Calcografia

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La calcografia o stampa calcografica è un sistema di stampa ad incisione.

Le prime notizie su questa tecnica di stampa risalgono al 1450, quando a Firenze l'orafo Maso Finiguerra per primo adoperò un procedimento inverso rispetto alla tecnica xilografica.

Tecniche di stampa calcografica[modifica | modifica wikitesto]

Le principali tecniche di stampa calcografica sono la puntasecca e l'acquaforte.

Puntasecca[modifica | modifica wikitesto]

Consiste nell'incidere la propria opera su una lastra di rame o zinco con uno strumento chiamato "punta" (un ago d'acciaio molto appuntito, dotato di un manico di legno e usato come una matita).

Puntasecca.jpg

Una volta incisa, la lastra viene inchiostrata e poi ripulita affinché l'inchiostro rimanga solo nelle parti precedentemente incise, dopo di che viene collocata sul torchio calcografico che permette la stampa.

Tra i primi maestri e caposcuola si può citare Andrea Meldolla detto lo Schiavone.

Acquaforte[modifica | modifica wikitesto]

La lastra zinco viene ricoperta da un sottile strato di cera d'api, oppure bitume o vernice satinata. Successivamente, con un qualsiasi strumento a punta, si asporta il materiale protettivo affinché restino scoperte le parti che poi verranno stampate; dopo di che, affinché non venga corroso, si isola il retro della lastra con comune nastro adesivo e la si immerge in acquaforte (come veniva anticamente chiamata la miscela formata da tre parti d'acqua e una di acido nitrico). L'acquaforte, con un'azione chiamata "morsura", corrode le parti della lastra rimaste senza protezione. La lastra deve rimanere in acido per un tempo proporzionato al tipo di segno desiderato: più lunga sarà la morsura, più scuri saranno i segni.

A meno che non sia fatto di proposito, cioè per dare uno specifico effetto artistico all'opera, se la lastra rimane per troppo tempo nell'acquaforte la morsura potrebbe arrivare a bucarla; viceversa, se il tempo di morsura è eccessivamente breve, il segno potrebbe non essere sufficientemente profondo e quindi la stampa non sarà possibile. Tolta la lastra dall'acido, bisogna asciugarla ed eliminare il nastro adesivo e la cera, dopo di che viene inchiostrata, ripulita e messa al torchio. Questo lavoro viene eseguito manualmente e deve essere ripetuto per ogni esemplare. Il procedimento per le lastre di rame è analogo, l'acido utilizzato nella morsura è però il percloruro ferrico, che ha tempi di morsura più lunghi.

Si ottiene un'ottima resa con un sistema misto calcografia-offset.

Questa tecnica fu utilizzata con successo da Dürer e dal Parmigianino, che può essere considerato il vero e proprio caposcuola in Italia.[1]

Importante fu il lavoro svolto dalla famiglia De Rossi, dal Seicento al 1738, quando l'insieme delle loro lastre venne incorporato nella Calcografia Camerale, che nel 1870 cambiò il nome in Calcografia Reale e successivamente in quello di Calcografia Nazionale.

Rotocalcografia[modifica | modifica wikitesto]

Conosciuta più comunemente come rotocalco. Procedimento di stampa dove l'inchiostro è trasferito da un cilindro inciso ad un supporto; è un’evoluzione tecnica della calcografia, in quanto utilizza una macchina rotativa con cilindri incisi (ottenuti fotomeccanicamente con la tecnica del retino). Utilizzata per diverse tipologie di imballo flessibile.

Fotocalcografia[modifica | modifica wikitesto]

[non chiaro]} La fotocalcografia - a differenza della fotoincisione o del rotocalco - non si effettua utilizzando un retino litografico. Per ottenere sulla superficie di rame la "spalla" o "resist" che resisterà all'acidatura permettendo la formazione degli incavi per la deposizione dell'inchiostro, si usa una polvere di bitume depositata uniformemente sulla lastra e quindi fusa a caldo come per il processo di incisione "all'acquatinta". Si ottengono in questo modo nella stampa punti che si differenziano sia per profondità che per dimensione, aumentando grandemente la qualità finale. Il riporto dell'immagine da incidere sulla lastra viene eseguito fotograficamente per cui il procedimento rientra tra quelli cosiddetti foto-meccanici.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Universo, De Agostini, Novara, Vol.II, pag.505-506

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