Keith Haring

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Keith Haring
Firma di Keith Haring

Keith Haring (Reading, 4 maggio 1958New York, 16 febbraio 1990) è stato un pittore e writer statunitense.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Keith Haring nacque il 3 maggio 1958 a Reading, in Pennsylvania, da Allen e Joan Haring. La sua famiglia si trasferì a Kutztown pochi anni dopo la sua nascita, e fu qui che trascorse gran parte della sua infanzia; ancora fanciullo rivelò una forte inclinazione per il disegno, apertamente incoraggiata dal padre Joan, il quale aveva per tempo intuito le inclinazioni e il talento artistico del figlio. Queste sono le parole che lo stesso Haring rivolse a John Gruen, la cui biografia rimane la più completa fonte primaria per la comprensione di Haring come uomo e artista:[1]

(EN)

« My dad made cartoon characters for me, and they were very similar to the way I started to draw—with one line and a cartoon outline »

(IT)

« Mio padre realizzava per me personaggi dei cartoni animati, e questi erano simili a come disegnavo io - con un'unica linea e un contorno fumettistico »

Furono proprio i personaggi dei fumetti come quelli di Walt Disney e di Dr. Seuss a esercitare su di lui un'influenza duratura. In ogni caso, divenuto adolescente, Haring diede prova di temperamento ardente: era insofferente ai freni, e non di rado consumava droghe e alcool con gli amici. Malgrado ciò, egli continuò a coltivare la propria passione per il disegno; decisiva, in tal senso, fu la visita al museo Hirshhorn di Washington D.C., dove era esposta la produzione grafica di Andy Warhol.[2]

Terminati gli studi secondari nel 1976, Haring si iscrisse all'Ivy School of Professional Art di Pittsburgh, dove - persuaso dai genitori - iniziò a frequentare le lezioni di grafica pubblicitaria. Ben presto, però, il giovane Keith capì che non era quella la sua strada, e abbandonò il corso dopo due semestri; con l'allontanamento dagli studi accademici affrontò un periodo di nera miseria e di attività spuria buona a toutfaire. L'elasticità d'orario di questi mestieri (importante quello di cuoco in una caffetteria, dove espose per la prima volta i suoi disegni) gli permise di fare copiose letture: proprio in questi anni, infatti, Haring divorava le opere monografiche su Jean Dubuffet, Stuart Davis, Jackson Pollock, Paul Klee, Alfonso Ossorio e Mark Tobey. Nel 1977, poi, entrò a contatto con un artista che gli suscitò una grande emozione, e la «nuova spinta e confidenza» necessaria per assecondare la propria vocazione: si tratta di Pierre Alechinsky, in quell'anno protagonista di una mostra al museo d'arte di Pittsburgh. Giusto un anno dopo Haring, forte della conoscenza estremamente variegata raggiunta nel campo dell'arte, organizzò la sua prima mostra personale, riscuotendo un successo furioso.[3]

« All'inizio la mia firma fu un animale che diventò sempre più simile a un cane »
(Keith Haring[4])

L'astro newyorchese della street art[modifica | modifica wikitesto]

Intanto da Pittsburgh si trasferì a New York, alla ricerca di nuove sfide e di artisti con idee e interessi affini; fu proprio in questo periodo, inoltre, che iniziò a diventare consapevole del proprio orientamento omosessuale, che avrebbe poi riconosciuto apertamente in seguito. Nella Grande Mela Haring poté seguire i corsi della School of Visual Art (SVA), dove apprese i rudimenti del disegno, della pittura e della scultura; in questo periodo si legò di molta amicizia con Kenny Scharf e Jean-Michel Basquiat e realizzò inoltre diverse opere, fondendo le influenze esercitate dal poster Truisms di Jenny Holzer con la tecnica di William S. Burroughs e Brion Gysin.[5] A New York il giovane pittore si divideva tra un'intensa attività di studio e gli svaghi concessi da una grande città: Haring, in particolare, frequentò assiduamente il Club 57, rendez-vous assai popolare tra gli artisti, gli attori e i musicisti di Manhattan.[6]

Ormai ben inserito nella scena artistica newyorchese, Haring decise di non proseguire i propri studi alla School of Visual Art, rinnegando definitivamente la possibilità di conseguire una laurea (che gli sarà comunque consegnata post mortem nel 2000).[7] Intanto, essendo insofferente alle forme espressive e ai sistemi di diffusione artistica tradizionali, per esprimere la propria vocazione Haring scelse la scena urbana cittadina, riconoscendo nel tessuto metropolitano di New York un luogo ricco di fermenti e di indirizzi. Fu proprio sotto l'egida del graffitismo che Haring iniziò a definire la propria identità artistica, divenendo gradualmente consapevole dell'originalità delle proprie creazioni grafiche; celebre l'icona del cane angoloso che abbaia, immagine di vitalità per eccellenza.

Nel frattempo, nel giugno 1980 Haring venne invitato a partecipare al Times Square Show, la prima mostra artistica dedicata allo spettro dell'arte underground statunitense; qui egli ebbe l'opportunità di confrontarsi e stringere amicizia con i più significativi esponenti della street art, tra cui Lee Quinones, Fab Five Freddy e Futura 2000. Haring subì indubbiamente il fascino e l'influsso di questi ultimi, e non nascose affatto il proprio ardente entusiasmo per il graffitismo, tema sul quale ritornò in una mostra allestita nel 1981 al Mudd Clubb che riscosse un notevole successo.[8]

Successivamente, forse per caso, forse per scelta, Haring decise di esprimere il proprio estro artistico intervenendo sugli spazi pubblicitari vuoti della metropolitana di New York, che divenne (per usare le sue parole) un «laboratorio» pubblico dove sperimentare infinite soluzioni grafiche:

We Are The Youth (1987), Ellsworth Streets, Philadelphia
(EN)

« One day, riding the subway, I saw this empty black panel where an advertisement was supposed to go. I immediately realized that this was the perfect place to draw. I went back above ground to a card shop and bought a box of white chalk, went back down and did a drawing on it. It was perfect – soft black paper; chalk drew on it really easily »

(IT)

« Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino ad una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità »

(Keith Haring[9])

Intanto, Haring iniziò ad acquistare una fama sempre più solida, confermata dal successo riscosso della mostra personale che organizzò nell'ottobre 1982 con la collaborazione del gallerista Tony Shafrazi: all'evento, accompagnato per la prima volta da un catalogo, presenziarono Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg, Francesco Clemente, Sol LeWitt e Richard Serra.[10] L'esibizione arricchì notevolmente la fama di Haring, ormai divenuto noto anche in Europa: in questo periodo l'artista si recò in Italia, in Germania, nei Paesi Bassi, in Belgio, e in Gran Bretagna, lasciando segni di sé e della propria arte nei paesaggi urbani visitati. Le commissioni e le offerte frattanto piovevano, tanto che Haring dovette assoldare una segretaria personale, Julia Gruen, per essere aiutato nel disbrigo della corrispondenza.[11]

Haring consacrò definitivamente il proprio talento nell'aprile del 1986 con l'inaugurazione a SoHo del Pop Shop; si tratta di un punto vendita di gadget e magliette ritraenti le sue opere, così da mettere il proprio operato a disposizione di tutti.

L'AIDS e la morte[modifica | modifica wikitesto]

La metà degli anni 1980 conobbero l'esplosione della sindrome da immunodeficienza acquisita, meglio conosciuta con la sigla di AIDS; il sesso, senza le adeguate precauzioni, era ormai divenuto un'attività letale. Haring era ben consapevole della pericolosità del virus, che aveva già annientato diversi suoi amici:

(EN)

« I didn't stop having sex, but had safe sex or what was considered and understood to be safe sex at that point. [...] But by 1985, AIDS had changed New York »

(IT)

« Non smisi di fare sesso, ma stavolta lo praticavo in maniera sicura (o, perlomeno, in una maniera considerata sicura in quel tempo). [...] Ciò malgrado, nel 1985 l'AIDS aveva cambiato New York »

(Keith Haring[12])

Haring, in effetti, in questo periodo si dimostrò assai sensibile al tema dell'AIDS, trasposto in diverse sue opere animate da un impulso deterrente, così da tentare di salvare vite umane; notevole, in tal senso, il dipinto AIDS, eseguito nel 1985. Ciò, tuttavia, non bastò per Haring, che alla fine contrasse ugualmente il virus; l'artista aveva comunque già da tempo accolto l'eventualità di risultare positivo, avendo affermato di «camminare sulla linea molto sottile che divide la vita dalla morte» per via della «promiscuità presente in ogni angolo di New York».[13]

La salute di Haring si fece via via sempre più malandata, fino a quando fu impossibilitato anche a dipingere. L'ultima opera pubblica che eseguì fu Tuttomondo, sulla parete esterna del convento di Sant'Antonio a Pisa; si tratta dell'ultimo inno alla vita di Haring, e di uno dei «progetti più importanti che [...] abbia mai fatto». Malgrado la salute declinante, inoltre, Haring fondò la Keith Haring Foundation, che si propone tutt'oggi di continuare la sua opera di supporto alle organizzazioni a favore dei bambini e della lotta contro l'AIDS.[14]

Keith Haring, infine, morì il 16 febbraio 1990 a New York a causa delle complicanze legate all'AIDS: aveva solo trentun anni.

Stile[modifica | modifica wikitesto]

Molteplici invenzioni iconiche affollano questo murales di Haring, ubicato a Barcellona, in Catalogna

Nonostante la sua morte prematura, l'immaginario di Haring è diventato un linguaggio visuale universalmente riconosciuto del XX secolo. Le sue opere fanno ricorso a uno stile immediato e festivo e sono popolate da personaggi stilizzati e bidimensionali, quali bambini, cani, angeli, mostri, televisori, computer, figure di cartoon e piramidi; iconico, in tal senso, è l'utilizzo di colori molto vividi e accattivanti che ricordano quelli usati dalla grafica pubblicitaria, e l'adozione di una spessa linea di contorno ridotta all'essenziale che circoscrive le anzidette figure. La sua iconografia apparentemente infantile veicola messaggi semplici, chiari e immediatamente intellegibili che riguardano diversi temi scottanti della sua epoca, quali il capitalismo, il razzismo, l'ingiustizia sociale, l'apartheid, il riarmo nucleare, la droga e l'AIDS[15], non mancando di affrontare anche argomenti come l'amore, la felicità, la gioia e il sesso.[16]

La versatilità delle opere di Haring trascende i mezzi espressivi tradizionali, tanto che per dare sfogo al proprio inesauribile estro artistico egli non esitò a sfruttare qualsiasi elemento avesse portata di mano: le sue opere sono tracciate su muri, carrozzerie di automobili, teloni in vinile, capi di abbigliamento, carta, plastica recuperata dagli scarti, e tela. Haring, infatti, perseguiva un modello di «arte per tutti», desiderando di mettere le proprie opere a disposizione del più grande pubblico possibile; ciò era possibile soltanto portando l'arte al di fuori dai musei e dalle gallerie, e ignorando le regole imposte dal mondo del mercato.[17]

(EN)

« Art is not an elitist activity reserved for the appreciation of a few. Art is for everyone and this is the reason to which I strive to work »

(IT)

« Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi: l’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare »

In tal senso, le opere di Haring sono ascrivibili al graffitismo metropolitano, del quale egli è stato uno dei maggiori interpreti insieme a Jean-Michel Basquiat.[18]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gruen, p. 9.
  2. ^ Kolossa, p. 11.
  3. ^ Kolossa, p. 12.
  4. ^ Keith Haring: il murale di Milwaukee, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. URL consultato il 25 luglio 2016.
  5. ^ Kolossa, p. 13.
  6. ^ Kolossa, pp. 14-15.
  7. ^ Kolossa, p. 19.
  8. ^ Kolossa, p. 20.
  9. ^ To New York, The Keith Haring Foundation. URL consultato il 25 luglio 2016.
  10. ^ Kolossa, p. 30.
  11. ^ Kolossa, p. 32.
  12. ^ Gruen, p. 132.
  13. ^ Kolossa, p. 81.
  14. ^ Kolossa, p. 87.
  15. ^ Giorgio Lucentini, Keith Haring, molto, ma molto più del pop, exibart.com, 30 aprile 2013. URL consultato il 25 luglio 2016.
  16. ^ Giselle Dian, Alcuni Estratti da: "Keith Haring: Segno Artistico, Gesto Esistenziale, Impegno Civile", reteccp.org. URL consultato il 25 luglio 2016.
  17. ^ Keith Haring: Quando il Graffito diventa Arte, lascatoladelleidee.it, 17 febbraio 2015. URL consultato il 25 luglio 2016.
  18. ^ Sara Borchi, Chi era Keith Haring e perché il suo murales a Pisa vivrà per sempre, teladoiofirenze.it. URL consultato il 25 luglio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alexandra Kolossa, Haring, Taschen, 2004, ISBN 382283145X.
  • John Gruen, Keith Haring: The Authorized Biography, Simon and Schuster, 1992, ISBN 0671781502.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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