Pelobates fuscus

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Pelobate fosco
PelobatesFuscus.jpg
Pelobates fuscus
Stato di conservazione
Status iucn3.1 LC it.svg
Rischio minimo[1]
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Superclasse Gnathostomata
Classe Amphibia
Sottoclasse Lissamphibia
Ordine Anura
Famiglia Pelobatidae
Genere Pelobates
Specie P. fuscus
Nomenclatura binomiale
Pelobates fuscus
(Laurenti, 1768)
Sinonimi

Bufo fuscus
Laurenti, 1768
Rana vespertina
Pallas, 1771
Rana alliacea
Shaw, 1802
Bombina marmorata
Sturm, 1828
Cultripes minor
Müller, 1832
Pelobates insubricus
Cornalia, 1873
Pelobates latifrons
Herón-Royer, 1888
Pelobates campestris
Severtsov, 1913
Pelobates praefuscus
Khosatzky, 1985

Il pelobate fosco o rospo dell'aglio (Pelobates fuscus (Laurenti, 1768)) è un anfibio anuro della famiglia Pelobatidae[2].[3]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Adulto[modifica | modifica wikitesto]

Pelobates fuscus02.jpg

È un rospo di medie dimensioni che può raggiungere gli 8 cm di lunghezza nelle femmine, circa 6,5 cm nei maschi.
Presenta corpo globulare con arti non molto sviluppati. Gli arti anteriori sono caratterizzati dalla presenza di speroni metatarsali particolarmente sviluppati, denominati "vanghe", che gli consentono di scavare nel terreno.
Il dorso è di colore bruno con macchie olivastre o giallastre; il ventre è biancastro talora con macchie bruno-grigiastre. Ha grosse mascelle arrotondate. La pupilla è ellittica con asse verticale. L'assenza delle ghiandole parotoidi consente di distinguerlo dai rospi del genere Bufo.

Larva[modifica | modifica wikitesto]

Pelobates fuscus03.jpg

I girini misurano alla nascita pochi millimetri ma si accrescono rapidamente sino a raggiungere dimensioni da 10 fino a 18 cm.
Alla nascita hanno pelle translucida con sfumature metalliche, che, col progredire dello sviluppo, diventa più opaca e scura, con macchie chiare sui fianchi. La bocca è dotata di un becco corneo scuro. La coda è ben sviluppata e appuntita; sul lato inferiore della pinna caudale è ben visibile l'orifizio cloacale.

Biologia[modifica | modifica wikitesto]

Il pelobate fosco è una specie criptica con abitudini fossorie, trascorre cioè gran parte dell'anno interrato in gallerie anche molto profonde, dalle quali emerge solo per nutrirsi e riprodursi. Tra i maggiori predatori degli adulti di pelobate vi sono varie specie di mammiferi (ricci e mustelidi), di uccelli (ardeidi, strigiformi, corvidi e falconiformi) e di rettili (testuggini palustri, natrici), oltreché specie alloctone, come le tartarughe d'acqua esotiche (Trachemys spp.) o la rana toro (Lithobates catesbeianus). Per difendersi il pelobate rigonfia il corpo, secerne sostanze di odore repellente ed emette degli stridii. Per difendersi il pelobate fosco produce una secrezione il quale odore che ricorda l'aroma dell'aglio, oppure si gonfia per sembrare più minaccioso.[3]

I girini sono esposti alla predazione da parte di pesci (Micropterus spp., Esox spp., Perca spp.), anfibi, crostacei (tra gli altri l'alloctono Procambarus clarkii) ed anche coleotteri acquatici e larve di libellula.

Alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Gli adulti si nutrono di piccoli invertebrati quali insetti (prevalentemente coleotteri), lombrichi e gasteropodi.

I girini si nutrono di materia vegetale come alghe e piante acquatiche, detriti organici e plancton (protozoi, rotiferi e piccoli crostacei).Il cannibalismo è frequente in assenza di cibo nelle pozze d'acqua dove sono deposte le uova.[3]

Riproduzione[modifica | modifica wikitesto]

Ovatura di P. fuscus

La stagione riproduttiva va da marzo a maggio. Alla fine dell'inverno si risvegliano dallo stato di ibernazione invernale, riemergono in superficie e migrano verso le pozze d'acqua dove avviene la riproduzione. L'amplesso è di tipo inguinale, il maschio cioè cinge la femmina all'attaccatura delle zampe posteriori (e non all'altezza delle ascelle anteriori, come avviene in gran parte degli anfibi). Durante l'accoppiamento entrambi i sessi emettono vocalizzazioni. Le 10-500 uova vengono deposte in cordoni gelatinosi lunghi alcune decine di cm, avvolti a spirale sulla vegetazione sommersa. Si schiudono dopo 2-3 giorni dalla deposizione.[4]

Distribuzione e habitat[modifica | modifica wikitesto]

La specie è diffusa nelle aree planiziali e collinari dell'Europa centrale, settentrionale e orientale, sino alla Siberia occidentale al Kazakistan nord-occidentale. Popolazioni isolate sono presenti nella Francia centrale e in Italia settentrionale (pianura Padana). La specie è localmente estinta in Svizzera.[1]
In Italia la specie è presente nelle aree planiziali di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna; in tutte queste aree ha subito un rilevante declino.[5]

Si ritrova in habitat differenti (boschi di latifoglie o conifere, prati, campi coltivati, risaie, stagni, paludi, canali d'irrigazione) purché caratterizzati dalla presenza di un suolo soffice, con una discreta componente sabbiosa.

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Tradizionalmente a questa specie sono attribuite due sottospecie: la sottospecie nominale (P. fuscus fuscus), ampiamente distribuita in Europa centrale e in Asia occidentale, e una seconda (P. fuscus insubricus), endemica dell'Italia settentrionale. In realtà, il valore tassonomico di questa seconda entità viene attualmente messo in dubbio, in mancanza di chiari caratteri diagnostici.[6].

Conservazione[modifica | modifica wikitesto]

In considerazione del suo ampio areale la lista rossa IUCN cataloga P. fuscus come specie a basso rischio (Least concern).[1]

La specie è elencata in Appendice II della Convenzione di Berna e nell'Annesso IV della Direttiva Europea "Habitat" (CEE 92/43 del 21.05.1992). La specie è protetta dalla legislazione nazionale in molti paesi europei.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c (EN) Aram Agasyan et al. 2008, Pelobates fuscus, su IUCN Red List of Threatened Species, Versione 2019.2, IUCN, 2019.
  2. ^ (EN) Frost D.R. et al., Pelobates fuscus, in Amphibian Species of the World: an Online Reference. Version 6.0, New York, American Museum of Natural History, 2014. URL consultato il 4 ottobre 2014.
  3. ^ a b c David Alderton, Animali, Rusconi Libri, 2012.
  4. ^ Atlante degli anfibi e dei rettili d'Italia, p. 296.
  5. ^ Atlante degli anfibi e dei rettili d'Italia, pp. 292-294.
  6. ^ Crottini A & Andreone F, Conservazione di un anfibio iconico: lo status di Pelobates fuscus in Italia e linee guida d'azione (PDF), in Quad. Staz. Ecol. civ. Mus. St. nat. Ferrara 2007; 17: 67–76.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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