Crisi di Agadir

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Crisi di Agadir (seconda crisi marocchina)
SMS Panther (1901).jpg
La cannoniera tedesca Panther, il cui approdo ad Agadir portò all'acutizzarsi della crisi.
Data 1º luglio - 4 novembre 1911
Luogo Africa e Europa
Causa Occupazione francese della città marocchina di Fez
Esito Successo diplomatico della Francia e della Gran Bretagna
Modifiche territoriali Inserimento del Marocco nella sfera d'influenza francese in cambio di concessioni territoriali alla Germania in Africa equatoriale
Schieramenti
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La Crisi di Agadir, detta anche seconda crisi marocchina, fu determinata nel 1911 dall'opposizione tedesca al tentativo della Francia di instaurare un protettorato sul Marocco. La reazione della Germania si manifestò con l'invio della nave cannoniera Panther nel porto marocchino di Agadir.

La crisi si aggravò per la rivendicazione tedesca, in cambio di un protettorato francese sul Marocco, del Congo francese. Trovò l'apice e terminò per l'intervento della Gran Bretagna che, condannando la politica della Germania, la portò a cedere e ad accettare come compenso solo una piccola parte del Congo francese.

Con la crisi di Agadir la Gran Bretagna concluse il suo processo di avvicinamento politico alla Francia iniziato con l'Entente cordiale. Il 30 marzo 1912 con il trattato di Fez il Marocco accettava definitivamente il protettorato francese.

Da Algeciras ad Agadir (1906-1911)[modifica | modifica wikitesto]

I rapporti franco-tedeschi[modifica | modifica wikitesto]

Con la Conferenza di Algeciras del 1906, la Francia otteneva il primo successo diplomatico per la colonizzazione del Marocco: dopo mesi di tensione scaturiti dalla crisi di Tangeri, la Germania accettava infatti la parziale ingerenza francese negli affari del Paese nordafricano.

Di fronte al tentativo di Parigi di chiudere definitivamente la questione del Marocco instaurandovi un protettorato, nell'ottobre del 1908 l'imperatore Guglielmo II decise che la Germania non aveva alcuna probabilità di mantenere la propria posizione e sarebbe quindi stato meglio ridurre al minimo i danni: «Per noi non c'è nulla da fare, il Marocco è destinato a diventare francese… La nostra politica marocchina si è finora rivelata un fallimento».[1]

Questa politica di desistenza portò alcuni vantaggi economici: le industrie francesi Schneider-Creusot e il complesso tedesco della Krupp si accordarono per lo sfruttamento dei giacimenti minerari marocchini e il 9 febbraio 1909 fu stipulato il trattato coloniale franco-tedesco. Con questo accordo la Germania riconosceva la particolare posizione della Francia nel Paese e da parte loro i francesi si impegnavano a rispettare gli interessi economici tedeschi.

Tuttavia nel 1911 i francesi si resero conto che soltanto con un'azione di forza avrebbero potuto imporre un protettorato sul Marocco.

Il finanziere Joseph Caillaux, divenuto ministro delle Finanze a marzo, era disposto ad arrivare oltre e a servirsi dell'accordo del 1909 come punto di partenza per giungere ad una riconciliazione franco-tedesca a spese della Gran Bretagna. Nel corso di negoziati segreti, Caillaux ventilò al Ministro degli Esteri tedesco Alfred von Kiderlen-Waechter la prospettiva di un generoso compenso alla Germania se questa avesse lasciato mano libera alla Francia.[2]

I francesi entrano a Fez[modifica | modifica wikitesto]

Nel maggio 1911 però i francesi, senza ulteriori consultazioni, entrarono nella capitale marocchina, Fez. Kiderlen si agitò e spinse il Cancelliere tedesco Theobald von Bethmann-Hollweg ad occupare un porto del Marocco per costringere Parigi a riprendere i negoziati. Venne scelto il porto di Agadir.[3]

D'altra parte il Kaiser non sembrava entusiasta di aprire una nuova crisi internazionale e in questo fu dissuaso anche dal re d'Inghilterra Giorgio V. Nello stesso maggio 1911 infatti Guglielmo II, a conclusione della sua visita per l'inaugurazione del monumento alla Regina Vittoria a Londra, chiese a Giorgio V se i metodi francesi si conciliavano con il patto di Algeciras. Secondo quanto ricorda Guglielmo nelle sue memorie «il re rispose che, secondo lui, il concordato [di Algeciras], effettivamente, non esisteva più; la miglior cosa da farsi era di porlo in dimenticanza. In realtà, i francesi, aveva aggiunto [Giorgio V], al Marocco non facevano niente di dissimile da quello che gli inglesi a loro volta avevano fatto in Egitto. […] non rimaneva che riconoscere il fatto compiuto dell'occupazione, e venire ad accomodamenti con la Francia per delle garanzie commerciali».[4]

La cannoniera Panther[modifica | modifica wikitesto]

Il primo ministro francese Joseph Caillaux.
Guglielmo II ritratto nel 1908.

Di diversa opinione e con altri progetti, il 19 giugno 1911, il ministro tedesco Kiderlen richiese alla compagnia Hamburg-Marokko di raccogliere delle firme fra le aziende che avevano interessi in Marocco affinché chiedessero protezione ufficiale. Due giorni dopo, tale petizione venne consegnata. Negli stessi giorni, il 21 e il 22 giugno, nella città termale tedesca di Bad Kissingen, Kiderlen ebbe un lungo colloquio con l'ambasciatore francese Jules Cambon, mentre in Francia moriva in un incidente aereo il ministro della guerra Maurice Berteaux (1852-1911). Questa fatalità portò il 27 alla formazione di un nuovo governo presieduto da Joseph Caillaux, sempre ben disposto verso la Germania.

Il giorno prima, a Kiel, il cancelliere Bethman e Kiderlen si erano nel frattempo incontrati con Guglielmo II. Il Cancelliere e il ministro degli esteri convinsero Guglielmo II ad ordinare alla nave cannoniera Panther, di ritorno dall'Africa occidentale, di fare rotta verso Agadir col suo equipaggio di 125 uomini. Il Kaiser dapprima dissentì, ma poi cedette.[5]

Il ministero degli Esteri tedesco aveva originariamente progettato di inviare due incrociatori ad Agadir e due a Mogador (oggi Essaouira), ma le navi non poterono essere disponibili per tempo. Lo scopo della missione non venne comunque mai spiegato alle autorità navali tedesche.[6]

Il 1º luglio 1911, la Panther apparve al largo di Agadir. Lo stesso giorno i vari governi interessati furono informati dalla Germania che la nave era lì per proteggere la vita e la proprietà «di alcuni mercanti amburghesi che risiedono nella zona». Cosa abbastanza improbabile dato che Agadir era un porto chiuso e inaccessibile ai commercianti europei. Il 4 luglio la Gran Bretagna fece partire una lettera di richiesta di chiarimenti alla Germania.

Il Congo e Madame Jonina[modifica | modifica wikitesto]

Caillaux era perplesso. Mentre la sua nomina a primo ministro lo aveva messo in una migliore posizione per svolgere la sua politica di riconciliazione con la Germania, sapeva bene quale impopolarità avrebbe suscitato in Francia e nel suo governo tale politica.

A Berlino, Kiderlen, dopo un invito francese ad avanzare le sue richieste, il 15 luglio propose che in cambio della rinuncia a ogni pretesa sul Marocco, la Germania ricevesse l'intero Congo francese e avvertì il cancelliere Bethman che, per ottenere tanto, Berlino doveva far sentire tutto il suo peso.[7] Apparve chiaro che il governo tedesco aveva intenzione, con il Camerun che già possedeva, di porre le basi per un impero coloniale in Africa equatoriale, e che voleva indebolire l'Entente Cordiale mediante l'accomodamento con la Francia.

Quando Guglielmo II venne a conoscenza della portata della richiesta del suo ministro era in crociera in Norvegia. Ebbe subito la sensazione che una guerra con la Francia fosse alle porte e pensò di tornare in patria: «Non posso infatti permettere al mio governo di assumere un atteggiamento simile, senza che io sia sul luogo per esaminare attentamente le conseguenze, e prendervi parte. Sarebbe imperdonabile, non mi farebbe apparire altro che un sovrano costituzionale. Le roi s'amuse! [8] E nel frattempo ci stiamo incamminando verso la mobilitazione. Una cosa del genere non deve avvenire in mia assenza».[9]

In effetti, per tutta la storia, Kiderlen non aveva fatto altro che intimorire la Francia. Il ministro tedesco sfruttò la convinzione che le dichiarazioni rese in una lettera d'amore fossero più degne di fede dei dispacci diplomatici. Fece quindi trapelare delle confidenze rese alla misteriosa “Madame Jonina”, sforzandosi così, e in ogni altro modo possibile, di far credere che la Germania avrebbe combattuto una guerra contro la Francia per il Marocco.[9]

La dichiarazione di Lloyd George[modifica | modifica wikitesto]

David Lloyd George ritratto nel 1911.

Oltre Manica, in Gran Bretagna, il governo di Herbert Henry Asquith era preoccupato e confuso per il fatto di non conoscere i particolari della vicenda. Di sicuro l'Ammiragliato inglese era contrario all'idea che la Germania ottenesse un porto sull'Atlantico, mentre i politici temevano che venissero presi degli accordi franco-tedeschi sul Marocco, e chissà cos'altro, alle loro spalle. Il Cancelliere dello Scacchiere David Lloyd George, nelle sue memorie, descrive la situazione così come la percepì:

« Quando la scortese indifferenza del governo tedesco alla nostra comunicazione era durata per 17 giorni – dal 4 al 21 luglio – io ho avuto l'impressione che la faccenda si faceva molto critica e che noi andavamo stupidamente alla deriva verso la guerra. Non dandoci nemmeno formalmente ricevuta della lettera del nostro Ministro degli Esteri, i tedeschi non solo ci trattavano con una intollerabile insolenza, ma il loro silenzio avrebbe potuto significare che essi non sospettavano nemmeno che noi intendevamo osservare gli obblighi derivanti dal trattato,[10] sicché avrebbero potuto accorgersi troppo tardi che noi ci sentivamo in dovere di metterci accanto alla Francia. Queste ragioni mi consigliarono di pronunciare il mio discorso alla Mansion House[11] […] »
(Lloyd George, Memorie, Milano, 1933, Vol I, p. 49.)

Lloyd Gorge, dopo essersi imposto all'attenzione della politica interna, propose così al ministro degli Esteri Edward Grey di far sentire la propria presenza all'estero. Nel famoso discorso del 21 luglio, Lloyd George fu così autorizzato a dichiarare:

« Se si volesse forzare su di noi una situazione nella quale la pace potesse essere preservata solamente con la resa della grande e benefica posizione che la Gran Bretagna ha guadagnato con secoli di eroismo e di conquiste, permettendo che la Gran Bretagna sia trattata, là dove i suoi interessi sono vitalmente in gioco, come se essa non contasse nel consorzio delle nazioni, allora io dico semplicemente che la pace ad un tal prezzo sarebbe una umiliazione intollerabile per un grande paese come il nostro. »
(Lloyd George, Memorie, Milano, 1933, Vol I, p. 50.)

Fu la prima esplicita dichiarazione di un ministro britannico che il suo Paese, se necessario, avrebbe combattuto a fianco della Francia.

Ma non tutti i sudditi di Giorgio V si sentirono così coinvolti. Scrivendo sul Guardian, il direttore dell'Economist Francis Hirst definiva «stravagante» immaginare un ministro inglese «che chiede a milioni di suoi innocenti concittadini di sacrificare la loro vita per una disputa continentale[12] di cui non sanno niente e di cui non si curano minimamente». La Nation accusò Grey di portare il Paese «sull'orlo di un conflitto […] per interessi non britannici» e di sottoporlo a «un tormentoso ricatto da parte delle potenze associate».[13]

L'apice della crisi[modifica | modifica wikitesto]

Winston Churchill l'anno dopo la Crisi di Agadir.

Winston Churchill, allora ministro degli Interni, ci testimonia l'acuirsi della tensione internazionale:
«Quattro giorni dopo» il discorso del 21 luglio, «verso le 17,30, stavo passeggiando con Lloyd Gorge davanti a Buckingham Palace quando un messo di sir Edward Grey ci raggiunse veloce con la preghiera di recarsi subito da lui. […] Recatici in tutta fretta ai Comuni, salimmo subito nello studio di Sir Edward Grey che ci accolse con queste parole: "Ho ricevuto in questo momento una comunicazione così grave dall'ambasciatore di Germania da farmi temere la possibilità di un attacco improvviso contro la flotta"».[14]

L'ambasciatore tedesco a Londra Paul Metternich aveva dichiarato a Grey che dopo il discorso di Lloyd Gorge, il suo governo non poteva fornire ulteriori spiegazioni, e assumendo quindi un tono sempre più aspro aveva aggiunto che se la Francia si ostinava a respingere la mano che le stendeva l'imperatore, la Germania sarebbe stata costretta a tutelare «con tutti i mezzi» la sua dignità e i suoi diritti. Ricorda Churchill: «Di lì a poco, fra le antenne radiotelegrafiche dell'Ammiragliato e gli alberi delle navi lontane venivano scambiate nell'aria poche frasi in un freddo e calmo stile burocratico che accennavano […] ad un pericolo mortale che sovrastava quelle stesse navi, e il Paese intero».[15]

Allertata, la flotta inglese non si dimostrò in grado di organizzare la difesa. Le unità da battaglia erano a corto di carbone, le navi carboniere erano trattenute a Cardiff da uno sciopero di minatori, gli equipaggi erano in libera uscita di quattro giorni e le misure antitorpediniere[16] non erano state prese. La flotta tedesca era in mare già da quattro giorni, e nessuno all'Ammiragliato sembrava aver idea di dove fosse. Si dovette così in gran fretta improvvisare delle misure d'emergenza.[17]

La Germania al compromesso[modifica | modifica wikitesto]

L'Africa dopo la crisi di Agadir, con il Marocco assegnato alla Francia (in verde) e il Camerun tedesco (in giallo) con la striscia di territorio, a sud, sottratta al Congo francese.

I francesi, intanto, erano riusciti a decifrare il codice segreto tedesco e vennero a conoscenza delle trattative segrete che il loro primo ministro, Caillaux, intratteneva con la Germania, mentre a Berlino, un'ondata di panico in Borsa, che si disse provocata dal ritiro dei fondi britannici e francesi, cominciava a rendere più conciliante l'atteggiamento tedesco. Poi, i tedeschi furono informati che nel caso non avessero ridimensionato la richiesta del Congo francese, una cannoniera francese, seguita da una inglese, sarebbe stata inviata ad Agadir. Questo mandò Guglielmo II su tutte le furie:

« Scandaloso! È un oltraggio! Nessuno mi ha mai minacciato così direttamente. L'ambasciatore deve immediatamente inviare un intermediario ai francesi e ottenere entro ventiquattr'ore la loro assicurazione che: a) ritireranno la minaccia; b) presenteranno le scuse; c) prometteranno di farci senza indugio una concreta offerta. Se ciò non avviene entro ventiquattr'ore, abbandonerò i negoziati, dal momento che il tono in cui essi vengono condotti è incompatibile con la dignità dell'impero e del popolo tedesco. »
(In Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, 1968, p. 415.)

Ovviamente i negoziati non furono interrotti. Anzi, a poco a poco, i tedeschi si resero conto che dovevano ridurre le loro pretese, e i francesi che dovevano rendere possibile una dignitosa ritirata.

In autunno, il 4 novembre 1911, venne finalmente firmato un accordo in base al quale la Francia aveva mano libera in Marocco. La Germania, al costo di una zona insignificante nel nord-est del Camerun, riceveva dai francesi due strisce di terra utili al commercio: una lungo il fiume Congo e l'altra lungo il fiume Ubangi. Solo allora la cannoniera Panther salpò da Agadir.

L'accordo in realtà non appagò né la Francia né la Germania. Di lì a poco, a causa di esso, cadeva a Parigi il governo Caillaux, e a Berlino il sottosegretario alle colonie Friedrich von Lindequist (1862-1945), che aveva negoziato per la Germania, fu costretto a dimettersi davanti agli attacchi dei nazionalisti.

Scrive Lloyd George nelle sue memorie: «Kiderlen qualificò il mio discorso, parlando con l'ambasciatore austriaco a Berlino, come un "bluff colossale ed ingiusto". La verità è che non era affatto un bluff e se in un certo mese di luglio di, tre anni più tardi, noi avessimo fatto una dichiarazione egualmente esplicita sull'attitudine che avremmo preso, è assai probabile che per la seconda volta il pericolo di cadere sconsideratamente in una terribile guerra[18] sarebbe stato evitato».[19]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, 1968, pp. 407-408.
  2. ^ Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, 1968, p. 409.
  3. ^ Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, 1968, pp. 409-410.
  4. ^ Guglielmo II, Memorie, Milano 1923, pp. 126-127.
  5. ^ Guglielmo II, Memorie, Milano 1923, p. 127.
  6. ^ Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, 1968, p. 410.
  7. ^ Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, 1968, p. 411.
  8. ^ Il re si diverte! (in francese). Guglielmo II cita il titolo di un dramma di Victor Hugo per descrivere l'imbarazzo di trovarsi in crociera mentre in Germania saliva la tensione per la crisi.
  9. ^ a b Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, 1968, p. 412.
  10. ^ Lloyd George si riferisce al trattato anglo-francese dell'Entente Cordiale che tuttavia non prevedeva una vera e propria alleanza difensiva fra Gran Bretagna e Francia.
  11. ^ Residenza del sindaco di Londra.
  12. ^ Una disputa fra Germania e Francia.
  13. ^ Ferguson, La verità taciuta, Milano, 2002, p. 129.
  14. ^ Churchill, Crisi mondiale, Milano, 1968, Vol I, p. 45.
  15. ^ Churchill, Crisi mondiale, Milano, 1968, Vol I, pp. 45-46.
  16. ^ Le misure contro le piccole torpediniere, navi veloci siluranti.
  17. ^ Balfour, Guglielmo II e i suoi tempi, Milano, 1968, p. 414.
  18. ^ Il riferimento è alla prima guerra mondiale.
  19. ^ Lloyd George, Memorie, Milano, 1933, Vol I, p. 52.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Guglielmo II, Memorie dell'Imperatore Guglielmo II scritte da lui stesso, Mondadori, Milano 1923.
  • David Lloyd George, Memorie di guerra, 3 vol., Mondadori, Milano 1933.
  • Winston Churchill, The World Crisis, 6 vol., 1923–1931 (Seconda Ediz. Ital. Crisi mondiale e Grande Guerra 1911-1922, 4 vol., Il Saggiatore, Milano, 1968)
  • Michael Balfour, The Kaiser and his Times, 1964 (Ediz. Ital. Guglielmo II e i suoi tempi, Il Saggiatore, Milano, 1968).
  • Niall Ferguson, The Pity of War, 1998 (Ediz. Ital. La Verità taciuta, Corbaccio, Milano 2002 ISBN 88-7972-404-5).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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