Chiesa dei Santi Agostino e Cristina

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Chiesa dei Santi Agostino e Cristina
Firenze, ex chiesa dei Santi Cristina e Agostino - Facciata.jpg
Facciata
StatoItalia Italia
RegioneToscana
LocalitàFirenze
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
Arcidiocesi Firenze
ArchitettoBernardino Radi e Gherardo Silvani
Inizio costruzione1640
Completamento1817

Coordinate: 43°45′55.66″N 11°15′19.94″E / 43.765461°N 11.255539°E43.765461; 11.255539

Veduta esterna da Costa Scarpuccia
Lapide che commemora Ferenc Pulszky

La chiesa dei Santi Agostino e Cristina è un ex-luogo di culto cattolico di Firenze, situato sulla Costa Scarpuccia, una via collinare (costa) del quartiere di Oltrarno.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1634 la granduchessa Cristina di Lorena chiamò a Firenze come suo predicatore Arsenio dell'Ascensione, priore del convento romano di San Nicola da Tolentino che era sede della chiesa nazionale dei Lorensi a Roma. Sollecitando l'aiuto di altri nobili fiorentini e di suo marito Ferdiando II, Cristina raccolse i mezzi per creare una nuova chiesa e monastero per gli agostiniani scalzi riformati in un terreno donato dal marito. La doppia titolazione richiava appunto la regola del monastero e la santa protettrice della granduchessa, Cristina di Bolsena.[1]

Una cappella provvisoria venne inaugurata l'8 settembre 1636 e, mentre i progetti iniziali venivano ampliati per l'interesse di nuovi confratelli oltre le aspettative, moriva tre mesi dopo la granduchessa, che però venne presto sostituita nel generoso patronato del monastero dalla sua succeditrice Vittoria della Rovere. Completato l'acquisto e la predisposizione degli spazi necessari nei tre anni successivi, l'8 settembre 1640 si pose la prima pietra della nuova chiesa secondo un progetto di Bernardino Radi, alla cui morte subentrò nella direzione dei lavori Gherardo Silvani; entrambi lavorarono gratuitamente sostenendo l'iniziativa delle granduchesse. I lavori procedettero speditamente, grazie anche alle sinergie, riguardo ai materiali e alla forza lavoro, di un altre grande cantiere graducale attivo nella stessa zona, ovvero quello dell'ampliamento di palazzo Pitti. Dopo meno di due anni, il 29 agosto 1642, la chiesa veniva già consacrata dal vescovo Pietro Niccolini.[2]

La vita religiosa e monastica procedette senza interruzioni fino alle soppressioni napoleoniche del 1808, quando furono espulsi i frati e al loro posto vennero accolti i membri e le relative famiglie dell'appena costituita Compagnia dei Pompieri, procedendo ad alcuni lavori di adattamento. Con la Restaurazione del 1816, l'ordine religioso non venne comunque reinsediato, e venne valutata un'indennità con la quale il complesso potesse essere messo in vendita, venendo acuistato da Angelo Figlinesi che fece della chiesa una sorta di grande cappella di famiglia, procedendo entro il 1817 a un generale restauro e ridotamento di cappelle e altari. Suo figlio adottivo, Luigi Pigli, la vendette nel 1833 al conte russo Teodoro Petrovič d'Armiz, e in quell'occasione, essendo il proprietario di religione ortodossa, venne avviata la pratica di sconsacrazione, che divenne effettiva entro la fine dell'anno. Nel 1866 fu acquistato da Filippo Schwarzenberg che realizzò una nuova facciata; ulteriori ristrutturazioni furono apportate fra il 1866 e il 1873 a causa dell'ampliamento di Costa Scarpuccia.

Passata di mano in mano, la chiesa fu all'inizio del Novecento studio di uno scultore e, allo scoppio della prima guerra mondiale, venne requisita per fare da magazzino per l'esercito. Nonostante nel 1921 l'intero complesso, già frazionato per vicende ereditarie, fosse tornato nelle mani di un'unica proprietaria, la chiesa si presentava ormai spogliata di tutti gli arredi e ridotta a deposito, magazzino da affittare e rimessa carrozze e automobili, con gravi alterazioni (quali la demolizione degli scalini interni per far posto a rampe per i veicoli). Agli inizi degli anni Sessanta venne sottoposto un progetto per frazionare l'aula della chiesa in cinque piani che ospitassero abitazioni private, ma il vincolo architettonico, emesso già nel 1939, ne impedì la realizzazione.

Alcuni articoli di giornale e una tesi di laurea del 1980 (dell'architetto Giampaolo Trotta) riaccesero l'interesse sull'ex-edificio religioso, ormai ridotto a uno stato di degrado estremo.[3] Lo stato di semi-abbandono e l'ingente spesa necessaria al recupero bloccarono però i possibili progetti di recupero fino ala fine degli anni Novanta e ai primi anni Duemila quando si fecero avanti degli acquirenti rispettivamente per il sottotetto e poi per l'intera chiesa. Con l'aiuto della Soprintendenza e della multinazionale americana Halo, i nuovi proprietari Braschi poterono avviare nel 2002 i lavori di restauro, al termine dei quali la chiesa venne destinata a uffici privati, installando alcuni cubicoli non impattanti.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Interno

Esternamente, la chiesa è priva di particolari elementi decorativi. La facciata, rivolta verso nord-est, è preceduta da una piazzetta ed è costituita da una parete intonacata;[4] il prospetto segue l'andamento interno della struttura ed è a salienti; in basso, al centro, si apre l'unico portale con semplice cornice in pietra, e in asse con quest'ultimo due finestre, mentre sulla destra si trova una lapide bilingue (in ungherese e italiano) che commemora la presenza nell'ex convento del letterato Ferenc Pulszky durante il suo esilio fiorentino (1862-1866).

La chiesa si presenta ad aula unica con presbiterio rialzato e tre cappelle per lato. Le opere un tempo destiate alla decorazione degli altari tornarono alle famiglie patronanti, quando possibile risalirvi, o alla diocesi, per cui si trovano oggi sparse in alcune chiese fiorentine. Tra queste la propositura di San Casciano (Crocifisso di Baccio da Montelupo), la chiesa di Santa Maria a Candeli (San Francesco di Paola di Jacopo Vignali) o quella di San Zanobi a Casignano (Maddalena presso il sepolcro con un angelo di Pietro Marchesini). A ridosso della parete di fondo dell'abside quadrangolare vi è ancora l'ancona dell'altare maggiore, con stucchi di Lorenzo Migliorini e un affresco (Angeli) di Francesco Petrucci.[5] Originariamente essa ospitava una tavola dipinta da fra Rinovato Laico, successivamente sostituita da un quadro raffigurante Sant'Agostino di Francesco Petrucci.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ G. Richa, p. 249.
  2. ^ G. Richa, pp. 252-253.
  3. ^ A. Busignani, R. Bencini, p. 197.
  4. ^ A. Busignani, R. Bencini, p. 198.
  5. ^ pic01 (JPG), su ideaprima.eu. URL consultato il 9 marzo 2018.
  6. ^ G. Richa, p. 254.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Richa, Quartiere di S. Spirito, in Notizie Istoriche delle Chiese Fiorentine, vol. X, Firenze, Viviani, 1762, pp. 249-257, ISBN non esistente.
  • Alberto Busignani e Raffaello Bencini, Quartiere di Santo Spirito, in Le chiese di Firenze, vol. I, Firenze, Sansoni, 1974, pp. 197-198, ISBN non esistente.
  • AA.VV., Chiesa di Sant'Agostino e Cristina alla Costa, s.d. (2010 circa), ISBN non esistente.

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