Malinconia

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Francesco Hayez, Pensiero Malinconico (1842), collezione privata, Milano.

Per malinconìa si intende generalmente uno stato d'animo di costante scoramento e impotenza, che va dalla semplice e scostante sensazione malinconica a una forma anche grave di depressione (più spesso detta melanconia o melancolia, o più raramente melencolia). La melanconia sta in stretto e ambivalente rapporto con uno stato d'animo che le si direbbe contrario, ovvero la mania.

Origine del termine[modifica | modifica wikitesto]

La parola deriva dal latino melancholia, che a sua volta trae origine dal greco melancholía, composto di mélas, mélanos (nero), e cholé (bile), quindi bile nera[1], uno dei quattro umori dalle cui combinazioni dipendono, secondo la medicina greca e romana, il carattere e gli stati d'animo delle persone.

Gli antichi Greci, da Ippocrate in poi, ritenevano infatti che i caratteri umani e, di conseguenza, i loro comportamenti, fossero frutto della varia combinazione dei quattro umori base, ovvero bile nera, bile gialla, flegma ed infine il sangue (umore rosso). Inoltre, gli antichi popoli indoeuropei abbinavano ai quattro umori i cicli del creato, come l'alternarsi delle stagioni.

Questi "umori", ovvero liquidi (dal greco ygrós, "umido, bagnato"), proprio in conseguenza delle credenze antiche, significano "stati d'animo" e da essi derivano etimologicamente il carattere "melanconico", quello "flegmatico" (flemmatico), quello "sanguigno" ed infine il "collerico". Di per sé quindi ciascuno dei quattro umori non costituiva una malattia, ma un loro squilibrio poteva esserne la causa fino a degenerare nella morte.

Il carattere melancolico era abbinato al clima freddo e secco, l'autunno, ed il suo elemento era la terra.

È necessario notare che la medicina ippocratica è perdurata in Europa fino al XIX secolo, mentre la "moderna" teoria di Carl Gustav Jung sui caratteri e sui temperamenti è dei primi anni del XX secolo.

Melanconia/mania[modifica | modifica wikitesto]

Se per noi oggi il termine "melanconia" porta con sé una indelebile venatura di tristezza immobile e impotente, la cosa non era così semplice per gli antichi Greci. Aristotele inserisce infatti fra i melanconici, nei Problemi, personaggi niente affatto quieti: Aiace Telamonio, suicida in un impeto di pazzia; Eracle, formidabile eroe, che dà in escandescenze massacrando i propri figli [2]. Quel che balza subito agli occhi è che simili raptus di follia non assomigliano in niente a comportamenti che noi diremmo melanconici, ma che piuttosto diremmo maniaci. Il legame tra mania e melanconia è stato in effetti riconosciuto, nella sua problematicità, anche da Freud (e soprattutto da Binswanger [3]); si tratta inoltre di un nesso ben attestato fino a prima dell'Ottocento, come ben si evince da quella che fu la tesi di dottorato di Michel Foucault [4]. La melanconia non sarebbe dunque la passione dello stallo e dell'impotenza, ma la situazione riflessiva che segue l'azione, l'umor nero che è condizione di possibilità per ogni sorta di agire, come ben mostra un recente lavoro di Mazzeo [5]. Possiamo addirittura dire che un temperamento melanconico era necessario per poter compiere azioni degne d'esser ricordate. D'altra parte, l'esemplarità di un'azione risiedeva, per gli antichi Greci, nella capacità ch'essa mostrava d'esser ricordata, indipendentemente dal suo contenuto fattuale [6]. Scrive infatti Aristotele in Problemi XXX, 953a (trad. di Marco Mazzeo):

«Perché gli uomini che si sono distinti [perittòi] nella filosofia, nella politica, nella poesia, nelle diverse arti sono tutti dei melanconici e alcuni fino al punto da ammalarsi delle malattie dovute alla bile nera?» [7]

Caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

La malinconia è una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta un soggetto al vivere passivamente, senza prendere iniziative, adattandosi agli avvenimenti esterni con la convinzione che non lo riguardino o che in essi non possa avervi un ruolo determinante.

Si potrebbe definire come il desiderio, in fondo all'anima, di una cosa, di una persona mai conosciuta o di un amore che non si è mai avuto, ma di cui si sente dolorosamente la mancanza o per raggiungere il quale non ci si sente all'altezza. La malinconia si manifesta in espressioni del viso e in atteggiamenti indolenti che caratterizzano spesso l'intera esistenza di un individuo.

Il malincolico tende spesso, inoltre, ad escludersi dalla vita sociale, interrompendo i legami affettivi (come l'amicizia), per poi, quando lo stato malincolico è più celato, risanare i labili rapporti. Questo è, dunque, un continuo stato di transitorietà e di tumulto interno che porta il soggetto, tra l'altro, a negare il passare del tempo, volgendosi con languore verso un passato o un futuro idilliaco, fuori dal tempo, che tuttavia è reputato impossibile da stabilire nel presente.

In psicoanalisi la malinconia assume il significato di lutto, principalmente quando questo riguarda un oggetto investito narcisisticamente, cioè quando riguarda un investimento pulsionale su un oggetto che può essere ricondotto a caratteristiche o attributi propri della persona. Per cui nella perdita della melanconia è l'Io a sentirsi svuotato e non la realtà esterna, come avviene nel lutto. La parte dell'Io identificata con l'oggetto perduto va incontro a scissione e s'instaura una dinamica interna che genera collera per questa perdita che il Super-Io non accetta e si sfoga attaccando l'Io. Questo determina le autoaccuse tipiche della melanconia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ V. la voce "melanconia" sul Vocabolario Etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani.
  2. ^ Aristotele, La "melanconia" dell'uomo di genio, Genova, Il melangolo, 1981, pp. 11-13.
  3. ^ Ludwig Binswanger, Melanconia e mania. Studi fenomenologici, Torino, Bollati Boringhieri, 1977.
  4. ^ Michel Foucault, Storia della follia nell'età classica, Milano, BUR, 2014.
  5. ^ Marco Mazzeo, Melanconia e rivoluzione. Antropologia di una passione perduta, Ariccia (RM), Editori Internazionali Riuniti, 2012.
  6. ^ Massimo De Carolis, La vita nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Bollati Boringhieri, 2004, p. 225.
  7. ^ Marco Mazzeo, Melanconia e rivoluzione. Antropologia di una passione perduta, Ariccia (RM), Editori Internazionali Riuniti, 2012, p. 87.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., prefazione di Eugenio Borgna, Bile nera. Nove saggi sulla malinconia, Dalla Costa, Bergamo 2013. ISBN 978-88-89759-15-8
  • Ludwig Binswanger, Melanconia e mania. Studi fenomenologici, Bollati Boringhieri, Torino 1977.
  • Eugenio Borgna, Malinconia, Feltrinelli, Milano 1998.
  • Antonio Del Castello, "Accidia e Melanconia", FrancoAngeli, 2010.
  • Biancamaria Frabotta (a cura di), Arcipelago malinconia, Donzelli, Roma 2001.
  • Sigmund Freud, Lutto e melanconia (1915), in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino 1980.
  • Galeno, Trattato sulla bile nera, a cura di Franco Voltaggio, Nino Aragno, Torino 2003. ISBN 88-8419-128-9
  • Roberto Gigliucci (a cura di), La melanconia, Rizzoli (BUR), Milano 2009.
  • Raymond Klibansky, Erwin Panofsky e Fritz Saxl, Saturno e la melanconia, Einaudi, Torino 1983.
  • Antonella Mancini, "Un dì si venne a me malinconia...". L'interiorità in Occidente dalle origini all'età moderna, Franco Angeli, Milano 1998.
  • Marco Mazzeo, Melanconia e rivoluzione. Antropologia di una passione perduta, Editori Internazionali Riuniti, Ariccia (RM) 2012.
  • Georges Minois, Storia del mal di vivere. Dalla malinconia alla depressione, Dedalo, Bari 2005.
  • Mario Galzigna, La malattia morale. Alle origini della psichiatria moderna, Marsilio, Venezia 1988.
  • Sergio Moravia, L'enigma dell'esistenza, Feltrinelli, Milano 1996.
  • Giuseppe Petronio, Malinconia, in "Lingua nostra", IX, 1-2, 1948, pp. 7-13
  • Mauro Simonazzi, La malattia inglese. La melanconia nella tradizione filosofica e medica dell'Inghilterra moderna, Il Mulino, Bologna 2004.
  • Jean Starobinski, Storia del trattamento della malinconia dalle origini al 1900, Guerini, Milano 1990.

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