Bokeh

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Esempio di bokeh ottenuto con un obiettivo di lunghezza focale 85 mm e rapporto focale f/1,2. L'impiego di obiettivi dotati di un basso rapporto focale, combinato con l'oculata scelta dei toni cromatici dei piani fuori fuoco, della maggiore o minore sfocatura e della gradualità con cui questa si presenta, permette al fotografo di realizzare un piacevole effetto "sfocato".

Bokeh (pronunciato /bɒkɛ/ o talvolta /ˈboʊkə/[1]) è un termine del gergo fotografico derivato dal vocabolo giapponese "boke" (暈け o ボケ), che significa "sfocatura", ma anche "confusione" (mentale)[2]. Si può datare la comparsa dei primi utilizzi del termine Boke, verso la fine degli anni ottanta sulle brochure della Minolta, ma è a partire dalla metà degli anni novanta che il termine convertito in Bokeh, verrà "ufficialmente" sdoganato ed affiancato all'uso tradizionale di espressioni come contributo delle aree fuori fuoco o resa dello sfocato. L'effetto così diventa un metro di giudizio sulla "qualità estetica della sfocatura", ma anche dell'ottica utilizzata: alcune scuole di pensiero sostengono che se i circoli creati dai punti luce sono privi di contorni netti, l'effetto e l'obiettivo saranno di "buona" o migliore qualità, al contrario, osservando i contorni troppo marcati o simili ad anelli più o meno larghi, l'effetto (che può essere enfatizzato aumentando la nitidezza) in genere rivela una qualità inferiore.

La parola bokeh indica propriamente le zone contenute nei piani fuori fuoco di un'immagine fotografica[3] e la qualità estetica della sfocatura[4]. Per estensione il termine si può riferire anche alla tecnica che permette di ottenere un "gradevole" effetto sfocato, tramite l'utilizzo creativo delle proprietà ottiche degli obiettivi.

Uso del termine[modifica | modifica sorgente]

Una scarsa profondità di campo contribuisce a enfatizzare l'effetto "sfocato"

Mike Johnston, curatore editoriale della rivista statunitense Photo Techniques, introdusse la grafia "bokeh" nel 1997 per suggerire ai lettori anglofoni la corretta pronuncia del termine giapponese "boke" ("sfocatura"), che era in uso dall'anno precedente. Alla diffusione del vocabolo contribuì anche il saggio How to photograph buildings and interiors di Gerry Kopelow, pubblicato nel 1998[4].

Contributo dello sfocato e profondità di campo[modifica | modifica sorgente]

Il concetto di bokeh risulta intrinsecamente legato alla nozione di profondità di campo: mentre il contributo dello sfocato di ciascun obiettivo è caratteristico dello schema ottico e di conseguenza non modificabile dal fotografo, la scelta del valore di apertura e della distanza di messa fuoco adatti, consentono al fotografo di manipolare la profondità di campo dell'immagine, permettendo così di declinare le peculiarità del bokeh.

Con le lenti adatte, l'effetto "sfocato" si può ottenere ricorrendo ad un basso rapporto focale; le ottiche "migliori" per "esaltare" il bokeh sono i teleobiettivi e gli obiettivi per macrofotografia. La resa dello sfocato riveste un'importanza particolare anche per i cosiddetti obiettivi "medio tele", caratterizzati da lunghezze focali comprese tra gli 85 e i 150 mm, che spesso vengono utilizzati per i ritratti: nella ritrattistica fotografica, infatti, si sceglie solitamente un rapporto focale basso, minimizzando la profondità di campo al fine di creare un piacevole effetto "sfocato" dello sfondo che permetta di far risaltare maggiormente il soggetto principale.

Descrizione matematica[modifica | modifica sorgente]

Dal punto di vista matematico, la sfocatura di una fotografia può essere descritta come la convoluzione dell'immagine a fuoco con la forma del diaframma. Tale proprietà viene sfruttata dai software di ritocco fotografico per realizzare bokeh "simulati".

Galleria fotografica[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Wes McDermott, Real World Modo: The Authorized Guide: In the Trenches with Modo, Focal Press, 2009, p. 198., ISBN 978-0-240-81199-4.
  2. ^ John W. Traphagan, Taming oblivion: aging bodies and the fear of senility in Japan, SUNY Press, 2000, p. 134., ISBN 978-0-7914-4499-3.
  3. ^ Harold Davis, Practical Artistry: Light & Exposure for Digital Photographers, O'Reilly Media, 2008, p. 62., ISBN 978-0-596-52988-8.
  4. ^ a b Gerry Kopelow, How to photograph buildings and interiors, 2ª ed., Princeton Architectural Press, 1998, pp. 118-119., ISBN 978-1-56898-097-3.

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