Luigi Barzini (1874-1947)

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Luigi Barzini

Senatore del Regno d'Italia
Durata mandato 23 gennaio 1934 –
Legislature XXIX, XXX
Incarichi parlamentari
  • Commissione delle Forze Armate (17 aprile 1939-11 febbraio 1941)
  • Commissione degli affari esteri, degli scambi commerciali e della legislazione doganale (31 dicembre 1941-12 febbraio 1943) (16 giugno-5 agosto 1943)
  • Commissione degli affari dell'Africa italiana (15 aprile 1942-16 giugno 1943)
  • Commissione di finanze (12 febbraio-16 giugno 1943)
[Senato del Regno Sito istituzionale]

Dati generali
Professione giornalista

Luigi Barzini senior (Orvieto, 7 febbraio 1874Milano, 6 settembre 1947) è stato un giornalista e scrittore italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gli esordi[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Barzini da giovane.

Figlio di un piccolo industriale, frequenta l'istituto tecnico a Perugia abbandonando però gli studi prima di conseguire il diploma di ragioniere. Poco più che ventenne, rimane orfano di entrambi i genitori. Nel 1898 inizia a collaborare come redattore e disegnatore[1] con testate minori, il Capitan Fracassa e poi Il Fanfulla, edite a Roma. Una brillante intervista esclusiva alla famosa cantante lirica Adelina Patti gli spalanca le porte del «Corriere della Sera». Nel 1899 Luigi Albertini, all'epoca direttore amministrativo[2], lo assume come "redattore viaggiante".

Comincia una vita erratica, all'inseguimento dei fatti che accadono nel mondo. Nel 1900 è a Londra, poi a Parigi per l'apertura dell'Esposizione universale. Dopo qualche settimana è già a Pechino per raccontare la rivolta dei Boxer. Nel paese orientale si erano scatenati gravi tumulti contro gli occidentali. Per battere la concorrenza, il «Corriere della Sera» continua a pubblicare i suoi articoli da Londra. Quando la stampa rivale apprende che il giornalista non è più a Londra, Barzini si trova già nel Golfo del Bengala.[3]

Nel 1901 va prima in Siberia, poi accompagna il cardinale Andrea Carlo Ferrari nel primo pellegrinaggio italiano in Terra Santa; da lì si trasferisce direttamente in Argentina. L'anno dopo è a Mosca. Nel 1903 si trova a Belgrado, proprio nei giorni in cui avviene l'assassinio di Alessandro I di Serbia; successivamente parte verso il Giappone per seguire la guerra russo-giapponese.

La guerra russo-giapponese (1905)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra russo-giapponese.
« È il 12 marzo. Il rombo del cannone si fa ancora sentire, sebbene lontano, verso il nord. Ma la terribile battaglia si può considerare finita. Attorno alla sacra, vecchia capitale della Manciuria è tornato l'antico silenzio. Anzi, una quiete più che mai profonda alita sopra le deserte fumanti rovine e sui distrutti villaggi popolati da una funebre folla di cadaveri senza numero »

Il reportage di Barzini sulla battaglia di Mukden apparso sul «Corriere» il 24 marzo 1905, è considerato tutt'oggi un pezzo magistrale di giornalismo di guerra[4]. La sua copertura del conflitto russo-giapponese suscita ammirazione in tutto il mondo. Barzini è l'unico a seguire le operazioni fino alla fine; le sue corrispondenze dal teatro di guerra sono le più complete, organiche e brillanti. Anche il modo in cui viene a conoscenza dell'imminente scoppio della guerra rivela le doti di intuito o, con un'espressione più colloquiale, il “fiuto giornalistico” di Barzini. Nel 1904 si trova in Italia per seguire delle esercitazioni militari del Regio esercito. È presente come invitato un alto ufficiale giapponese. Barzini decide di conoscere l'illustre ospite. Conversando con lui, si accorge che il militare parla con accenti molto aspri delle relazioni con la Russia. Questo gli basta per capire che qualcosa di grave sta per avvenire in Estremo Oriente. La sua intuizione si rivela giusta: l'inviato del «Corriere» è il primo giornalista in assoluto ad arrivare sul teatro di guerra[5].

Partito dall'Italia come semi-sconosciuto, quando ritorna il suo nome è famoso in tutto il mondo. Geloso della propria integrità, Luigi Barzini rifiuta tutte le onorificenze che gli vengono proposte[6]. Nel 1906 Barzini sceglie di andare in viaggio di nozze in Marocco per poter seguire la conferenza di Algeciras; poi parte per la Cina. Appena arrivato deve ripartire per San Francisco, dove un terremoto ha semidistrutto la città.

Il raid Pechino-Parigi (1907)[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Barzini senior (a destra) ed il principe Scipione Borghese durante la competizione automobilistica Pechino-Parigi.
Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Raid Pechino-Parigi.

Nel 1907 il giornale francese Le Matin crea la gara automobilistica Pechino-Parigi. Dall'Italia s'iscrive il principe Scipione Borghese. Il Corriere della Sera ottiene un accordo con l'unico partecipante italiano, il quale acconsente che Luigi Barzini si unisca all'equipaggio.

Gli articoli di Barzini sono pubblicati sul Corriere della Sera e sull'inglese Daily Telegraph. L'Itala guidata da Borghese attraversa regioni e popolazioni in Siberia ed in Russia che non hanno mai visto un'automobile prima di allora. Barzini scrive sotto le condizioni atmosferiche più disparate ed invia i pezzi quando trova una stazione telegrafica. L'arrivo a Parigi è un trionfo. Dopo la vittoria, Barzini entra nel gotha del giornalismo internazionale[7]. Da quest'avventura trarrà un racconto fotografico che diventerà famoso in tutto il mondo: La metà del mondo vista da un automobile. Da Pechino a Parigi in sessanta giorni, pubblicato nel 1908 contemporaneamente in undici lingue. L'editore, Ulrico Hoepli lo definì un «raid editoriale» oltre che automobilistico.

Dal 1908 al 1921[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1908 Barzini è testimone diretto del disastroso Terremoto di Messina. Nel settembre del 1913 si reca a Trieste per condurre un'inchiesta sul trattamento che la popolazione di lingua italiana riceveva nei territori sottoposti all'Austria. L'inchiesta, nella quale fa suoi molti dei motivi agitati dal movimento irredentista, desta profonda impressione contribuendo a determinare l'atmosfera in cui sarebbe maturato l'intervento italiano nella prima guerra mondiale.

In questi anni prosegue l'attività di inviato di guerra del «Corriere», per il quale segue la guerra italo-turca, le guerre balcaniche (in particolare il conflitto tra Bulgaria e Turchia), la guerra civile messicana del 1914 e infine la prima guerra mondiale.

Proprio durante la fase iniziale della Grande Guerra, Barzini realizza uno dei suoi più celebri "scoop". Il 4 agosto 1914 la Germania sferra l'attacco al Belgio. Il 20 agosto Barzini arriva in treno a Parigi. Giunto in stazione, si accorge che i treni per Bruxelles non erano stati cancellati, bensì erano tutti disponibili. In poche ore si trova nel Belgio invaso dai tedeschi, avendo così l'opportunità di scrivere una serie di articoli sensazionali[8].

La sua capacità lavorativa era enorme: dopo un'intera giornata trascorsa al fronte, era in grado di scrivere per più ore consecutive durante tutta la notte. I suoi reportage, notevolmente documentati, e la sua scrittura scevra da preziosismi ne fanno un giornalista d'eccezione. Il suo valore viene riconosciuto dalle principali potenze europee: il Regno Unito lo nomina cavaliere dell'Ordine dell'Impero britannico; la Francia gli concede la Legion d'onore.

Durante la conferenza di Versailles Barzini si schiera dalla parte dei nazionalisti, in contrasto con l'atteggiamento di Albertini e del «Corriere della Sera». Al raffreddamento dei rapporti col suo antico méntore contribuisce anche il desiderio di un maggior riconoscimento economico (nonostante il successo e la fama il suo stipendio è di poco superiore a quello di un impiegato) e professionale (Barzini aspira ormai al ruolo di direttore di un grande giornale).

Il periodo americano (1921-1931)[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il successo e la fama, mancò a Barzini solo il benessere economico. Dal 1921 risiedeva negli Stati Uniti d'America come corrispondente per il «Corriere». Quell'anno conclude la collaborazione con il quotidiano di via Solferino dopo 22 anni ininterrotti. Nel 1923 entra in affari: acquista la maggioranza del «Corriere d'America», un quotidiano per gli immigrati italiani (il primo numero esce il 1º gennaio 1923). Porta la famiglia con sé a New York. Svolge l'attività di editore per otto anni, durante i quali sperimenta più delusioni che gioie. Il quotidiano accumula in pochi anni un pesante passivo; solamente nel 1931 riesce a venderlo. Dopodiché rientra in Italia con la famiglia.

Durante uno dei suoi frequenti viaggi in Italia aderisce al Manifesto degli intellettuali fascisti (1925)[9].

Dal 1931 al 1943[modifica | modifica wikitesto]

Anche se durante il soggiorno americano Barzini si era mantenuto in contatto con i fratelli Mussolini, una volta in Italia si ritrova estraneo al mutato ambiente politico e giornalistico. Sin dal 1929 si è impegnato in trattative per assumere la direzione di un grande quotidiano italiano ma la famiglia Crespi, proprietaria del «Corriere della Sera», si oppone alla sua nomina. L'unica offerta che gli perviene è la direzione del «Mattino» di Napoli. A un suo primo rifiuto, Arnaldo Mussolini insiste per convincerlo, e tuttavia, in una lettera al fratello Benito del dicembre 1931, non esita a definirlo "uno spaesato". In ultimo, nel gennaio 1932 Barzini accetta e assume la direzione del quotidiano napoletano, ma il suo spirito indipendente suscita critiche e sospetti finché nell'agosto 1933 Barzini apprende da un comunicato dell'Agenzia Stefani di non essere più il direttore del «Mattino». Mussolini, infatti, aveva creduto di riconoscere in lui l'autore di un'intervista pubblicata da un giornale francese nella quale un anonimo giornalista italiano si era permesso di criticare il regime.

Torna quindi a Milano e passa il resto dell'anno disoccupato. Nel gennaio 1934, chiaritosi l'errore di persona all'origine del suo licenziamento, viene nominato senatore del Regno. Si trasferisce quindi a Roma dove cerca di tornare al lavoro di giornalista, ma il ruolo di direttore gli è ormai definitivamente precluso; riesce solamente a farsi assumere come redattore al «Popolo d'Italia», organo ufficiale del Partito Nazionale Fascista. Nel 1938 il quotidiano romano lo invia in Spagna per scrivere una serie di articoli sulla guerra civile. Era la settima guerra che Barzini, che aveva 64 anni, poté raccontare come inviato speciale.

Nel 1939 fa ritorno in Italia per assistere alla morte della suocera, Emma Pesavento, che avviene in luglio. Nel 1940 il figlio primogenito, Luigi, antifascista, viene arrestato e condannato a cinque anni di confino, ma per intervento dello stesso Mussolini viene liberato nel 1942. Il 9 luglio 1941 muore la moglie Mantica. Tra il 1941 e il 1942, in piena seconda guerra mondiale, Barzini visita la Gran Bretagna e l'Unione Sovietica da dove scrive, per il Popolo d'Italia, documentati reportage, alcuni dei quali vengono bloccati dalla censura. Il suo ultimo articolo da inviato viene pubblicato il giorno di Natale del 1942.

Dal 1943 alla morte[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'armistizio di Cassibile (8 settembre 1943) Barzini perde le tracce del figlio ultimogenito, Ugo, che aveva disertato ed aveva varcato il confine con la Svizzera, mentre il 10 dicembre 1943 viene arrestato l'altro figlio Ettore, militante dei GAP. Solo la figlia Emma è al sicuro, dal momento che vive in Spagna, paese non coinvolto dalla guerra.

Barzini decide di collaborare con la Repubblica Sociale Italiana, ritenendo che ciò gli avrebbe potuto giovare al fine di ottenere la liberazione del figlio. Accetta pertanto la direzione dell'Agenzia Stefani, l'agenzia di stampa del regime, e si stabilisce a Milano. Nonostante i suoi sforzi, Ettore viene internato nel Campo di Fossoli nel Modenese e da lì trasferito in un campo di concentramento in Germania, dove muore nel marzo 1945. Avuta la notizia, Barzini rassegna le dimissioni dalla Stefani.

Dopo la Liberazione, Barzini viene deferito all'Alta Corte di Giustizia per le sanzioni contro il fascismo, che il 31 luglio 1945 lo condanna per la sua collaborazione con la Repubblica Sociale e gli interdice l'esercizio della professione di giornalista. Trascorre gli ultimi due anni di vita in povertà e muore a Milano il 6 settembre 1947.

Intitolazioni[modifica | modifica wikitesto]

A suo nome è stato istituito nel 1990 il premio giornalistico "Premio Luigi Barzini all'inviato speciale".

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Saggi e memoriali[modifica | modifica wikitesto]

  • L'Argentina vista com'è (Milano, Tipografia del Corriere della sera, 1902)
  • Nell'estremo oriente (Milano, Libreria Editrice Nazionale, 1904)
  • Il Giappone in armi (Milano, Libreria Editrice Lombarda, 1906)
  • Diario di un giornalista italiano al campo giapponese (Milano, Treves, 1906)
  • Guerra Russo-Giapponese. La battaglia di Mukden, 1907
  • Nel mondo dei misteri con Eusapia Paladino, 1907
  • La metà del mondo vista da un automobile - da Pechino a Parigi in 60 giorni (Milano, Ulrico Hoepli Editore, 1908)
  • Il volo che valicò le Alpi, 1911
  • Scene della grande guerra, 1915
  • Al Fronte, 1915
  • La guerra d'Italia. Sui monti, nel cielo e nel mare, 1916
  • La guerra d'Italia. Dal Trentino al Carso, 1917
  • Impressioni boreali (Milano, Treves, 1921)
  • Dall'impero del Mikado all'impero dello Zar, 1935
  • Sotto la tenda, 1935
  • U.R.S.S. L'impero del lavoro forzato (Ulrico Hoepli Editore, 1938)
  • Evasione in Mongolia, 1939
  • Wu Wang ed altre genti, 1941
  • Roosevelt e la guerra all'Inghilterra. Commenti e spiegazioni (Milano, Mondadori, 1942)
  • Vita vagabonda: ricordi di un giornalista (Milano, Rizzoli, 1948, prefazione di Luigi Barzini junior)

Narrativa[modifica | modifica wikitesto]

  • Qua e là per il mondo. Racconti e ricordi (Hoepli, Milano, 1916)

Barzini scrisse anche un libro per ragazzi, Le avventure di Fiammiferino.

Teatro[modifica | modifica wikitesto]

Luigi Barzini pubblicò alcune commedie; la più nota fu Quello che non ti aspetti (scritta in collaborazione con Arnaldo Fraccaroli).

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Coltivò la passione per il disegno anche quando divenne famoso. Molti suoi disegni furono pubblicati, fra il 1900 e il 1902, a corredo dei suoi reportage del «Corriere della Sera» e del supplemento mensile «La Lettura».
  2. ^ "Segretario di redazione" nel linguaggio dell'epoca.
  3. ^ Lorenzo Benadusi, Il «Corriere della Sera» di Luigi Albertini, Roma, Aracne, 2012. Pag. 200.
  4. ^ Oliviero Bergamini, Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti armati da Napoleone a oggi, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 24.
  5. ^ Oliviero Bergamini, op.cit, p. 37.
  6. ^ Oliviero Bergamini, op.cit, p. 40.
  7. ^ Lorenzo Benadusi, Il «Corriere della Sera» di Luigi Albertini, Roma, Aracne, 2012. Pag. 193.
  8. ^ Oliviero Bergamini, op.cit, p. 62.
  9. ^ AA. VV:, La grande illusione:opinione pubblica e mass media al tempo della guerra di Libia, a cura di Isabella Nardi e Sandro Gentili, Perugia, Morlacchi, 2009, p. 363.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Domenico Corucci, Luigi Barzini. Un inviato speciale, Perugia, Guerra 1994.
  • Domenico Corucci, Luigi Barzini (1874-1947), Orvieto, Fondazione Cassa di risparmio di Orvieto; Ponte San Giovanni (Perugia), Quattroemme 2000.
  • Enzo Magrì, Luigi Barzini. Una vita da inviato, Firenze, Mauro Pagliai 2008.
  • Alessia Pedio, Costruire l'immaginario fascista. Gli inviati del «Popolo d'Italia» alla scoperta dell'altrove (1922-1943), Torino, Silvio Zamorani editore 2013 (ISBN 9788871582023).
  • Simona Colarizi, Luigi Barzini. Una storia italiana, Venezia, Marsilio 2017
  • Piero Melograni, BARZINI, Luigi, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 7, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970. URL consultato il 2 settembre 2017.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Ulteriori informazioni nella scheda sul database dell'Archivio Storico del Senato, I Senatori d'Italia.

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