La mite

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La mite
Titolo originale Кроткая
Altri titoli La mansueta
Autore Fëdor Dostoevskij
1ª ed. originale 1876
Genere racconto
Lingua originale russo

La mite (in russo: Кроткая, Krotkaja) è un racconto di Dostoevskij scritto nel 1876 per il suo Diario di uno scrittore.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il proprietario di un banco di pegni, voce narrante del racconto, è attratto da una ragazza, sua cliente, particolarmente buona e mite, come lui stesso la definisce, che vive con due grette e avide zie dalle quali viene umiliata continuamente. Egli le propone dunque di sposarla e la ragazza, dopo qualche tentennamento, accetta, anche per sfuggire alla proposta di matrimonio di un grasso e volgare bottegaio.

All'inizio il matrimonio sembra quasi funzionare, ma il marito decide di comportarsi subito severamente, freddamente e di mostrare spesso un orgoglioso silenzio. La ragazza sembra volersi ribellare, sembra non comprendere, disorientata, l'atteggiamento duro del marito. Solo qualche sorriso ironico e lunghi silenzi pesanti sono l'espressione del suo malessere. Inizia quindi a frequentare Efimovič, un ex-commilitone del marito che le racconta del passato di lui e di come il marito aveva rifiutato vilmente un duello. Durante un incontro dei due, durante il quale la ragazza comunque si comporta castamente e rifiuta le profferte dell'Efimovič, il marito, che li aveva spiati, appare all'improvviso e costringe la moglie a tornare a casa.

Qualche giorno dopo la ragazza, durante il sonno di lui, gli punta la pistola alla tempia, ma il marito, pur accorgendosene, sceglie di tacere, di non muoversi e di accettare il rischio pur di mantenere il dominio psicologico sulla moglie che peraltro rinuncia, arrendendosi alla sua stessa debolezza. Il mattino dopo il marito compra un letto di ferro per la moglie costringendola a dormire nella seconda stanza e dimostrando così di aver visto e conosciuto il gesto della moglie. Qui inizia un sempre più veloce declino psicologico della donna che addirittura, dopo questo fatto, si ammala gravemente di febbre cerebrale e per alcune settimane viene curata con meticolosità dal marito che ne ne spia la lenta guarigione.

Un giorno la sente cantare debolmente (non lo faceva mai) e capisce che, cantando in sua presenza, lo ha dimenticato: egli non può sopportare questo. Il velo gli cade dagli occhi. Le si getta ai piedi; vuole essere perdonato e ricominciare il loro rapporto, vuole parlare, le dichiara l'amore e le promette una vacanza a Boulogne-sur-Mer. La sommerge di emozioni e confessioni, la confonde e inutilmente lei cerca di fermarlo.

Pochi giorni dopo, quando egli torna a casa dall'ufficio passaporti, trova una folla davanti al portone: la moglie si è gettata dalla finestra. Disperato, egli sente di esserne stato la causa, e di averla persa per sempre. Tenta uno sguardo profondo verso tutto l'accaduto, e per ore si macera cercando una risposta, cercando di capire e di trovare una colpa fuori di sé e infine viene sopraffatto dall'orrore della sua stessa assurda e completa solitudine.

Il protagonista dichiara di scrivere il racconto dopo la morte della moglie, il giorno stesso, davanti al cadavere disteso sul tavolo prima che la portino via per sempre dalla sua casa.

Genesi del racconto[modifica | modifica wikitesto]

Il tempo di elaborazione de La mite è assai lungo: già nel 1869 Dostoevskij abbozza un racconto su un tema simile.[1] Il progetto resta incompiuto per sette anni.

Nell'autunno del 1876 a Pietroburgo si verificano parecchi casi di suicidio e uno in particolare lo colpisce profondamente: il suicidio di una ragazza definito dai titoli dei giornali un "suicidio mite". [2]

Nel fascicolo di novembre del mensile Diario di uno scrittore sarà pubblicato il racconto lungo La mite.

Critica letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Angelo Maria Ripellino lo definisce un "... lacerante monologo interiore di un uomo permaloso e superbo (quasi variante di quello del sottosuolo)"[3].

Leonid Grossman, in quanto al contenuto lo definisce "... una delle storie di disperazione più potenti nella letteratura universale", e per quel che riguarda la tecnica narrativa "...forse il più riuscito saggio di monologo interiore di tutta l'opera dostoevskiana.[4]

Edizioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • trad. Eva Amendola Kühn, Roma: La voce, 1919; Lanciano: Carabba, 1946; Milano: Rizzoli, 1953
  • trad. Eridano Bazzarelli, in Racconti e romanzi brevi, Milano: Mursia, 1962
  • trad. Bruno Del Re, in Crotcaja e altri racconti, Milano: Bompiani, 1966; con introduzione di Leonid Grossman e postfazione di Marina Mizzau, 1981
  • trad. Gianlorenzo Pacini, in Il romanzo del sottosuolo, Milano: Feltrinelli, 1974
  • trad. Luigi Vittorio Nadai, in Racconti, Milano: Garzanti, 1988
  • trad. Pierluigi Zoccatelli, Roma: Newton Compton, 1995
  • trad. Giovanna Spendel, Milano: Mondadori, 1995
  • trad. Patrizia Parnisari, introduzione di Paolo Di Stefano, Milano: Feltrinelli, 1997

Adattamenti cinematografici e televisivi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Quaderni di note dell'anno 1869, in Vita e opere di Dostoeskij, Mosca-Leningrado, 1935, pag. 344.
  2. ^ L. Simonova, Dai ricordi su Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Il messaggero ecclesiastico, 1881, n. 18.
  3. ^ Articolo del "Corriere della Sera" del 4 agosto 1963, poi in A. M. Ripellino, Nel giallo dello schedario, a cura di Antonio Pane, Napoli: Cronopio, 2000, p. 38.
  4. ^ Leonid Grossman, Introduzione a La Mite, p. 16.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Evel Gasparini, Dostoevskij e il delitto, Montuoro, Milano 1946.
  • Remo Cantoni, Crisi dell'uomo: il pensiero di Dostoevskij, Arnoldo Mondadori, Milano 1948.
  • Fausto Malcovati, Introduzione a Dostoevskij, Editore Laterza, Bari 1995.
  • Luigi Pareyson, Dostoevskij. Filosofia, romanzo ed esperienza religiosa, Einaudi, Torino 1993.
  • Nikolaj Berdjaev, La concezione di Dostoevskij, traduzione di B. Del Re, Einaudi, Torino 2002.
  • Michail Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica, traduzione di Giuseppe Garritano, Einaudi, Torino 1968.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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