Anicia Giuliana

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Anicia Giuliana, busto del VI secolo ora al Metropolitan Museum of Arts di New York

Anicia Giuliana (in latino Anicia Iuliana; Costantinopoli, 463Costantinopoli, 528) fu l'unica figlia dell'augusto Anicio Olibrio, imperatore dell'Impero Romano d'Occidente nel 472. Giuliana è una delle figure di spicco della vita culturale e religiosa della Costantinopoli di inizio VI secolo, mecenate dell'architettura e della letteratura.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

La madre di Giuliana era Placidia, figlia dell'augusto Valentiniano III, imperatore di Occidente dal 423 al 455; suo padre era Anicio Olibrio, imperatore d'Occidente nel 472.

Nel 478, l'augusto Zenone, imperatore d'Oriente, propose il suo matrimonio con Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, per restaurare l'Impero Romano d'Occidente e ottenere così l'aiuto dei patrizi che restavano nell'Italia per una spedizione comandata dal re ostrogota, e incorporare questa provincia governata dal 476 da Odoacre. Giuliana rifiutò questo progetto e sposò il console Flavio Areobindo Dagalaifo Areobindo, dal quale ebbe un figlio, Olibrio, che fu anch'egli console di Costantinopoli nel 491.

Giuliana stessa aspirò a divenire augusta nel 518; il figlio ebbe l'occasione di essere incoronato imperatore d'Oriente come successore di Anastasio I; Flavio Anicio vantava infatti diritti dinastici, giacché era l'ultimo rappresentante delle dinastie di Valentiniano e Teodosio, nonché imparentato con Anastasio per averne sposato la nipote Irene. I desideri di Giuliana vennero frustrati dall'elezione del comandante delle guardie di palazzo, Giustino I.

Giuliana commissionò una basilica dedicata a San Polieucto, che fu la più grande di tutta la cristianità fino alla costruzione di Hagia Sophia. Si trovava nel centro della città di Costantinopoli, a mezzo cammino tra il palazzo imperiale e la basilica dei Santi Apostoli, il mausoleo degli imperatori d'Oriente costruito dall'augusto Costantino I, fondatore della città. Il fregio commemorativo della fondazione specifica che i mosaici dell'atrio erano dedicati alla figura di Costantino e spiega che il proposito di Giuliana nel costruire questo tempio era onorare la fede di questo imperatore e quella del suo avo Teodosio I, i primi imperatori cristiani. L'edificazione di una così splendente basilica era una dimostrazione del suo potere economico e del suo prestigio sociale, come discendente degli antichi imperatori romani, eclissando il tempio dei Santi Sergio e Bacco, edificato vicino al palazzo imperiale da Teodora e Giustiniano I, nipote e successore di Giustino I.

Un altro esempio della sua politica edilizia di tipo religioso fu il tempio dedicato a Santa Maria Theotokos ("madre di Dio"), a Crisospoli, suburbio asiatico di Costantinopoli. Riparò la chiesa di Santa Eufemia, costruita da sua nonna, l'imperatrice Licinia Eudossia, e da suo padre, l'augusto Anicio Olibrio.

Morì a Costantinopoli nel 528. Era parente del filosofo Boezio, anche lui membro della gens Anicia.

Cultura[modifica | modifica sorgente]

Anicia raffigurata sul Codex Aniciae Julianae, un manoscritto miniato del 512/513

Figura intellettualmente elevata, apparve ritratta nel Codex Aniciae Julianae, la prima versione miniata del Dioscoride, un trattato sulle erbe medicamentose. Questa opera le venne donata dal popolo di Costantinopoli per ringraziarla della costruzione della chiesa dedicata alla Madonna.

Un busto marmóreo, che oggi si trova nel Metropolitan Museum of Art a New York, è stato identificato come il suo ritratto. Rappresenta a una donna patrizia, è del VI secolo e proviene da Costantinopoli. È possibile che si trovasse nell'atrio di San Polieucto, insieme ad un'altra statua la cui testa si trova nel Musée Sait-Raymond di Toulouse e che rappresenterebbe sua madre Placidia.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Carmelo Capizzi, Anicia Giuliana. La committente, Jaka Book, 1997, ISBN 8816435046
  • Carmelo Capizzi, "Anicia Giuliana (462 ca. – 530 ca.): Ricerche sulla sua famiglia e la sua vita", Rivista di studi bizantini e neoellenici, n. 5, 1968, pp. 191–226.
  • John Martindale, The Prosopography of the Later Roman Empire volume 2, 1980, p. 635.

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