It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry

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It Take a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry
ArtistaBob Dylan
Autore/iBob Dylan
GenereBlues rock
Edito daColumbia Records
Pubblicazione originale
IncisioneHighway 61 Revisited
Data1965
Durata3'25" (Mono) / 4'09" (Stereo)

It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry è una canzone scritta da Bob Dylan, pubblicata in origine nell'album Highway 61 Revisited. È stata pubblicata nel luglio del 1965. Il brano venne inoltre incluso nella prima compilation europea di Dylan, intitolata Bob Dylan's Greatest Hits 2.

Una versione alternativa della canzone è apparsa nella raccolta The Bootleg Series Volumes 1–3 (Rare & Unreleased) 1961–1991 del 1991.

It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry vanta diverse versioni di numerosi artisti tra cui i Grateful Dead, Super Session, Allman Brothers Band, Marianne Faithfull, Jerry Garcia, Stephen Stills, Ian Matthews, Leon Russell, Little Feat, Taj Mahal, Steve Earle, Levon Helm, Toto, Blue Cheer & Bun E. Carlos.[1][2]

Musica e testo[modifica | modifica wikitesto]

La canzone, inclusa in Highway 61 Revisited, è un blues elettrico-acustico che risulta uno dei tre brani blues dell'album (insieme a From a Buick 6 e Just Like Tom Thumb's Blues).[3] Si compone di versi ispirati alle tradizionali canzoni blues, combinati dal testo proprio di Dylan.[4] Al posto di usare toni aggressivi tipici delle canzoni scritte da Dylan durante questo periodo, It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry riflette la stanca rassegnazione del mondo. Attraverso un linguaggio figurato di carattere sessuale, la canzone può essere interpretata come l'allegoria di un tale che si sente frustato sessualmente. Dylan riprenderà queste immagini e questi suggerimenti in altre successive canzoni, come Señor (Tales of Yankee Power).

Questa versione venne registrata il 29 luglio 1965, lo stesso giorno di Positively 4th Street e Tombstone Blues. Musicalmente, la canzone presenta un ritmo lento e strascicante, dato dalla batteria, e un'enfasi leggera non convenzionale al batterista Bobby Gregg.[5] È presente inoltre un pezzo con il pianoforte di Paul Griffin, una parte di chitarra suonata da Mike Bloomfield ed un inusuale pezzo con l'armonica.

Dylan eseguì questa versione della canzone dal vivo nell'agosto 1971 per l'album Concert for Bangladesh.

Il brano era inizialmente noto con il titolo di Phantom Engineer. Questa versione era dotata di maggior ritmo in levare e quattro versi dal testo differente.[6] Venne registrata il 15 giugno 1965, lo stesso giorno di Like a Rolling Stone. Le diverse tracce del 15 giugno possono essere ascoltate in The Bootleg Series Volumes 1–3 (Rare & Unreleased) 1961–1991, The Bootleg Series Vol. 7: No Direction Home e nella versione doppia The Bootleg Series Vol. 12: The Cutting Edge 1965–1966. In The Bootleg Series Vol. 7 e The Bootleg Series Vol. 12, la versione si presenta con un ritmo blues scattante e l'alterazione dei riff con la chitarra ad ogni battuta.[7]

Questa variante alternativa venne eseguita da Dylan e il suo discusso gruppo elettrico, accompagnato dalla The Paul Butterfield Blues Band e da Al Kooper, al Newport Folk Festival, il 25 luglio 1965, dopo Maggie's Farm.[8] Dopo essere stato interrotto durante l'esecuzione di Phantom Engineer, dai fan che volevano che Dylan cantasse musica folk, il cantante tornò a suonare interpretazioni acustiche di Mr. Tambourine Man e It's All Over Now, Baby Blue.

Una versione del novembre 1975 venne pubblicata nell'album The Bootleg Series Vol. 5: Bob Dylan Live 1975, The Rolling Thunder Revue.[9]

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry covers, AllMusic. URL consultato il 24 giugno 2009 (archiviato dall'url originale il 27 giugno 2009).
  2. ^ Through the Looking Glass, AllMusic. URL consultato l'8 novembre 2011.
  3. ^ Hinchey, J., Like a Complete Unknown, 2002, pp. 120–126, ISBN 0-9723592-0-6.
  4. ^ It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, AllMusic. URL consultato il 24 giugno 2009.
  5. ^ Shelton, R., No Direction Home, 1997, p. 280, ISBN 0-306-80782-3.
  6. ^ Paul Williams, Bob Dylan, Performing Artist, Omnibus Press, 1990.
  7. ^ Andy Gill, Don't Think Twice, I'ts All Right: Bob Dylan - The Early Years, 1998, Thunders Mouth Press, New York.
  8. ^ Robert Santelli, The Bob Dylan Scrapbook:1956-1966, 2005, Simon & Schuster.
  9. ^ allmusic.com, http://www.allmusic.com/album/the-bootleg-series-vol-5-bob-dylan-live-1975-the-rolling-thunder-revue-mw0000229202.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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