Bubblegum pop

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Bubblegum
Origini stilistiche Pop
Pop rock
Garage rock
Rock psichedelico
Pop psichedelico
Sunshine pop
Indie pop
Origini culturali Stati Uniti e Regno Unito verso la fine degli anni sessanta.
Strumenti tipici chitarra, basso, batteria, sintetizzatore, tastiera, drum machine (dagli anni '80)
Popolarità Tardi anni sessanta e primi anni settanta per poi declinare nel giro di cinque anni[1].
Generi derivati
Teen pop - Power pop - Europop - Bubblegum dance - Glam rock
Generi correlati
Pop rock - Pop psichedelico - Pop barocco - Sunshine pop
Categorie correlate

Gruppi musicali bubblegum pop · Musicisti bubblegum pop · Album bubblegum pop · EP bubblegum pop · Singoli bubblegum pop · Album video bubblegum pop

Il bubblegum (conosciuto anche come bubblegum pop, bubblegum rock, bubblegum music o youth music)[1] è un genere musicale nato negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni '60 sottogenere del garage rock che unisce pop e rock indirizzato ai teenager o ai bambini e destinato al consumo di massa.[2]

Definizioni e caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Occasionalmente utilizzato in senso dispregiativo[3], il termine "bubblegum" ha avuto musicalmente diverse applicazioni. Nel libro del 2001 Bubblegum Music Is the Naked Truth (inedito in Italia) di David Smay e Kim Cooper vengono riportate le regole e le caratteristiche tipiche delle boy band e degli artisti teen pop come intrinsecamente legate al bubblegum pop e definisce il termine in cinque modi:

  1. Il genere classico definito bubblegum pop di moda tra il 1967 e il 1972.
  2. Musica pop usa e getta
  3. Musica pop costruita e pubblicizzata appositamente per accattivare un pubblico pre-adolescenziale.
  4. Musica pop prodotta in un processo a catena di montaggio, alla mercé dei produttori che utilizza turnisti che suonano e artisti che prestano il loro volto.
  5. Musica pop generica che riprende le sonorità upbeat tipiche del bubblegum pop.[4]

Alcuni critici dibattono sull'inclusione di alcuni artisti all'interno del genere (in particolare nel caso dei Monkees)[3] e se nel genere debbano o meno rientrare anche artisti successivi di generi come disco, dance pop, teen pop e le boy band. Secondo questa interpretazione quindi alla fine degli anni novanta, Britney Spears,[5][6] Christina Aguilera[5] e le Spice Girls[7] sarebbero state una rappresentazione evidente di questa tendenza.

Gli artisti del genere erano più frequenti a pubblicare singoli che album interi. Caratteristiche tipiche del bubblegum sono le melodie concise e orecchiabili,[2] strutture musicali a tre accordi, armonie semplici, ritmi ballabili e riff ripetitivi. Spesso i testi si basano su un immaginario innocente e apparentemente infantile o addirittura nonsense con occasionale uso di doppi sensi[3] e caratterizzato da ritornelli accattivanti e ripetitivi come Yummy Yummy Yummy, Chewy Chewy (degli Ohio Express), Bang-Shang-A-Lang (degli Archies), Dong-Dong-Diki-Di-Ki-Dong (dei Super Cirkus), Polly-Wally-Do-Da-Day (dei 1910 Fruitgum Company).[8] Molto di ciò che è riferito al genere è collegato solitamente alla pesante commercializzazione che lo accompagnava. Vennero spesso messi in vendita prodotti recanti i loghi e le foto dei gruppi, dai cibi ai vestiti. Il critico musicale Lester Bangs ha descritto il genere come "Il suono base del rock 'n' roll – senza la rabbia, la paura, la violenza e l'anomia".[9]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Anni sessanta[modifica | modifica wikitesto]

Il termine si riferisce ad una tipologia di musica pop emersa durante la seconda metà degli anni sessanta, epoca in cui aveva fra i suoi esponenti di punta i Monkees, gli Archies, i Music Explosion, gli Ohio Express, Tommy Roe e i Lemon Pipers.[2]

Il brano di successo del 1969 degli Archies Sugar, Sugar è considerato uno dei maggiori esempi del bubblegum pop e del cartoon rock, una tendenza di brevissima durata riguardante le serie a cartoni animati del sabato mattina, nei quali erano frequenti le esibizioni di canzoni pop rock in stile bubblegum, tra i gruppi più rappresentativi del filone vi erano i Banana Splits, protagonisti dell'omonima serie televisiva per bambini.

I produttori musicali Jerry Kasenetz e Jeffry Katz affermarono di aver coniato il termine "bubblegum pop" nel definire l'audience della loro musica rivolta ad un pubblico di giovani e giovanissimi in un periodo in cui le gomme da masticare andavamo molto di moda. Il termine venne definitivamente consacrato dal loro capo Neil Bogart, presidente della Buddah Records, una delle etichette più attive nel genere.[3]

La maggior parte delle band bubblegum pop sono gruppi one-hit wonder (con alcune notevoli eccezioni come la Partridge Family e Tommy Roe) il cui sound rimase commercialmente dominante fino agli inizi degli anni settanta.[10]

Anni 1970 - oggi[modifica | modifica wikitesto]

Negli anni settanta la musica bubblegum perse terreno. A conferma di ciò, produttori bubblegum come il duo Kasenet/Katz cambiarono stile musicale.[3] Stando a quanto riporta Chuck Eddy nel libro Bubblegum Music Is the Naked Truth, il bubblegum pop divenne "più un atteggiamento che un genere" nel corso degli anni settanta.[11] Nel Regno Unito il bubblegum pop prese piede all'inizio del decennio per poi perdere quota alla fine dello stesso.[12]

Nel 2010 lo scrittore e musicista Bob Stanley dichiarò che:[12]

«Mentre si faceva avanti un tipo di musica più provocatoria molto apprezzata tra i bambini (si pensi ad esempio a certi inni rave pittoreschi), la musica per bambini divenne sinonimo di novelty intrecciata ai personaggi del mondo dell'animazione, come ad esempio Bob aggiustatutto e Mr Blobby. Andò avanti così fino a quando una moltitudine di canali TV per bambini offrirono una moltitudine di opportunità multi-promozionali rappresentate dai Wiggles e la scuderia Disney»

Influenza[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni settanta il genere mostrò una seminale influenza per il glam rock, il power pop, il punk,[10] la new wave e il metal melodico. Ne sono un esempio i Kiss[13] e i Ramones, riconosciuti tra le formazioni punk più importanti e maggiormente contaminate dalla bubblegum music. La band dei "fratelli" Ramone adottò in alcune circostanze un'estetica visiva ispirata al mondo dei cartoni animati e suonò le cover di due noti brani bubblegum, ovvero Little Bit O' Soul dei Music Explosion e Indian Giver dei 1910 Fruitgum Company.[12]

Bill Pitzonka riportò delle osservazioni riguardo la musica bubblegum e la sua eredità:[3]

«La bubblegum ha davvero paventato una strada musicale così importante che nessuno lo riconoscerebbe mai. Ok, ha portato alla nascita dei Take That e i New Kids on the Block, ma è grazie ad essa che esistono i Ramones. Anche molto metal melodico è emerso grazie alla bubblegum music. La bubblegum si basa principalmente su una melodia che si sente lungo tutto il brano. Si trattava di trasmettere un messaggio in due minuti e mezzo. (...) Ed era l'antidoto perfetto a tutto ciò che stava accadendo (alla fine degli anni sessanta).»

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b allmusic.com - Bubblegum
  2. ^ a b c Claudio Quarantotto, Dizionario della musica pop & rock, Tascabili Economici Newton, 1994, p. 20.
  3. ^ a b c d e f Carl Cafarelli, An Informal History of Bubblegum Music, su Boppin' (Like The Hip Folks Do), 30 luglio 2016. URL consultato il 25 giugno 2021.
  4. ^ Cooper Kim, David Smay, Bubblegum Music is the Naked Truth: The Dark History of Prepubescent Pop, from the Banana Splits to Britney Spears, Feral House, 2001, p. 1.
  5. ^ a b (EN) Christina Aguilera's impression of Britney Spears is incredible, su businessinsider.com. URL consultato il 20 luglio 2022.
  6. ^ (EN) How Britney Spears Became the Trailblazer of Bubblegum Pop, su juiceonline.com. URL consultato il 20 luglio 2022.
  7. ^ (EN) Bubblegum pop: 15 things you know if you were into bubblegum pop in the 90s, su metro.co.uk. URL consultato il 20 luglio 2022.
  8. ^ Turn That Down!: A Hysterical History of Rock, Roll, Pop, Soul, Punk, Funk, Rap, Grunge, Motown, Metal, Disco, Techno & Other Forms of Musical Aggression Over the Ages.
  9. ^ (EN) Bubblegum pop: all the young dudes, su the Guardian, 2 dicembre 2010. URL consultato il 25 giugno 2021.
  10. ^ a b (EN) Pop/Rock » Pop/Rock » Bubblegum, su allmusic.com. URL consultato il 20 luglio 2022 (archiviato dall'url originale il 21 settembre 2020).
  11. ^ Cooper & Smay 2001, p. 252
  12. ^ a b c (EN) Bubblegum pop: all the young dudes, su theguardian.com. URL consultato il 20 luglio 2022 (archiviato dall'url originale il 31 ottobre 2020).
  13. ^ Kiss, su scaruffi.com. URL consultato il 20 luglio 2022.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Kim Cooper, David Smay, Bubblegum Music is the Naked Truth, Feral, 2001.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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