Legio VIIII Hispana

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Legio VIIII Hispana
Descrizione generale
Attiva 41 a.C. – prima metà del II secolo
Tipo Legione romana
Campi Siscia
Eburacum
Noviomagus Batavorum
Battaglie/guerre
Onori di battaglia Macedonica, Hispana
Comandanti
Degni di nota Aulo Plauzio
Cesio Nasica
Quinto Petillio Ceriale

[senza fonte]

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La Legio VIIII Hispana ("dalla Hispania"), talvolta meno correttamente chiamata Legio IX Hispana, fu una legione romana, il cui simbolo è sconosciuto (potrebbe essere stato il toro, come per le altre legioni cesariane).[senza fonte] Fu ricostituita da Augusto a partire dai veterani della Legio IX di Gaio Giulio Cesare, e scomparve durante il II secolo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Legio VIIII (Cesare).

Riorganizzazione sotto Augusto[modifica | modifica wikitesto]

Nel 41 a.C., Augusto richiamò in servizio i veterani della Legio VIIII di Gaio Giulio Cesare per fronteggiare la ribellione di Sesto Pompeo (figlio di Gneo Pompeo Magno) in Sicilia. Dopo la sconfitta di quest'ultimo, furono mandati nella provincia di Macedonia. Rimase al fianco di Ottaviano contro Marco Antonio, combattendo nella battaglia navale di Azio (31 a.C.). A questo punto la legione fu mandata in Spagna per partecipare alle guerre cantabriche (25 a.C. - 13 a.C.). Ed è da qui, probabilmente, che prese il suo nome, forse perché si distinse in modo particolare.

È probabile che la legione entrò a far parte dell'esercito imperiale sul confine renano per combattere contro le tribù germaniche. Dopo l'abbandono dell'area orientale del Reno, a seguito della disfatta romana nella foresta di Teutoburgo (9 d.C.), la legio VIIII fu acquartierata in Pannonia a Siscia (dove rimase, a parte un breve intervallo, fino al 43[1]).

Sotto Tiberio nel 19 fu trasferita solo temporaneamente dalla Pannonia nella provincia africana per sedare una rivolta tra i Musulami di Tacfarinas, tornando poco dopo (dal 24-25) sul Danubio nella sua base originaria di Siscia, l'odierna Sisak.

Conquista della Britannia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 43 partecipò all'invasione romana della Britannia, voluta dall'imperatore Claudio e guidata dal generale Aulo Plauzio. Sotto il comando di Cesio Nasica, stroncò la prima ribellione di Venuzio della tribù dei Briganti (siamo tra il 52 e il 57, al tempo del governatore Aulo Didio Gallo). La legio VIIII subì una pesante disfatta al comando di Quinto Petillio Ceriale durante la ribellione della regina Boudica (60/61) e fu per questo rinforzata con nuove truppe, provenienti dalle province germaniche. L'ultima menzione di questa legione in Britannia risale al 108, quando costruì una fortezza nei pressi di Eburacum (moderna York).

Nel 117 la legione potrebbe aver preso parte alla soppressione di una rivolta tra le tribù caledoni in Scozia.

Scomparsa[modifica | modifica wikitesto]

Nel 120 la VIIII Hispana fu sostituita a Eburacum dalla VI Victrix: per lungo tempo il destino della legio VIIII a partire da questa data è rimasto ignoto, tanto da far sviluppare leggende riguardo alla sua scomparsa tra gli Scoti;[2] negli anni settanta la scoperta di alcune iscrizioni ha dimostrato che la legione fu trasferita a Noviomagus Batavorum (moderna Nimega, Paesi Bassi), nella Germania inferiore,[3] dove rimase almeno fino al 131, quando fu nuovamente spostata e inviata, probabilmente, in Oriente.

Si è così ipotizzata la fine di questa legione: in occasione della rivolta di Bar Kochba in Giudea sotto Adriano (132-135); oppure in Armenia o in Cappadocia poco dopo la morte di Antonino Pio (avvenuta 161) ed in seguito alla quale Roma scatenò una controffensiva contro i Parti dal 162; oppure nel corso delle invasioni dei Catti del 162. Di sicuro, la legione cessò di esistere, al più tardi, agli inizi del regno congiunto di Marco Aurelio e Lucio Vero.

Riferimenti nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Un tempo si credeva, almeno da parte di alcuni storici britannici, che la VIIII Legione fosse scomparsa durante il suo soggiorno in Britannia, presumibilmente distrutta in conflitto dai popoli che abitavano l'attuale Scozia. Questa idea è stata utilizzata nei romanzi L'Aquila della IX Legione di Rosemary Sutcliff, Legion From the Shadows di Karl Edward Wagner, Red Shift di Alan Garner, Engine City di Ken MacLeod, Warriors of Alavna di N. M. Browne, La IX Legione di Giorgio Cafasso, e anche nel film L'Ultima Legione. Il romanzo storico fantasy Ghost King di David Gemmell vede la IX Legione intrappolata per 400 anni nel Limbo prima di essere liberata da Uther Pendragon.

La Nona Legione è stata trasposta sul grande schermo anche con il film Centurion (2010) del regista Neil Marshall, nella quale i soldati sono determinati ad annientare i Pitti, mentre The Eagle (2011), adattamento del romanzo della Sutcliff diretto da Kevin Macdonald, vede un centurione alla ricerca della verità sulla fine di quella legione.

Il gruppo musicale tedesco celtic metal Suidakra ha scritto una canzone The IXth Legion che descrive la lotta della legione contro i Pitti. La canzone è disponibile sull'album Caledonia inciso nel 2006.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ J.Rodríguez González, Historia de las legiones Romanas, Madrid 2003, p.275.
  2. ^ Si veda a tal proposito il romanzo di Rosemary Sutcliff, The Eagle of the Ninth.
  3. ^ AE 1996, 1107; CIL VIII, 18273.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • E. B. Birley, "The fate of the Ninth Legion", Soldier and Civilian in Roman Yorkshire. Essays to Commemorate the Nineteenth Centenary of the Foundation of York, 1971, p. 71-80.
  • W. Eck, "Zum Ende der Legio IX Hispana", Chiron 2, 1972, p. 459- 462.
  • J.Rodríguez González, Historia de las legiones Romanas, Madrid 2003.
  • L. Keppie, "The fate of the Ninth Legion. A problem for the eastern provinces?", The eastern Frontier of the Roman Empire, 1989, p. 247-255.
  • E. Ritterling, voce "Legio", in Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft (RE), vol. XII, col. 1211-1829, Stuttgart 1925 (col. 1664-1668: [1]).
  • P. J. Sijpesteijn, "Die legio nona Hispana in Nimwegen", Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 111, 1996, p. 281-282. [2]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]