Too big to fail

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando il film del 2011, vedi Too Big to Fail - Il crollo dei giganti.
Giorno 40 di Occupy Wall Street, 25 ottobre 2011

L'espressione inglese too big to fail (in acronimo TBTF), in italiano troppo grande per fallire (TGPF), è entrata nell'uso comune e nel linguaggio politico durante la crisi economica globale scoppiata nel 2008 a proposito di banche, istituti creditizi o aziende considerate troppo grandi all'interno delle rispettive economie perché possano essere privati dell'intervento pubblico in caso di rischio di bancarotta.

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Il perseguimento della crescita aziendale, paradigma dell'economia di mercato, con varie strategie non ultima quella di fusioni e acquisizioni compiacenti o forzose, ha portato il costituirsi di istituti sempre più grandi e potenti (oligopolio) e la concomitante scomparsa della fitta rete di istituti minori ma ben distribuiti e gestibili in casi straordinari di crisi.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

«Tra le caratteristiche definitorie di un'impresa c'è la possibilità del fallimento, l'eventualità di essere eliminata per bancarotta. In altre parole c'è il rischio. Ma le grandi società per azioni non possono fallire più di quanto possa fallire il tesoro pubblico; i loro rischi sono puramente marginali; l'ammassamento di riserve finanziarie e di vari immobilizzi sono garanzia assoluta contro il rischio completo e la rovina totale; inoltre sono intessute in modo tale nell'ordito della comunità sociale da costituire la massima cura, costante e amorevole, dello stesso potere sovrano.»

(Ferdinand Lundberg, 1968, Ricchi e straricchi, pag. 169, Feltrinelli, Milano)

La logica del too big to fail tornò di stringente attualità nel 2008 quando il governo americano all'epoca della seconda presidenza di George W. Bush intervenne con il sottosegretario all'economia Henry Paulson, attraverso il "Piano Paulson", approvato il 3 ottobre dello stesso anno, in soccorso dei grandi istituti di credito e delle banche americane ridotte al rischio di fallimento dall'esplosione della bolla dei mutui subprime.

Lista delle banche "troppo grandi per fallire"[modifica | modifica wikitesto]

Le banche rappresentate sotto e che portano il nome di troppo grandi per fallire occupano posizioni chiave nell'economia statale e globale e devono perciò essere sostenute il più possibile dagli Stati di cui fanno parte, anche in caso di grave perdite, per non aprire una grave crisi di mercato.[2]

Uso nel linguaggio comune[modifica | modifica wikitesto]

L'espressione, benché sia maggiormente nota nel linguaggio economico e politico, è attestata come locuzione aggettivale nell'uso comune già nel 1991 quando su La Repubblica si faceva riferimento a un "ragionamento too big to fail". È stata usata anche per la prima volta come locuzione avverbiale nel 1999 sempre su La Repubblica ("pensare too big to fail") e sul Corriere della Sera nel 2003 come locuzione sostantivale ("il too big to fail è una realtà").

Film[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2011 la rete statunitense HBO ha tratto da questa espressione il titolo del film Too Big to Fail - Il crollo dei giganti, incentrato sulla figura del segretario al Tesoro Henry Paulson, protagonista dei concitati eventi che portarono al salvataggio del sistema finanziario statunitense.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011. ISBN 978-88-06-20701-4.
  2. ^ (EN) Sito ufficiale, su fsb.org.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Andrew Ross Sorkin, Too big to fail: i retroscena. Come Wall Street e Washington hanno cercato di salvare il sistema finanziario e se stessi, 2014, De Agostini

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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