiddette “terresante” (le sepolture delle chiese bonificate dopo l'arrivo dei francesi di Murat) e da altri scavi.

Il canonico Andrea De Jorio racconta che verso la fine del Settecento tutti quelli che avevano i mezzi lasciavano disposizioni per farsi seppellire nelle chiese. Qui però spesso non vi era più spazio sufficiente; accadeva, allora, che i becchini, dopo aver finto di aderire alle richieste ed aver effettuato la sepoltura, a notte alta, posto il morto in un sacco, se lo caricavano su una spalla ed andavano a riporlo in una delle tante cave di tufo.

Tuttavia, in seguito alla improvvisa inondazione di una di queste gallerie, i resti vennero trascinati all’aperto [1]. Allora le ossa furono ricomposte nelle grotte, furono costruiti un muro ed un altare ed il luogo restò destinato ad ossario della città. Secondo una credenza popolare uno studioso avrebbe contato, alla fine dell’Ottocento circa otto milioni di ossa di cadaveri rigorosamente anonimi. Oggi si possono contare 40.000 resti, ma si dice che sotto l'attuale piano di calpestio vi siano compresse ossa per almeno quattro metri di profondità, ordinatamente disposte, all'epoca, da becchini specializzati.

L'ossario fu fatto chiudere nel 1969 dal cardinale di Napoli dell'epoca, Corrado Ursi, preoccupato per i segnali di feticismo che il culto delle Anime pezzentelle andava denotando. Abbandonato per molti anni, fu messo in sicurezza e riordinato dopo il 2002 e dal 2006 è di nuovo accessibile al pubblico.

[modifica] Il sito

A dir il vero, già il toponimo Sanità, come ebbe a spiegare il canonico Gennaro Aspreno Galante, sarebbe a ricondurre ai molti miracoli che si ottenevano sulle tombe dei santi sepolti ma anche per la salubrità del luogo. Il quartiere che si estende tra via Foria e la collina di Capodimonte ha sempre avuto dei segni distintivi nell’orografia come nell’urbanistica, nella storia come nella cultura.

Il nome delle Fontanelle deriva dalla presenza di abbondanti sorgenti e fonti d’acqua in questa parte delle città, in una stagione in cui era rara l’acqua a Napoli.

La valle dei Vergini prende il nome da una fratria religiosa greca, quella degli eunostidi, dedita alla temperanza e, soprattutto, alla castità. Tra storia e leggenda la singolare vicenda di Eunosto, giovane di bell’aspetto che, suo malgrado, fece innamorare Ocna. La ragazza, figlia di un magistrato, corteggiò a lungo il fanciullo, senza ottenere alcuna risposta. Infine, travolta, dalla passione, tentò di sedurlo con una vera e propria aggressione, ma Eunosto reagì bruscamente e si difese con la forza. Ferita nell’orgoglio oltre che nel corpo, Ocna raccontò ai fratelli d’esser stata vittima di un tentativo di stupro e i due la vendicarono uccidendo il ragazzo. Quando, poco dopo, si seppe la verità gli assassini furono incarcerati e la donna si uccise, mentre i cittadini vollero tributare un omaggio ad Eunosto dedicandogli un tempio.

[modifica] L'utilizzo cimiteriale

l'ossario all'ingresso
il Presepe e il Crocifisso

Come dicevamo poc'anzi, già alla fine del Settecento v’è una prima sommaria sistemazione dei resti e si iniziano a vedere numerose stuoie e sudari di ossa.

I resti anonimi si moltiplicarono col passare degli anni ed è qui che confluirono, oltre alle ossa trasferite dalle terresante, anche i corpi dei morti nelle epidemie, e una quindicina d'anni dopo le ossa ritrovate nel corso della sistemazione di via Toledo, risalenti alla peste del 1656.

Ed ancora, nel 1934, furono collocate qui le ossa ritrovate durante i lavori di sistemazione di via Acton, non lontano dal Maschio Angioino, come ricorda una lapide ben visibile nella cavità, scese le scale poste sulla parete di destra, accanto ad una fossa coperta da una lastra di vetro.

Alla fine dell’Ottocento, dinanzi all’ingresso principale della cava, viene eretta la Chiesa di Maria Santissima del Carmine. Il tempio sostituisce la cappella ricavata all’interno della cava e regolarmente utilizzata per le celebrazioni liturgiche. L’accesso dalla chiesa, aperta fino agli anni ottanta del Novecento, dov’era l’altare, introduce alla grotta di Lourdes, dove si trovano la statua dell’Immacolata e di Bernadette, e quindi la cappella con Cristo morto. A sinistra c’è un alto finestrone, di fronte l’altare con il Crocifisso sagomato e, alla sua sinistra, il presepe sistemato nella prima metà del Novecento, con Maria e Giuseppe a grandezza naturale.

Entrando, posti di fronte all’altare, sulla sinistra, sotto il finestrone, ci sono le prime due bare che raccolgono i resti di ossa (forse di bambini).

Entrati nella prima delle tre grandi gallerie, a sezione trapezoidale, in direzione N-S, con un’altezza variabile tra i 10 e i 15 m e lunghe un centinaio di metri collegate da corridoi laterali, subito a destra è stata realizzata la cappella che ricorda il canonico Gaetano Barbati, che organizzò le prime squadre di fedeli per la sistemazione dei resti, inoltre fece scrivere la lapide sulla facciata della chiesa, come monito di pietà cristiana per i posteri.

Ai piedi della statua vi è una bara in cui sono deposti i resti di due scheletri posti l’uno accanto all’altro e la credenza popolare li identifica come i due sposi. Proseguendo il successivo corridoio laterale ospita, forse il teschio più famoso, ovvero quello del "Capitano".

Particolare è anche la figura del "Capitano" (il cui teschio ha a lungo troneggiato nell’ossario). Sulla sua figura aleggiano varie leggende e ad essa è legata anche quelle dei due sposi, citati poc’anzi, situati nella bara, sotto la statua di Gaetano Barbati.

[modifica] La leggenda del teschio del "Capitano"

La prima versione ci racconta che una giovane promessa sposa era molto devota al teschio del capitano, e che si recava spesso a pregarlo ed a chiedergli grazie. Una volta il di lei fidanzato, scettico e forse un po' geloso delle attenzioni che la sua futura moglie dedicava a quel teschio, volle accompagnarla; portandosi dietro un bastone di bambù, l'uomo usò il bastone per conficcarlo nell'occhio del teschio, mentre, deridendolo, lo invitava a partecipare al loro prossimo matrimonio.

Il giorno delle nozze apparve tra gli ospiti un uomo vestito da carabiniere. Incuriosito di tale presenza lo sposo chiese chi fosse, e questi gli rispose che proprio lui lo aveva invitato, accecandogli un occhio; detto ciò si spogliò mostrandosi per quel che era... uno scheletro! I due sposi e chissà quanti altri invitati morirono sul colpo.

L'altra versione raccolta da Roberto De Simone [2], mette in scena una leggenda nera popolare: un giovane camorrista, donnaiolo e spergiuro, aveva osato profanare il Cimitero delle Fontanelle, ivi facendo l'amore con una ragazza. Ad un tratto sentì la voce del capitano che lo rimproverava ed egli, ridendosene, rispose di non aver paura di un morto. Alle nuove imprecazioni del capitano, il temerario giovane lo aveva sfidato a presentarsi di persona, giurando ironicamente di aspettarlo il giorno del suo matrimonio (e intanto giurando in cuor suo di non sposarsi mai). Però il giovane, dimentico del giuramento, dopo qualche tempo si sposò. Al banchetto di nozze si presentò tra gli invitati un personaggio vestito di nero che nessuno conosceva e che spiccava per la sua figura severa e taciturna. Alla fine del pranzo, invitato a dichiarare la sua identità, rispose di avere un dono per gli sposi, ma di volersi mostrare solo a loro.
Gli sposi lo ricevettero nella camera attigua, ma quando il giovane riconobbe il capitano fu solo questione di un attimo: il capitano tese loro le mani e dal suo contatto infuocato gli sposi caddero morti all'istante.

La particolarità di tale teschio, posto all'interno di una teca, è la sua lucidatura: mentre gli altri crani sono ricoperti di polvere quest'ultimo è infatti sempre ben lucidato, forse perché raccoglie meglio l'umidità del luogo sotterraneo, che è stata sempre interpretata come sudore: "Se domandate ai devoti vi diranno che quell'umidità è sudore delle anime del Purgatorio".

Gli umori che si depositano su questi resti sono ritenuti dai fedeli acqua purificatrice, emanazione dell’aldilà in quanto rappresentazione delle fatiche e delle sofferenze cui sono sottoposte le anime.

[modifica] Il culto delle anime

Teschi e casette. Il riordino è recente.
La casetta della signora Agata

Ma il punto di partenza era comunque la preghiera per tali anime. Le ossa anonime, accatastate nelle caverne lontano dal suolo consacrato, sono diventate ben presto per la gente della città le anime abbandonate - le cosiddette ”anime pezzentelle” - un ponte tra l'aldilà e la terra, un mezzo di comunicazione tra i mondi dei morti e i mondi dei vivi, segno di speranza nella possibilità di un aiuto reciproco tra poveri che scavalca la soglia della morte: poveri sono infatti i morti, per il semplice fatto di essere morti e dimenticati, e poveri i vivi che vanno a chiedergli soccorso e fortuna.

Al teschio, spesso, era associato un nome, una storia, un ruolo. Ancora negli anni Settanta c'era l'abitudine di sostare di notte ai cancelli del Cimitero per aspettare le ombre mandate dal teschio di don Francesco, un cabalista spagnolo, a rivelare i numeri da giocare al lotto. Spesso il napoletano, più che altro donne, si recava sul posto, adottava un teschio particolare che l'anima le aveva indicato nel sogno. Da questo punto in poi il cranio diventava parte della famiglia del devoto.

Al camposanto delle Fontanelle, il comportamento rituale si esprimeva in un preciso cerimoniale: il cranio veniva pulito e lucidato, e poggiato su dei fazzoletti ricamati lo si adornava con lumini e dei fiori. Il fazzoletto era il primo passo nell'adozione di una particolare anima da parte di un devoto e rappresentava il principio affinché la collettività adottasse il teschio.

Al fazzoletto si aggiungeva il rosario, messo al "collo" del teschio per formare un cerchio; in seguito il fazzoletto veniva sostituito da un cuscino, spesso ornato di ricami e merletti. A ciò seguiva l'apparizione in sogno dell'anima prescelta, la quale richiedeva preghiere e suffragi.

I fedeli sceglievano chi pregare e a chi offrire i lumini nelle loro visite costanti e regolari. Solo allora il morto appariva in sogno e si faceva "riconoscere".

In sogno comunque la richiesta delle anime è sempre la stessa: tutte hanno bisogno di refrisco.
La frase ricorrente nelle preghiere rivolte alle anime purganti era infatti la seguente: «A refrische 'e ll'anime d'o priatorio». Si pregava l'anima per alleviare le sue sofferenze in purgatorio, creando un vero e proprio rapporto di reciprocità, in cambio di una grazia o dei numeri da giocare al lotto. Se le grazie venivano concesse il teschio veniva onorato con un tipo di sepoltura più degno: una scatola, una cassetta, una specie di tabernacolo, secondo le possibilità dell'adottante. Ma se il sabato i numeri non uscivano o se le richieste non erano esaudite, il teschio veniva abbandonato a se stesso e sostituito con un altro: la scelta possibile era vasta.

I teschi, inoltre, non venivano mai ricoperti con delle lapidi, perché fossero liberi di comparire in sogno, di notte. Secondo la tradizione popolare infatti l'anima del Purgatorio rivelava in sogno la sua identità e la sua vita. Il devoto ritornava allora sul luogo di culto, raccontava il sogno, e se l'anima del teschio era particolarmente benevola, si concedeva a tutti di pregare lo stesso teschio determinando così una sorte di santificazione popolare.
Utili erano tutti i tipi di segni che potevano venire alle anime. Così un teschio che non sudava, cioè che non accumulava condensa da umidità, era segno di una sofferenza dell'anima abbandonata e cattivo presagio. In questo caso si chiedeva soccorso a Gesù e, soprattutto, alla Madonna.

L'unico mezzo di comunicazione tra i vivi e i morti era il sogno; dai sogni spesso nascono così varie personificazioni delle anime "pezzentelle", ed ecco moltiplicarsi le diverse figure di giovinette morte subito prima del matrimonio, di uomini morti in guerra o comunque in circostanze drammatiche e singolari.

Il culto fu particolarmente vivo negli anni del secondo conflitto mondiale e del primo dopoguerra: la guerra aveva diviso famiglie, allontanato parenti, provocato morti, disgrazie, distruzioni, miseria. Non potendo aspettarsi aiuto dai vivi, il popolo lo chiedeva ai morti, e l'evocazione delle anime purganti diventa insieme la concreta rappresentazione della memoria e la speranza di sottrarsi miracolosamente all'infelicità e alla miseria.

[modifica] Il Monacone

il Monacone (il teschio è stato tolto quando il culto è stato interdetto e con i successivi restauri)

Proseguendo, in fondo, illuminato da un impossibile raggio di luce, si innalza l'inquietante figura del Monacone: l'impressionante statua di San Vincenzo Ferrer decapitata, sulla quale una mano ignota ha posto un teschio in luogo della testa.

Alle sue spalle si trovano due bare con gli unici scheletri ben visibili dentro il "cimitero", entrambi vestiti e posti che appartengono ad una coppia di nobili: Filippo Carafa, conte di Cerreto, di Maddaloni, morto ad ottantaquattro anni, la seconda, la moglie, donna Margherita, morta a cinquantaquattro anni. Quest'ultima, si racconta, ritrovata con la bocca spalancata, sarebbe morta soffocata da uno gnocco. Si vuole che qui ci siano anche i resti del poeta Giacomo Leopardi. Nel fondo si trova l'antro forse più noto, definito il "Tribunale" per la presenza di tre croci con una base di teschi. Qui, secondo quanto si racconta da almeno un secolo, si riunivano i vertici della camorra antica per i famosi giuramenti di sangue e gli altri riti di affiliazione e, anche, per emettere le condanne a morte.

Non lontano vi è il "Calvario", chiamato così perché il Golgota -il monte dove spirò Gesù- in aramaico significa teschio. Attualmente la sistemazione non è più quella originaria in quanto per un'alluvione, ci fu un'invasione di fango che coprì quasi tutti i teschi.

Continuando nella seconda galleria ogni antro è occupato da cataste di teschi che, in base all'ennesima leggenda, sarebbero stati ordinati secondo la condizione sociale dei defunti. In fondo, nel mezzo d'un ambiente di grande impatto visivo ed emozionale, quello che si potrebbe definire l'"ossoteca", al cui centro si erge un Cristo risorto.

Dopo il Calvario sulla sinistra si possono osservare i teschi adottati e custoditi in teche di marmo apprestate da chi poteva permetterselo, con su scritto: Per Grazia ricevuta, il nome, cognome e l'anno di adozione del devoto; chi invece non aveva possibilità custodiva il teschio adottato in una scatola - poteva andar bene anche una scatola di biscotti.

Nell'ultimo antro ci sono gli scolatoi, dove i morti venivano appoggiati per far colare i liquidi. Sulle pareti sono ancora ben visibili le grappiate utilizzate dai cavamonti per scendere nella cavità e poter estrarre e lavorare il tufo.

[modifica] Note

  1. ^ Il fenomeno - ricorrente in occasione di alluvioni o anche solo temporali particolarmente violenti e protratti - era noto come "la lava dei Vergini": per l'inadeguatezza del sistema fognante e la forte pendenza del sito, in quei casi l'acqua, colma di detriti di ogni specie, "correva trascinando tutto quello che incontrava da via Fontanelle e da via Sanità, dalla zona di San Gennaro dei Poveri, dalle pendici di Capodimonte e da quelle di Materdei, spazzava piazza Vergini e si buttava su via Foria raggiungendo piazza Carlo III e piazza Garibaldi" ([1]). La gente del luogo dava l'allarme al grido di " ‘a lava! ‘a lava!, ", e chiuse in fretta e furia botteghe, porte e finestre ai piani bassi, si salvava riparando ai piani alti delle case.
  2. ^ citata nel racconto "Il Commendatore alle Fontanelle", pubblicato in Novelle K666 fra Mozart e Napoli, Einaudi 2007

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