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Biblioteca nazionale Marciana

Coordinate: 45°26′00″N 12°20′21″E
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Biblioteca nazionale Marciana
Il Palazzo della Libreria in piazza San Marco a Venezia.
Ubicazione
StatoItalia (bandiera) Italia
Regione  Veneto
CittàVenezia
IndirizzoPiazzetta San Marco, 7
Caratteristiche
TipoBiblioteca pubblica statale, dotata di livello dirigenziale non generale
ISILIT-VE0049
SpecialisticaFilologia classica, storia di Venezia
Numero operecirca 1045000
StileRinascimentale-Manierista
ArchitettoJacopo Sansovino
Costruzione1537-1588
Sito web

La Biblioteca Marciana o Libreria di San Marco (nei documenti storici comunemente indicata come Libreria pubblica di San Marco) è una biblioteca di Venezia. È una delle più antiche biblioteche pubbliche ancora esistenti e custodisce numerosi manoscritti, oltre a conservare una delle collezioni di testi classici più significative al mondo. Prende il nome da San Marco, il santo patrono della città.

La biblioteca fu fondata nel 1468, quando il dotto umanista e cardinale Bessarione, vescovo di Frascati e titolare del Patriarcato latino di Costantinopoli, donò la sua collezione di manoscritti greci e latini alla Repubblica di Venezia. La donazione prevedeva che fosse istituita una biblioteca di pubblica fruibilità. La collezione di Bessarione era il risultato dei suoi instancabili sforzi nella ricerca di manoscritti rari in tutta la Grecia e l’Italia. Acquistò o fece copiare testi greci e latini per preservare gli scritti degli autori greci classici e la Letteratura bizantina dopo la caduta di Costantinopoli del 1453. La scelta di Venezia fu motivata dalla presenza di una numerosa comunità greca e dai legami storici con l'Impero bizantino.

Tuttavia, il governo veneziano tardò a predisporre uno spazio adeguato per i manoscritti, a causa di decenni di discussioni e indecisioni legate a una serie di conflitti militari tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento. La biblioteca fu infine costruita in un periodo di ripresa, come parte di un ampio programma di rinnovamento urbano volto a glorificare la Repubblica attraverso l'architettura e a rafforzarne il prestigio internazionale come centro di cultura e sapienza.

L'edificio originario si trova in Piazza San Marco, l'antico centro governativo di Venezia, con la lunga facciata rivolta verso il Palazzo Ducale. Costruito tra il 1537 e il 1588, è considerato il capolavoro dell'architetto Jacopo Sansovino e un esempio fondamentale dell'architettura rinascimentale veneziana.[1][2] Andrea Palladio lo descrisse come «forse l'edificio più ricco e ornato che sia stato dai tempi antichi fino ad ora».[3] Lo storico dell'arte Jacob Burckhardt lo considerava «il più magnifico edificio profano italiano»,[4] e Frederick Hartt lo definì «una delle strutture più soddisfacenti nella storia dell'architettura italiana».[1]

Dal punto di vista artistico, la biblioteca conserva molte opere dei grandi pittori veneziani del Cinquecento, rendendola un monumento completo del manierismo veneziano.[5] Oggi l'edificio è noto come Libreria sansoviniana ed è in gran parte un museo. Dal 1904, gli uffici della biblioteca, le sale di lettura e la maggior parte della collezione si trovano nell'adiacente Zecca, l'ex zecca della Repubblica di Venezia. L'istituzione è ufficialmente denominata "Biblioteca nazionale Marciana" ed è l'unica fondata dal governo della Repubblica veneziana che sia sopravvissuta e continui a funzionare.[6]

Contesto storico

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Lettera del cardinale Bessarione al doge Cristoforo Moro e al Senato veneziano, in cui annuncia la donazione della sua biblioteca. BNM Lat. XIV, 14 (= 4235), fol. 1r.

Durante il medioevo, le biblioteche cattedrali e le biblioteche monastiche furono i principali centri di studio e conoscenza in tutta l'Italia. Ma a partire dal XV secolo, l'enfasi umanistica riguardo alla conoscenza del mondo classico come elemento essenziale nella formazione dell'Uomo rinascimentale portò a una proliferazione di biblioteche di corte, patrocinate da principi sovrani, alcune delle quali offrivano un certo livello di accesso pubblico.[7] A Venezia, un primo tentativo di fondare una biblioteca pubblica sull'esempio delle grandi biblioteche dell'antichità non ebbe successo, poiché la collezione personale di manoscritti donata alla repubblica da Petrarca nel 1362 fu dispersa alla sua morte.[8][9]

Nel 1468 l'umanista e studioso bizantino cardinale Bessarione donò la sua collezione di 482 codici greci e 264 latini alla Repubblica di Venezia, con la clausola che fosse istituita una biblioteca pubblica per garantirne la conservazione per le generazioni future e la disponibilità per gli studiosi.[10][11][12][13][N 1] La lettera formale di donazione, datata 31 maggio 1468 e indirizzata al doge Cristoforo Moro (in carica dal 1462 al 1471) e al Senato veneziano, racconta che, dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453 e la sua devastazione da parte dei Turchi, Bessarione si dedicò con ardore all'acquisizione delle opere più rare e importanti risalenti all'antica Grecia e all'Impero bizantino per aggiungerle alla sua già vasta collezione, allo scopo di evitare la dispersione e la perdita definitiva della cultura greca. Il cardinale espresse il desiderio che i manoscritti fossero conservati in una città, Venezia, dove molti profughi greci avevano trovato rifugio e che egli stesso aveva iniziato a considerare «un'altra Bisanzio».[14][N 2][N 3]

Nel 1438 Bessarione ebbe il suo primo contatto con la città lagunare quando, appena ordinato metropolita di Nicea, giunse con la delegazione bizantina al concilio di Basilea, Ferrara e Firenze, con l'obiettivo di sanare lo scisma tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa e unire la Cristianità contro i Turchi ottomani.[15] I suoi viaggi come legato in Germania per Papa Pio II lo portarono, seppur brevemente, nuovamente in città nel 1460 e nel 1461.[16][N 4] Il 20 dicembre 1461, durante il secondo soggiorno, fu ammesso nel patriziato veneziano con un seggio nel Maggior Consiglio.[17][N 5]

Nel 1463 Bessarione tornò a Venezia come legato pontificio, incaricato di negoziare la partecipazione della repubblica a una crociata per liberare Costantinopoli dai Turchi.[18] Durante questo lungo soggiorno, durato fino all'anno successivo, il cardinale alloggiò e studiò nel monastero benedettino di San Giorgio Maggiore, e fu proprio a questo monastero che destinò inizialmente i suoi codici greci, disponendo che qui sarebbero stati trasportati dopo la sua morte.[12][19] Ma, influenzato dall'umanista Paolo Morosini e di suo cugino Pietro, ambasciatore veneziano a Roma, Bessarione revocò l'atto di donazione nel 1467 con il consenso papale, citando la difficoltà per i lettori di raggiungere il monastero, situato su un'isola separata.[20][N 6] L'anno seguente, Bessarione annunciò invece l'intenzione di lasciare immediatamente alla Repubblica di Venezia l'intera sua biblioteca personale, comprendente sia i codici greci sia quelli latini.[21][N 7]

Giusto di Gand, Ritratto del cardinale Bessarione (circa 1473–1476). Bessarione fu creato cardinale l'8 gennaio 1440 da Papa Eugenio IV.[22]

Così, il 28 giugno 1468, Pietro Morosini prese possesso legale della biblioteca di Bessarione a Roma per conto della repubblica.[23] La donazione comprendeva i 466 codici che furono trasportati a Venezia l'anno successivo in casse.[24][N 8][N 9] A questa prima spedizione si aggiunsero altri codici e incunaboli dopo la morte di Bessarione avvenuta nel 1472. Questa seconda spedizione, organizzata nel 1474 da Federico da Montefeltro, partì da Urbino, dove Bessarione aveva depositato il resto della sua biblioteca per sicurezza. Includeva i libri che il cardinale aveva riservato per sé o che aveva acquisito dopo il 1468.[25]

Nonostante la grata accettazione della donazione da parte del governo veneziano e l'impegno a istituire una biblioteca di pubblica fruibilità, i codici rimasero chiusi nelle casse all'interno del Palazzo Ducale, affidati alla custodia dell'ufficiale dello Stato sotto la direzione dei procuratori di San Marco de supra.[26] Poco fu fatto per facilitarne l'accesso, in particolare durante gli anni della guerra contro gli Ottomani del 1463–1479, quando tempo e risorse furono destinate allo sforzo bellico.[27][28] Nel 1485, la necessità di disporre di maggiore spazio per le attività di governo portò alla decisione di comprimere le casse in un'area più piccola del palazzo, dove furono impilate una sull'altra.[29] L'accesso divenne più difficile e la consultazione in loco impraticabile.[30][31] Sebbene i codici fossero talvolta concessi in prestito, soprattutto a membri eruditi del patriziato veneziano e ad accademici, il requisito del deposito cauzionale non era sempre applicato e alcuni testi andarono persi.[32][N 10] Alcuni dei codici furono successivamente ritrovati in biblioteche private o addirittura in vendita nelle botteghe librarie locali.[33] In circostanze eccezionali, fu consentito a copisti di trascrivere i manoscritti per le biblioteche private di influenti committenti: tra gli altri, Lorenzo de' Medici commissionò copie di sette codici greci.[34] Durante questo periodo, la riproduzione dei manoscritti era raramente autorizzata agli stampatori, che necessitavano di copie di lavoro su cui annotare e apportare correzioni per la stampa di edizioni critiche, poiché si riteneva che il valore di un manoscritto diminuisse notevolmente una volta pubblicata la editio princeps (prima edizione a stampa).[N 11] Degno di nota è il fatto che Aldo Manuzio poté fare uso limitato dei codici per la sua tipografia.[35][N 12]

Diversi importanti umanisti, tra cui Marcantonio Sabellico, in qualità di storico ufficiale, e Bartolomeo d'Alviano, sollecitarono nel tempo il governo a fornire una sede più adatta, ma senza successo.[36] La situazione politica e finanziaria durante i lunghi anni delle Guerre d'Italia ostacolò qualsiasi serio progetto in tal senso, nonostante la dichiarazione d'intenti del Senato nel 1515 di costruire una biblioteca.[37][38][39][N 13] L'accesso alla collezione fu tuttavia migliorato dopo la nomina di Andrea Navagero a storico ufficiale e gubernator (curatore) della collezione. Durante il mandato di Navagero (1516–1524), gli studiosi poterono accedere più facilmente ai manoscritti, e i copisti furono autorizzati con maggiore frequenza a riprodurre i codici per prestigiosi committenti, tra cui Papa Leone X, il re Francesco I di Francia e il cardinale Thomas Wolsey, Lord Cancelliere d'Inghilterra.[40] In questo periodo furono pubblicate più edizioni dei manoscritti, in particolare dagli eredi di Manuzio.[41] Con la nomina di Pietro Bembo a gubernator nel 1530 e la fine della Guerra della Lega di Cognac nello stesso anno, si rinnovarono gli sforzi per raccogliere sostegno alla costruzione della biblioteca.[42] Probabilmente su istanza dello stesso Bembo, entusiasta degli studi classici, la collezione fu trasferita nel 1532 al piano superiore della chiesa di San Marco, allora cappella ducale, dove i codici furono estratti dalle casse e collocati sugli scaffali.[43][44] Nello stesso anno, Vettore Grimani sollecitò i suoi colleghi procuratori, affermando che era giunto il momento di attuare finalmente l'intenzione della Repubblica di costruire una biblioteca pubblica in cui custodire i codici di Bessarione.[37][45][N 14]

Antonio Quadri e Dionisio Moretti, Pianta di Piazza San Marco (1831)

La costruzione della biblioteca faceva parte integrante di un vasto programma di rinnovamento architettonico di Venezia iniziato sotto il Doge Andrea Gritti (in carica dal 1523 al 1538). L'iniziativa mirava ad accrescere l'autostima veneziana e a riaffermare il prestigio internazionale della Repubblica dopo la grave sconfitta nella battaglia di Agnadello durante la Guerra della Lega di Cambrai, che aveva sancito l'egemonia degli Asburgo nella penisola italiana.[46] Promosso dalla famiglia Grimani, il progetto prevedeva la trasformazione di Piazza San Marco da centro tipicamente medievale, caratterizzato da venditori di cibo, cambiavalute e perfino latrine, in un foro classico. L'intento era evocare il ricordo dell'antica Repubblica Romana e, a seguito del Sacco di Roma del 1527, presentare Venezia come erede culturale e simbolico di Roma.[47][48][49] Questo avrebbe sostenuto le rivendicazioni veneziane secondo cui, nonostante la relativa perdita di influenza politica, la longevità e la stabilità della Repubblica erano garantite dalla sua struttura costituzionale, interpretata come un governo misto modellato sulle repubbliche classiche.[50][51][52][N 15]

Monumentale per dimensioni, il programma architettonico fu uno dei più ambiziosi progetti di rinnovamento urbano nell'Italia del XVI secolo.[53][54] Oltre alla zecca (iniziata nel 1536) e alla loggetta del campanile di San Marco (iniziata nel 1538),[55] il progetto prevedeva la sostituzione degli edifici fatiscenti risalenti al XIII secolo che fiancheggiavano il lato sud della piazza e l'area davanti al Palazzo Ducale. Per questo, i procuratori di San Marco de supra conferirono, il 14 luglio 1536, l'incarico a Jacopo Sansovino, loro proto (architetto consulente e responsabile delle costruzioni).[56][57][58] Rifugiatosi in laguna a seguito del Sacco di Roma, Sansovino possedeva la conoscenza diretta e la comprensione degli edifici romani antichi necessari per attuare il programma veneziano.[59]

La commissione a Sansovino prevedeva un modello di edificio a tre piani, ma il progetto fu poi radicalmente trasformato. Il 6 marzo 1537 si decise che la costruzione del nuovo edificio, ora di soli due piani, sarebbe stata limitata alla porzione direttamente davanti al Palazzo Ducale e che il piano superiore fosse riservato agli uffici dei procuratori e alla biblioteca.[58][60][N 16] Ciò non solo avrebbe soddisfatto i termini della donazione, ma avrebbe conferito fama alla Repubblica come centro di sapienza, sapere e cultura.[49][61] Significativamente, il decreto precedente del 1515, citando come esempi le biblioteche di Roma e di Atene, dichiarava espressamente che una biblioteca perfetta con bei libri sarebbe stata un ornamento per la città e una luce per tutta l'Italia.[62][N 17]

Sovrintendenza di Sansovino (1537–1560 circa)

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Jost Amman, Processione per il matrimonio del Doge con il mare (dettaglio), che mostra il mercato della carne in primo piano e la biblioteca incompiuta sullo sfondo (1565 circa)

I lavori procedettero lentamente. Il sito scelto per la biblioteca, pur di proprietà statale, era occupato da cinque osterie (Pellegrino, Rizza, Cavaletto, Luna, Leone) e da diversi banchi alimentari, molti con diritti contrattuali di lunga scadenza. Fu quindi necessario trovare una sede alternativa concordata, e almeno tre delle osterie avrebbero dovuto rimanere nell'area di Piazza San Marco.[63] Inoltre, le osterie e i negozi fornivano un flusso costante di entrate da affitti ai procuratori di San Marco de supra, i magistrati responsabili degli edifici pubblici intorno alla piazza. Era, pertanto, necessario limitare il disturbo spostando gradualmente le attività man mano che i lavori procedevano e si rendeva necessario nuovo spazio.[63]

I panifici a tettoia e una parte dell'osteria Pellegrino adiacente al campanile furono demoliti all'inizio del 1537.[63] Ma anziché riutilizzare le fondazioni esistenti, Sansovino costruì la biblioteca staccata per rendere il campanile una struttura indipendente e trasformare Piazza San Marco in un trapezio visivo. Ciò intendeva dare maggiore importanza alla chiesa di San Marco situata sul lato est.[60][64]

I lavori furono sospesi a seguito della guerra ottomano-veneziana del 1537–1540 per mancanza di fondi, ma ripresero nel 1543. L'anno seguente, il 1544, fu demolita la restante parte dell'osteria Pellegrino, seguita dalla Rizza.[63] Il 18 dicembre 1545 crollò la pesante volta in muratura.[65][66][67] Nel successivo processo, Sansovino sostenne che gli operai avevano rimosso prematuramente i sostegni lignei temporanei prima che il cemento si fosse indurito e che una galea nel bacino di San Marco, sparando un colpo di cannone in segno di saluto, avesse fatto vibrare l'edificio. Tuttavia, l'architetto fu condannato a rimborsare di tasca propria il costo dei danni.[68][N 18] Inoltre, il suo stipendio fu sospeso fino al 1547. In conseguenza del crollo, il progetto fu modificato prevedendo una struttura lignea più leggera a sostegno del tetto.[68][69]

Negli anni successivi, i procuratori aumentarono i finanziamenti prendendo a prestito da fondi fiduciari, recuperando affitti non pagati, vendendo proprietà poco redditizie e utilizzando gli interessi da titoli di Stato.[70] I lavori proseguirono rapidamente. L'osteria Cavaletto fu trasferita nel 1550.[68] Seguì la demolizione della Luna. Nel 1552, almeno le sette campate corrispondenti alla sala di lettura erano state completate.[N 19] La targa commemorativa nell'adiacente vestibolo, corrispondente alle tre campate successive, reca la data dell'anno veneziano 1133 (cioè 1554),[N 20] segno che la fine della costruzione era ormai ritenuta imminente. A quel punto erano state realizzate quattordici campate.[71] Tuttavia, per difficoltà a trovare una sede alternativa adatta, solo nel 1556 fu trasferita l'ultima delle osterie, il Leone, consentendo così al cantiere di raggiungere la sedicesima campata in corrispondenza dell'ingresso laterale della zecca.[70] Oltre stava il mercato centrale della carne, una fonte importante di reddito per i procuratori, e quindi la costruzione fu interrotta. I lavori alle decorazioni interne continuarono fino a circa il 1560.[72] Anche se cinque anni dopo si decise di trasferire il mercato della carne e di continuare la costruzione,[73] non furono prese ulteriori iniziative, e nel 1570 Sansovino morì.[56]

Sovrintendenza di Scamozzi (1582–1588)

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Il mercato della carne fu demolito nel 1581. L'anno seguente Vincenzo Scamozzi fu scelto per sovrintendere alla costruzione delle ultime cinque campate, proseguendo il progetto di Sansovino per la facciata.[73] Questo portò l'edificio fino all'argine del Bacino di San Marco e in linea con la facciata principale della zecca. Scamozzi aggiunse le statue di coronamento e gli obelischi.[74][N 21] Poiché non sono sopravvissuti i progetti originali di Sansovino, non si sa se l'architetto intendesse che la libreria raggiungesse la lunghezza finale di ventuno campate.[73][75] Il commento negativo di Scamozzi sull'unione tra la libreria e la zecca ha portato alcuni storici dell'architettura a sostenere che il risultato non possa essere stato progettato intenzionalmente da Sansovino.[N 22] Tuttavia, ricerche d'archivio e valutazioni tecniche ed estetiche non hanno fornito conclusioni definitive.[N 23]

Durante la sovrintendenza di Scamozzi, fu riaperto il dibattito sull'altezza dell'edificio.[74] Quando Sansovino fu incaricato per la prima volta il 14 luglio 1536, il progetto prevedeva espressamente una costruzione a tre piani, simile alle recentemente ricostruite Procuratie Vecchie sul lato nord di Piazza San Marco. Tuttavia, entro il 6 marzo 1537, quando fu deciso di collocare la biblioteca nel nuovo edificio, il progetto originario fu abbandonato a favore di un solo piano sopra il livello del suolo.[N 24] Scamozzi, tuttavia, raccomandò di aggiungere un piano alla biblioteca. Furono chiamati ingegneri per valutare le fondazioni esistenti e determinare se potessero sopportare il peso aggiuntivo.[76] Le conclusioni furono equivoche e si decise infine nel 1588 che la biblioteca sarebbe rimasta con soli due piani.[N 25]

Piano superiore

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photograph of façade
Dettaglio della facciata, piano superiore

Il piano superiore è caratterizzato da una serie di finestre serliane, così chiamate perché l'elemento architettonico fu illustrato e descritto da Sebastiano Serlio nella sua opera Tutte l'opere d'architettura et prospetiva, un trattato in sette volumi rivolto ad architetti e committenti colti del Rinascimento.[77][78] Più tardi rese popolari da Andrea Palladio, queste finestre sono conosciute anche come finestre palladiane.[79] Queste si ispirano agli antichi arco trionfale come l'Arco di Costantino e consistono in un'apertura ad arco centrale affiancata da due aperture più basse con architravi sorretti da colonne.[80] Fin dai suoi anni a Firenze, Sansovino conosceva probabilmente la serliana, avendola osservata nel tabernacolo dell'Arte dei Mercatanti realizzato da Donatello e Michelozzo (1423 circa) sulla facciata della chiesa di Orsanmichele. Probabilmente l'aveva vista anche nella finestra tripartita di Donato Bramante nella Sala Regia del Vaticano durante il suo soggiorno romano e forse era a conoscenza del ninfeo cinquecentesco di Genazzano, attribuito a Bramante, dove la serliana compare in serie.[81][N 26] Alla Marciana, Sansovino adottò la serliana contratta del prototipo di Orsanmichele, con luci laterali strette, ma separate dall'apertura centrale alta da colonne doppie, poste una dietro l'altra.[1] Questa soluzione garantiva maggiore solidità alle murature portanti, necessaria a bilanciare la spinta della volta a botte originariamente prevista per il piano superiore.[81][82]

Sopra la sequenza delle serliane si sovrappone una fila di grandi colonne di ordine ionico. I capitelli, con motivo ad ovoli e dardi nell'echino e palmette e maschere nel collarino, potrebbero essere ispirati direttamente al Tempio di Saturno a Roma e forse alla Villa Medicea di Poggio a Caiano di Giuliano da Sangallo.[83] Per le basi, a dimostrazione della sua erudizione architettonica, Sansovino adottò il tipo ionico come osservato da Antonio da Sangallo il Giovane e Baldassarre Peruzzi tra le rovine antiche di Frascati.[83][N 27]

L'idea di un fregio ornato sopra le colonne, con festoni alternati ad aperture, era già stata utilizzata da Sansovino nel cortile di Palazzo Gaddi a Roma (1519–1527), ma l'inserimento di finestre in un fregio era stato anticipato da Bramante a Palazzo Caprini (Roma, 1501–1510, demolito nel 1938) e ripreso da Peruzzi nella Villa Farnesina.[84] Nella biblioteca, il motivo dei festoni con putti sembra derivare da un frammento di sarcofago del II secolo appartenente alla collezione di antichità del cardinale Domenico Grimani.[85][N 28]

Dettaglio della facciata, piano terra

Il piano terra è modellato sul Teatro di Marcello e sul Colosseo di Roma.[1][86][87] È costituito da una successione di colonne doriche che sorreggono un trabeazione ed è sovrapposto a una serie di archi poggianti su pilastri. La combinazione di colonne sovrapposte a un'arcata era stata proposta da Bramante per il Palazzo di Giustizia (mai realizzato), e fu impiegata da Antonio da Sangallo il Giovane per il cortile di Palazzo Farnese (iniziato nel 1517) a Roma.[88][N 29] Adottando questa soluzione per la Biblioteca Marciana, Sansovino aderiva fedelmente alla raccomandazione di Leon Battista Alberti secondo cui, nelle strutture più grandi, la colonna, ereditata dall'architettura greca, dovrebbe sostenere soltanto una trabeazione, mentre l'arco, ereditato dalla tecnica edilizia romana, dovrebbe poggiare su pilastri quadrati, in modo che l'arcata risultante appaia come il residuo «di un muro aperto e interrotto in più punti».[89][90]

Secondo il figlio dell'architetto, Francesco, il progetto di Sansovino per l'angolo del fregio dorico fu molto discusso e ammirato per la sua fedele adesione ai principi dell'architettura romana antica come esposti da Vitruvio nel De architectura. Tali principi richiedevano che un triglifo fosse centrato sopra l'ultima colonna, seguito poi da mezza metopa, ma lo spazio era insufficiente.[91] In assenza di esempi classici sopravvissuti a cui fare riferimento, Bramante, Antonio da Sangallo il Giovane, Raffaello e altri grandi architetti rinascimentali avevano affrontato il problema adottando varie soluzioni, nessuna delle quali soddisfaceva il dettato vitruviano.[92][N 30] La soluzione di Sansovino fu quella di allungare l'estremità del fregio collocando un pilastro finale su un piedritto più largo, creando così lo spazio necessario per una mezza metopa perfetta.[93][94][N 31] Francesco Sansovino racconta inoltre che suo padre enfatizzò il progetto lanciando una sfida ai principali architetti italiani per risolvere il problema, rivelando poi trionfalmente la propria soluzione.[65][95][96]

Girolamo Campagna (attribuito), statua di Apollo (Orfeo?)

Piuttosto che una parete bidimensionale, la facciata è concepita come un assemblaggio di elementi strutturali tridimensionali, inclusi piedritti, arcate, colonne e trabeazioni sovrapposti per creare un senso di profondità,[1][97] che viene aumentato dagli estesi intagli superficiali. Questi sono opera dei collaboratori di Sansovino, tra cui Danese Cattaneo, Pietro da Salò, Bartolomeo Ammannati e Alessandro Vittoria.[98][99] Figure maschili in alto rilievo sono collocate negli spandrel al piano terra. Con l'eccezione dell'arco in corrispondenza dell'ingresso della biblioteca che presenta Nettuno con il tridente e Eolo con una vela gonfiata dal vento, queste figure rappresentano allegorie di fiumi non specifici, caratterizzate da cornucopie e urne con acqua che scorre. Le chiavi di volta ingrandite delle arcate al piano terra alternano teste di leone e teste di divinità pagane (Cerere?, Phanes, Apollo, Diana, Mercurio, Minerva, Venere, Marte, Giunone?, Giove, Saturno e Pan).[100][101] In basso rilievo, i soffitti delle arcate presentano scene mitologiche, per lo più correlate alla divinità della chiave di volta, o grottesche. Gli spicchi di volta del piano superiore presentano figure femminili allegoriche con ali. Queste sono in medio rilievo, creando così l'illusione che siano più lontane dall'osservatore.[102] Gli assi strutturali verticali, costituiti dalla successione di colonne e piedistalli, diventano progressivamente più leggeri. Tutto ciò serve a enfatizzare la verticalità e a controbilanciare la lunga successione orizzontale di arcate.[1][2]

La balaustra sovrastante è sormontata da statue di divinità pagane e eroi mitici dell'Antichità. Realizzata da Scamozzi tra il 1588 e il 1591 seguendo il progetto di Sansovino, questa soluzione per la linea del tetto potrebbe essere stata influenzata dai disegni di Michelangelo per il Campidoglio a Roma e potrebbe aver successivamente ispirato l'opera dello stesso Scamozzi al Teatro Olimpico di Vicenza.[99][N 32] Tra gli scultori vi furono Agostino e Vigilio Rubini, Camillo Mariani, Tiziano Aspetti e Girolamo Campagna.[99] Col tempo, tuttavia, diverse delle statue originali furono erose o danneggiate e infine sostituite con statue non sempre coerenti con i soggetti originali.[103]

 fotografia del Palazzo Ducale e Biblioteca Marciana
Il Palazzo Ducale (a sinistra) e la Biblioteca Marciana (a destra)

L'effetto complessivo della biblioteca è che l'intera facciata appare ricoperta di figure. Statue e intagli abbondano e le aree di muro liscio sono rare. Oltre all'abbondanza di elementi decorativi classici – obelischi, teste chiave di volta, figure negli spicchi di volta e rilievi – gli ordini dorico e ionico, ciascuno con il rispettivo fregio, cornice e base, seguono i prototipi romani antichi, conferendo all'edificio un senso di autenticità.[104] Le proporzioni, tuttavia, non rispettano sempre i canoni vitruviani.[105] Scamozzi, classicista rigido, criticava gli archi al piano terra, ritenuti sproporzionati e tozzi, e l'eccessiva altezza della trabeazione ionica rispetto alle colonne.[N 33] Ciononostante, i riferimenti classici erano sufficienti a soddisfare il desiderio dei veneziani di emulare le grandi civiltà dell'Antichità e di presentare la propria città come successore della Repubblica Romana.[105] Allo stesso tempo, il progetto rispetta molte tradizioni edilizie locali e si armonizza con il gotico del Palazzo Ducale attraverso l'uso comune della pietra d'Istria, le arcate su due piani, le balaustre e le linee elaborate del tetto.[1][106][107][108]

In origine la biblioteca occupava il piano superiore, mentre il piano terra veniva concesso in affitto prima a botteghe e, in seguito, a caffè, costituendo una fonte di reddito per i procuratori. Le sale interne sono decorate con dipinti a olio dei maestri del periodo manierista veneziano, tra cui Tiziano, Tintoretto, Paolo Veronese e Andrea Schiavone. Alcuni di questi dipinti mostrano scene mitologiche derivate dagli scritti degli autori classici: Le metamorfosi e i Fasti di Ovidio, l'Asino d'oro di Apuleio, i Dionysiaca di Nonno di Panopoli, il Matrimonio di Filologia e Mercurio di Martianus Capella, e la Suda. Spesso queste storie pagane sono impiegate in senso metaforico sulla base degli scritti cristiani antichi patristici come Arnobio e Eusebio di Cesarea. Altri dipinti presentano figure allegoriche e includono geroglifici rinascimentali, comprendenti simboli di piante, animali e oggetti con significati specifici ma enigmatici. Essi riflettono il particolare interesse per l'esoterismo degli scritti ermetici e degli Oracoli caldaici che entusiasmò molti umanisti dopo la pubblicazione nel 1505 degli Ἱερογλυφικά (Hieroglyphica) di Orapollo, libro scoperto nel 1419 da Cristoforo Buondelmonti e ritenuto la chiave per decifrare i geroglifici egizi antichi.[109]

Le fonti iconografiche variano e includono il dizionario di simboli di Pierio Valeriano, Hieroglyphica (1556); libri popolari di emblemi come l'Emblematum Liber (1531) di Andrea Alciati e il Symbolicarum quaestionum de universo genere (1555) di Achille Bocchi; il gioco di divinazione (1540) di Francesco Marcolini da Forlì; così come il manuale mitografico per pittori di Vincenzo Cartari, Imagini colla sposizione degli dei degli antichi (1556).[110] I "Tarocchi del Mantegna" furono usati come fonti iconografiche per le raffigurazioni delle arti liberali e delle muse nella scala.[111][112]

Sebbene diverse immagini abbiano una funzione pedagogica specifica volta a formare governanti temperanti e valorosi e a inculcare qualità di dedizione al dovere e di eccellenza morale nei giovani nobili che studiavano in biblioteca,[113] il programma decorativo complessivo riflette l'interesse dell'aristocrazia veneziana per la filosofia come ricerca intellettuale e, in senso più ampio, il crescente interesse per la filosofia platonica come una delle correnti centrali del pensiero rinascimentale. È concettualmente organizzato sulla base della ascesa neoplatonica dell'anima e afferma che la ricerca della conoscenza è diretta al raggiungimento della sapienza divina.[99] La scala rappresenta in gran parte la vita dell'anima incarnata nelle prime fasi dell'ascesa: la pratica delle virtù cardinali, lo studio e la contemplazione del mondo sensibile nella sua molteplicità e armonia, la trascendenza delle mere opinioni (doxa) attraverso la dialettica, e la catarsi. La sala di lettura corrisponde al successivo viaggio dell'anima nel regno intellettuale e mostra il culmine dell'ascesa con il risveglio dell'anima superiore e intellettiva, l'unione estatica e l'illuminazione divina.[114] Il programma culmina con la rappresentazione dello Stato platonico ideale fondato su una comprensione trascendente di una realtà superiore. Per associazione, si implica che la Repubblica di Venezia sia il paradigma stesso di sapienza, ordine e armonia.[115]

Scala con la Cupola della Poetica e il secondo tratto (stucchi di Alessandro Vittoria)

La scala consiste in quattro cupole (la Cupola dell'Etica, la Cupola della Retorica, la Cupola della Dialettica, e la Cupola della Poetica) e due rampe, le volte delle quali sono decorate ciascuna con ventuno immagini di alternati stucco quadrilineari di Alessandro Vittoria e affresco ottagonali di Battista Franco (prima rampa) e Battista del Moro (seconda rampa).[116][117][118] All'ingresso e ai pianerottoli, Sansovino ripeté l'elemento serliano della facciata, utilizzando colonne antiche ricavate dalla cappella di Santa Maria Formosa del VI secolo a Pola sulla penisola istriana.[119][120]

Il vestibolo fu concepito come aula per la scuola pubblica di San Marco. Fondata nel 1446 per formare funzionari civili per la Cancelleria Ducale, la scuola si concentrava inizialmente su grammatica e retorica. Con l'aggiunta, nel 1460, di una seconda cattedra per poesia, oratoria e storia, si trasformò in una scuola umanistica, principalmente per i figli di nobili e cittadini. Tra gli umanisti italiani che vi insegnarono vi furono Giorgio di Trebisonda, Giorgio Valla, Marcantonio Sabellico, Raffaele Regio, Battista Egnazio e Marco Musuro.[121][122] Il vestibolo ospitò inoltre le riunioni dell'Accademia Veneziana dal 1560 fino allo scioglimento per bancarotta nell'anno successivo.[123]

 dipinto di figura femminile allegorica seduta su una nuvola
Tiziano, "Sapienza" (1560 circa)

La stanza era originariamente arredata con panche di legno, interrotte da un leggio collocato sotto la finestra centrale della parete occidentale.[124] A partire dal 1591 fu trasformata in Sala delle Statue pubblica da Vincenzo Scamozzi per esporre la collezione di sculture antiche donata da Giovanni Grimani alla Repubblica di Venezia nel 1587.[125] Dell'originaria decorazione rimane solo il soffitto con la decorazione illusionistica tridimensionale di Cristoforo Rosa e Stefano De Rosa di Brescia (1559).[126] Il dipinto ottagonale centrale di Tiziano è stato più spesso identificato come una personificazione della Sapienza o della Storia.[127][128][129][130] Altre ipotesi includono la Poesia, la Filosofia, la Retorica e l'Amore per le Lettere.[131]

Sala di lettura

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Tintoretto, Diogene

La sala di lettura adiacente al vestibolo originariamente ospitava 38 scrivanie, disposte in due file al centro della sala, a cui erano incatenati i preziosi codici, ordinati per soggetto.[N 34] Tra le finestre erano posti ritratti immaginari di grandi uomini dell'Antichità, i filosofi, ciascuno originariamente accompagnato da un'iscrizione identificativa.[132] Ritratti simili si trovavano anche nel vestibolo. Col tempo, tuttavia, questi dipinti furono spostati in altri diversi punti all'interno della biblioteca e infine, nel 1763, al Palazzo Ducale per creare spazio sui muri a favore di nuove scaffalature.[133] Di conseguenza, alcuni andarono perduti insieme a tutte le iscrizioni identificative. I dieci superstiti furono restituiti alla biblioteca all'inizio del XIX secolo e integrati con altri dipinti nel 1929.[120] Tra i filosofi, solo il Diogene di Tintoretto è stato identificato con certezza.[134][N 35]

Il soffitto della sala di lettura è decorato con 21 tondi, dipinti a olio circolari, di Giovanni Demio, Giuseppe Salviati, Battista Franco, Giulio Licinio, Bernardo Strozzi, Giambattista Zelotti, Alessandro Varotari, Paolo Veronese e Andrea Schiavone. Essi sono inseriti in una cornice lignea dorata e dipinta insieme a 52 grottesche di Battista Franco.[135] I tondi di Bernardo Strozzi e Alessandro Varotari sono sostituzioni del 1635 di tondi anteriori, rispettivamente di Giulio Licinio e Giambattista Zelotti, irreparabilmente danneggiati da infiltrazioni d'acqua.[136] I tondi originali furono commissionati nel 1556.[N 36]

Battista Franco, Atteone e Diana e grottesche

Sebbene i sette artisti originari fossero formalmente scelti da Sansovino e Tiziano,[118] la loro selezione per una commissione ufficiale e così prestigiosa come quella della biblioteca fu indice dell'ascesa dei Grimani e di altre famiglie aristocratiche veneziane che a quel tempo mantenevano stretti legami con la corte papale e le cui preferenze artistiche tendevano quindi al Manierismo che si stava sviluppando in Toscana, Emilia e Roma.[137][138] Gli artisti erano per lo più giovani, innovativi e si erano principalmente formati fuori Venezia e sostanzialmente estranei alla tradizione veneziana, influenzati dalle tendenze di Firenze, Roma, Mantova e Parma, in particolare dal lavoro di Michelangelo, Giulio Romano e Parmigianino. In misura variabile, i tondi che produssero per il soffitto della sala di lettura sono caratterizzati dall'enfasi sul disegno lineare, dalla maggiore rigidità scultorea e dalle pose artificiali delle figure, oltre che da composizioni complessivamente drammatiche. Una parziale influenza della tradizione pittorica veneziana è riscontrabile nella coloritura che nella pennellata.[139][140]

Per i singoli tondi sono stati proposti nel tempo vari e contrastanti titoli.[N 37] I più antichi che Giorgio Vasari suggerì per i tre del Veronese presentano evidenti errori, e anche i titoli e le descrizioni visive date da Francesco Sansovino, figlio dell'architetto, per tutti i 21 sono spesso imprecisi o palesemente inesatti.[141][142]

Storia successiva

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Amministrazione veneziana

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L'ex libris della Biblioteca Marciana con il motto "custos vel ultor" (custode o vendicatore), inciso nel 1722 e applicato alla collezione durante il mandato del bibliotecario Girolamo Venier (1709–1735)[143]

Sebbene i procuratori mantenessero la responsabilità dell'edificio della biblioteca, nel 1544 il Consiglio dei Dieci affidò la custodia della collezione ai riformatori dello Studio di Padova, il comitato per l'istruzione del Senato.[144] Istituiti nel 1517, i riformatori all'inizio gli era stato assegnato il compito di riaprire l'Università di Padova dopo la sua chiusura durante gli anni della Guerra della Lega di Cambrai.[N 38] Ciò comportava la riparazione dei danni agli edifici, l'assunzione di nuovi docenti e l'organizzazione dei corsi. Col tempo, il loro ruolo si estese a praticamente tutti gli aspetti dell'istruzione pubblica. Sotto i riformatori, la collezione fu catalogata per la prima volta nel 1545 e furono avviati i preparativi per trasferire manoscritti e libri dal piano superiore della basilica al nuovo edificio; non esistono documenti che indichino la data esatta del trasferimento, ma questo dovette avvenire tra il 1559 e il 1565, probabilmente prima del luglio 1560.[145] Per il prestito dei preziosi codici, il Consiglio dei Dieci stabilì condizioni più rigide che includevano il deposito in oro o argento di 25 ducati.[146] La somma, già notevole, fu aumentata a 50 ducati nel 1558.[147]

A partire dal 1558, i riformatori nominarono un bibliotecario, un patrizio scelto a vita.[148] Ma nel 1626, il Senato tornò ad assumere direttamente la responsabilità della nomina, il cui mandato fu limitato a tre anni dal Maggior Consiglio nel 1775.[149] Con poche eccezioni, i bibliotecari vennero sempre scelti tra i procuratori di San Marco.[149]

La riforma del 1626 istituì le cariche di custode e servente, entrambe subordinate al bibliotecario, con l'obbligo per il custode di conoscere il latino e il greco. Il servente era responsabile dell'ordine generale della biblioteca e veniva scelto dai procuratori, dai riformatori e dal bibliotecario.[149] Non erano date indicazioni sulla nomina del custode, carica a vita, fino al 1633, quando fu stabilito che l'elezione spettava ai riformatori in accordo con il bibliotecario.[150] Al custode spettava l'apertura e la chiusura della biblioteca: furono fissati i giorni di apertura (lunedì, mercoledì e venerdì mattina), mentre prima l'accesso avveniva solo su appuntamento.[149] Il custode assisteva i lettori, tra cui diversi studiosi internazionali attratti dall'importanza dei manoscritti. Tra questi si ricordano Willem Canter, Henry Savile, Jacques Gaffarel e Thomas van Erpe.[151]

Il custode aveva anche il compito di mostrare la biblioteca agli stranieri, che la visitavano soprattutto per ammirare l'edificio e i manoscritti, commentando nei loro diari di viaggio la magnificenza del luogo, delle statue antiche, dei dipinti e dei codici stessi.[152] Tra questi si ricordano il viaggiatore inglese Thomas Coryat, l'archeologo francese Jacob Spon, l'architetto francese Robert de Cotte e lo storico dell'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann.[153][N 39]

«La bellezza di questa libreria è tale, sia per la notevole magnificenza dell'edificio, sia per l'ammirevole varietà di libri di tutte le scienze e lingue, che io credo che nessuna delle famose biblioteche dell'antichità, celebrate dai degni storici — né quella dei regali Tolomei di Alessandria, bruciata da Giulio Cesare, né quella del re Eumene a Pergamo in Grecia, né quella Palatina di Augusto a Roma, né la Ulpiana di Traiano, né quella di Sereno Sammonico, che lasciò all'imperatore Gordiano il giovane, né alcun'altra al mondo prima dell'invenzione della stampa — potevano eguagliare questa Palatina. Le attribuisco un tale valore che la considero superiore a tutte le nobili biblioteche viste nei miei viaggi.»

Nel 1680 il Senato accolse la proposta del bibliotecario, il futuro doge Silvestro Valier (bibliotecario dal 1679 al 1694 e doge dal 1694 al 1700), di proteggere meglio i codici rimuovendoli dalle catene e riponendoli in armadi. Al posto degli antichi banchi furono collocati quattro grandi tavoli per la consultazione. Inoltre si decise di limitare i prestiti e nel contempo aprire le sale quotidianamente.[154]

Gli sviluppi della biblioteconomia nel XVIII secolo portarono a maggiori sforzi nell'organizzare e proteggere i manoscritti. Sotto l'influenza di importanti biblioteche reali, in particolare quelle di Parigi e Vienna, le legature di tutti i manoscritti furono standardizzate e vi fu apposto un ex libris identificativo, per sottolineare l'unità e il prestigio della collezione e la sua appartenenza alla Repubblica.[155] Cataloghi moderni furono compilati dal dotto custode Antonio Maria Zanetti. Questi cataloghi, stampati nel 1740 e 1741, seguivano in gran parte le linee guida bibliografiche di Bernard de Montfaucon per la biblioteca di Henri-Charles du Cambout de Coislin, vescovo di Metz, e indicavano la collocazione di ogni manoscritto insieme all'età e all'origine, una descrizione fisica e l'elenco dei testi contenuti.[156]

Amministrazioni francese e austriaca

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Dopo la caduta della Repubblica di Venezia in mano ai francesi nel 1797, l'incarico di bibliotecario, come tutti gli uffici pubblici, cessò di esistere. Il custode Jacopo Morelli divenne di fatto il bibliotecario.[157] Il nome della biblioteca fu brevemente cambiato in "Biblioteca nazionale" durante l'occupazione francese (maggio 1797 – gennaio 1798), ma ritornò a essere "Libreria pubblica di san Marco" durante il primo periodo di dominio austriaco (1798–1805).[158] Durante il secondo periodo di dominazione francese (1805–1814), fu designata come "Regia Biblioteca di Venezia".[159]

Nel 1811 l'intera collezione fu trasferita nell'ex Sala del Maggior Consiglio nel Palazzo Ducale quando la biblioteca, come edificio, fu trasformata, insieme alle adiacenti Procuratie Nuove, in residenza ufficiale del viceré del Regno d'Italia napoleonico.[160] Indicata come "Libreria vecchia", l'edificio continuò a essere utilizzato a tale scopo anche durante il secondo periodo di dominazione austriaca (1814–1866), mentre la collezione, ancora all'interno del Palazzo Ducale, divenne la "Biblioteca Reale di S. Marco di Venezia".[161]

Amministrazione italiana

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Nel 1876, dopo la Terza guerra d'indipendenza italiana e l'annessione di Venezia al Regno d'Italia, la Marciana fu designata come biblioteca nazionale, un titolo che riconosce l'importanza storica della biblioteca ma che non comporta una particolare condizione legale all'interno del sistema bibliotecario italiano.[162][N 40] Diverse altre biblioteche condividono questo titolo, ma solo due, le biblioteche di Roma e di Firenze, costituiscono la biblioteca nazionale centrale con l'obbligo del deposito legale per tutte le pubblicazioni stampate in Italia. La Marciana riceve copie dei libri stampati dagli editori locali.[162][N 41]

La collezione fu trasferita dal Palazzo Ducale alla Zecca di Venezia, l'antica sede della zecca, nel 1904.[163] Essa è proprietà nazionale italiana e la biblioteca è una biblioteca statale che dipende dalla Direzione Generale Biblioteche e Diritto d'Autore del Ministero della cultura.[N 42] La Direzione Generale fornisce supporto finanziario e assistenza amministrativa. L'Istituto Centrale per la Patologia degli Archivi e del Libro offre specifiche indicazioni riguardo alla conservazione e al restauro della pergamena e della carta. La Marciana partecipa inoltre al Servizio bibliotecario nazionale che mira a standardizzare la catalogazione tra biblioteche pubbliche, private e universitarie tramite l'Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche. Ciò comporta la creazione di un'unica banca dati per le collezioni detenute dalle varie istituzioni.[162]

Con l'Unità d'Italia, la Libreria vecchia passò alla Corona italiana, che ne cedette la proprietà allo Stato nel 1919.[164] La Marciana rientrò in possesso delle sale storiche della biblioteca nel 1924.[164] Queste furono oggetto di un ampio restauro e riaperte al pubblico nel 1929 come museo.[164]

Il governo veneziano considerava il possesso dei preziosi codici una fonte di orgoglio civico e prestigio per la Repubblica. Poco fu fatto inizialmente per facilitare l'accesso del pubblico alla biblioteca o per migliorare i servizi ai lettori.[62] Gli inventari venivano redatti solo sporadicamente e non fu mai stabilita una politica di acquisizione per l'incremento continuativo della collezione.[165] Soltanto due nuovi manoscritti, entrambi frutto di donazioni, entrarono in biblioteca prima dell'inventario del 1575.[166] Sebbene nel 1603 fu tentato di accrescere il patrimonio librario imponendo per legge che una copia di ogni libro stampato nei territori della Repubblica di Venezia fosse depositata nella Marciana, la norma ebbe scarso effetto iniziale a causa della mancanza di una effettiva applicazione.[167][N 43][N 44] Ugualmente disatteso fu il decreto del Senato del 1650, che imponeva ai procuratori di destinare annualmente fondi per l'acquisto di nuovi libri.[168][169] Tuttavia, una serie di lasciti iniziata nel 1589 contribuì notevolmente all'ampliamento del fondo nel corso del tempo. L'obbligo per gli stampatori di depositare copie dei nuovi libri fu inoltre applicato con maggiore rigore a partire dal primo Settecento.[170] A partire dal 1724, inoltre, il Senato stanziò fondi annuali per l'acquisto di libri stranieri di recente pubblicazione, allo scopo di mantenere aggiornata la collezione.[143] Parallelamente, la biblioteca iniziò a vendere volumi di scarso interesse o valore limitato — in gran parte quelli depositati per obbligo — per reinvestire i proventi nell'acquisto di opere di rilevanza culturale, salvaguardando così la qualità complessiva del patrimonio.[171]

La biblioteca di Bessarione

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Stemma cardinalizio di Bessarione

La biblioteca privata del cardinale Bessarione costituisce il nucleo storico della Marciana. Oltre a testi liturgici e teologici, la raccolta inizialmente rifletteva i suoi particolari interessi per la storia greca antica, la filosofia platonica e le scienze, in particolare l'astronomia. Parte di questi testi furono portati dal cardinale stesso al suo arrivo in Italia nel 1438 per il concilio di Basilea, Ferrara e Firenze; altri furono spediti successivamente, in data ignota, da Modone, città veneziana nei pressi di Mistra dove Bessarione aveva studiato con Giorgio Gemisto Pletone. Tra i primi codici si trovavano opere di Ciro di Alessandria, Euclide, Claudio Tolomeo e Strabone, alcuni dei quali a quel tempo in Europa occidentale erano rari, se non sconosciuti.[172] Creato cardinale nel 1440, Bessarione poté disporre di maggiori risorse e acquisì codici prestigiosi, tra cui preziosi manoscritti del X secolo delle opere di Alessandro di Afrodisia e dell'Almagesto di Tolomeo, già appartenuti alla biblioteca di Papa Bonifacio VIII.[173][174]

"Venetus A", BNM ms Gr. Z. 454 (=822), fol. 24r. Il manoscritto, che contiene il testo completo più antico dell'Iliade di Omero, fu acquistato dal cardinale Bessarione, forse da Giovanni Aurispa.[175]

Intorno al 1450, Bessarione cominciò ad apporre lo stemma cardinalizio sui suoi libri e a segnare le collocazioni, segno che la collezione non era più destinata solo all'uso personale, ma intendeva costituire una biblioteca duratura dedicata ad altri.[176][177] Nel 1454, a seguito della caduta di Costantinopoli e delle devastazioni successive, incaricò Michele Apostolio e Teofane, vescovo greco di Atene, di ricercare e acquistare opere specifiche in tutta la Grecia, soprattutto ad Adrianopoli, Atene, Tessalonica, Enez, Gallipoli e Costantinopoli, con l'intento di preservare la letteratura classica greca e la letteratura bizantina. Istituì anche uno scriptorium a Creta, diretto da Apostolio, dove scribi assunti trascrivevano i testi introvabili sul mercato.[178] Uno scriptorium simile esisteva nella sua residenza romana, dove si trascrivevano testi presi in prestito dal monastero di Santa Croce di Fonte Avellana, oggi nelle Marche, e da vari monasteri basiliani dell'Italia meridionale, di cui Bessarione era protettore e visitatore apostolico dal 1446.[179] Grazie a ciò, furono salvate opere come i Posthomerica di Quinto Smirneo e l'Abduction of Helen di Colluto, che altrimenti sarebbero andate perdute durante l'invasione ottomana di Otranto e la distruzione della biblioteca monastica del Monastero di San Nicola di Casole, in Puglia, nel 1480.[180] Copie delle opere complete di Agostino furono commissionate al libraio Vespasiano da Bisticci.[181]

Bessarione acquistò diverse opere da Giovanni Aurispa e successivamente dal nipote ed erede Nardo Palmieri. Tra queste figurano l'Antologia di Planude, contenente 2400 poesie greche, l'unica copia autografa del commento all'Odissea di Eustazio di Tessalonica, le orazioni di Demostene, la Storia romana di Cassio Dione, la Bibliotheca di Fozio di Costantinopoli e l'unica copia sopravvissuta dei Deipnosofisti di Ateneo di Naucrati. I codici "Venetus A" e "Venetus B", i più antichi testi dell'Iliade di Omero corredati di scolii, furono probabilmente acquistati anch'essi da Aurispa.[182][183]

Contemporaneamente, Bessarione costruì una raccolta parallela di codici latini con una prevalenza di testi di patrologia, filosofia (soprattutto tradizioni platoniche e aristoteliche medievali), storia, matematica e letteratura. Alcuni furono acquistati durante la sua permanenza a Bologna (1450–1455), altri copiati da originali presenti presso San Giovanni Evangelista (Ravenna), tra cui opere di Quintiliano, Lattanzio, Agostino e Girolamo. Particolare interesse Bessarione mostrava per gli storiografi latini, tra cui Tito Livio e Tacito. Vi erano anche traduzioni latine di opere greche, commissionate da lui stesso. Altri codici latini furono acquistati durante la sua legazione in Germania (1460–1461), in particolare opere esegetiche e teologiche di Niccolò di Lira e Guglielmo d'Alvernia.[184][185]

Verso la fine della sua vita, con l'aumentare della disponibilità dei libri a stampa, Bessarione iniziò ad arricchire la sua biblioteca con incunaboli, provenienti in gran parte dalla tipografia di Arnoldo Pannartz e Konrad Sweynheim a Roma. Tra questi figuravano opere di Cicerone, Plutarco, Plinio il Vecchio, Quintiliano e Tommaso d'Aquino, nonché la traduzione latina della sua stessa opera in difesa di Platone, Adversus calumniatorem Platonis (1469).[186]

La Biblioteca Marciana conserva oggi 548 codici greci, 337 codici latini e 27 incunaboli appartenuti al cardinale Bessarione.[187] Tra questi figurano codici con opere di autori del platonismo medio e del neoplatonismo, molti dei quali rappresentano la fonte più importante, se non l'unica, della loro produzione.[188][189]

Allegoria della Musica in De nuptiis Philologiae et Mercurii di Marziano Capella, BNM ms Lat. XIV, 35 (=4054), c. 149v. Il manoscritto fu redatto a Firenze e successivamente acquistato per la biblioteca domenicana dei Santi Giovanni e Paolo di Venezia.[190] Nel 1789, fu requisito per ordine del Consiglio dei Dieci e trasferito alla Marciana.[191]

Tra le principali aggiunte si annoverano:

  • 1589 – Melchiorre Guilandino da Marienburg: il lascito del medico e botanico prussiano, direttore dell'Orto botanico di Padova e professore di botanica e farmacognosia presso l'Università di Padova, comprendeva 2200 volumi a stampa su filosofia, medicina, matematica, botanica, teologia, letteratura, poesia e storia.[192]
  • 1595 – Jacopo Contarini da S. Samuele: il lascito del patrizio veneziano, effettivo solo dopo l'estinzione della linea maschile dei Contarini nel 1713, comprendeva 175 manoscritti greci e latini e 1500 libri a stampa, con opere di storia veneziana, diritto, poesia, materie navali e militari, astronomia, fisica, ottica, architettura e filosofia.[193][194]
  • 1619 – Girolamo Fabrici d'Acquapendente: il lascito del chirurgo e professore di anatomia dell'Università di Padova comprendeva 13 volumi con illustrazioni anatomiche acquarellate a mano.[195]
  • 1624 – Giacomo Gallicio: la donazione comprendeva 21 codici greci, contenenti oltre 90 opere, principalmente di esegesi, filologia e filosofia.[195]
  • 1734 – Giambattista Recanati: il lascito del nobile poeta e letterato veneziano, membro dell'Accademia fiorentina e della Royal Society di Londra, includeva 216 manoscritti in greco, latino, italiano, francese, franco-veneziano e illirico, tra cui vari codici miniati medievali appartenuti alla famiglia Gonzaga.[196]
  • 1792 – Tommaso Giuseppe Farsetti: il lascito del patrizio veneziano comprendeva 386 manoscritti in latino e italiano e oltre 1600 libri a stampa, in prevalenza letterari.[197]
  • 1794 – Amedeo Schweyer, detto "Svajer": l'acquisto della collezione dell'antiquario di origine tedesca comprendeva oltre 340 manoscritti, tra cui genealogie e documenti veneziani e stranieri, incluso il testamento di Marco Polo.[198]
  • 1797 – Jacopo Nani: il lascito del collezionista veneziano includeva 716 manoscritti in greco, latino, italiano, francese, arabo, egiziano, persiano, siriaco e turco, riguardanti storia, viaggi, letteratura, politica, scienza, arte militare, architettura, filosofia e religione.[199]
  • 1814 – Girolamo Ascanio Molin: il lascito del nobile veneziano, collezionista e autore, comprendeva 2209 volumi a stampa di pregio e incunaboli, 3835 stampe, 408 disegni e 136 mappe.[200]
  • 1843 – Girolamo Contarini: il lascito del patrizio veneziano comprendeva circa 4000 libri a stampa e 956 manoscritti, tra cui 170 codici musicali.[201]
  • 1852 – Giovanni Rossi: il lascito comprendeva 470 manoscritti, principalmente di storia veneziana, e una raccolta di opere musicali veneziane.[202]

Nel 1789, 303 manoscritti preziosi e 88 libri a stampa rari furono trasferiti alla Marciana dalle biblioteche religiose dei Santi Giovanni e Paolo, di Sant'Andrea della Certosa e di S. Pietro Martire di Murano per ordine del Consiglio dei Dieci, dopo che un'indagine su un furto rivelò condizioni di sicurezza inadeguate.[203] Tra il 1792 e il 1795, il Consiglio dei Dieci trasferì inoltre alla Marciana opere tratte dai propri Archivi Segreti, ritenute non più politicamente sensibili. Tra queste figurano scritti scientifici di Tycho Brahe e Cesare Cremonini, originariamente sottoposti all'Inquisizione veneziana per sospette eterodossie religiose, nonché documenti politici di interesse storico.[204]

Dopo la caduta della Repubblica di Venezia per mano di Napoleone nel 1797, 470 manoscritti preziosi, selezionati da biblioteche pubbliche, religiose e private veneziane, furono consegnati ai francesi come bottino di guerra. Di questi, 203 provenivano dalla Marciana, insieme a due spartiti musicali.[205] Analogamente, durante il primo periodo di occupazione austriaca (1798–1805), furono rimossi sei rari incunaboli e dieci manoscritti importanti.[206][N 45] Tuttavia, durante il secondo periodo di occupazione francese (1805–1815), la Marciana acquisì 4.407 volumi, di cui 630 manoscritti, a seguito della soppressione di numerosi conventi e monasteri e della dispersione delle loro biblioteche.[207] Nel 1811 il mappamondo di Fra Mauro fu trasferito dal monastero camaldolese soppresso di San Michele in Isola.[208]

Al 2019, la collezione comprende 13117 manoscritti; 2887 incunaboli; 24060 cinquecentine; e circa 1000000 di volumi post-cinquecenteschi.[209] Complessivamente, la Marciana resta specializzata nei classici, nelle scienze umane e nella storia veneziana.[210]

Bibliotecari di San Marco

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Nominati dai Procuratori di San Marco[211][212]

Dal 1744 la nomina spettò ai Riformatori dello Studio di Padova

  • Andrea de' Franceschi (1547-1551)
  • John Dempster, scozzese (1551-1558)
  • Bernardino Loredan (1558-1575), primo "Bibliotecario nella Libreria di S. Marco" dopo la costruzione
  • Alvise Gradenigo (1575-1582)
  • Alvise Pesaro (158?-1586)
  • Benedetto Zorzi (1588-1601)
  • Nicolò Morosini (1601-1602)
  • Giovanni Querini (1611-1623)
  • Girolamo Soranzo (1623-1636)
  • Giovanni Nani (1636-1648)
  • Alvise Contarini (1650-1651)
  • Battista Nani (1659-1678)
  • Silvestro Valier (1679-1694), fino all'elezione a doge
  • Francesco Corner (1694-1709)

Nel 1726 la nomina venne avocata al Senato e destinata ad un anziano e influente patrizio

  • Girolamo Venier (1709-1735)
  • Lorenzo Tiepolo (1736-1742)
  • Marco Foscarini (1742-1762), fino all'elezione a doge
  • Alvise IV Mocenigo (1762-1763), fino all'elezione a doge
  • Girolamo Grimani (1764-1775)

Dal 1775 la carica diventò triennale

  • Girolamo Ascanio Giustinian (1775-1778)
  • Girolamo Grimani (1778-1780)
  • Girolamo Ascanio Giustinian (1781-1782)
  • Alvise II Piero Contarini (1784-1786)
  • Francesco Pesaro (1786-1789)
  • Girolamo Ascanio Giustinian (1789-1791)
  • Zaccaria Vallaresso (1791-1794)
  • Francesco Pesaro (1794-1797)

Custodi dal 1626 al 1797

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Con l'avocazione del 1626 venne anche stabilito che il nobile dovesse essere affiancato da un custode che si occupasse di tutte le questioni materiali e scientifiche[211][212]

  • Giovanni Sozomeno (1626-1633)
  • Santo Damiani (1633-1658)
  • Giovanni Matteo Bustronio (1659-1664)
  • Philarás Leonardo (1664-1669)
  • Alvise-Ambrogio Gradenigo (1669-1680)
  • Gualtiero Leith (1681-1702)
  • Marcantonio Maderò (1702-1737)
  • Anton Maria Zanetti (1737-1778)
  • Jacopo Morelli (1778-1797) dopo la caduta della repubblica divenne direttore

Direttori dal 1797

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Fonte[212]

Carta geografica del mondo di Fra Mauro del 1459

La Biblioteca Nazionale Marciana è specializzata in filologia classica e storia di Venezia. Il suo patrimonio librario si compone di:[213]

Gli esemplari più importanti dal fondo della Marciana sono i due codici dell'Iliade più illustri, l'Homerus Venetus A (X secolo) e l'Homerus Venetus B (XI secolo).

Degni di menzione anche la Chronologia magna di Fra Paolino, un manoscritto della Naturalis historia di Plinio, copiato per Giovanni Pico della Mirandola nel 1481, un esemplare del primo libro stampato a Venezia, le Epistulae ad familiares di Cicerone del 1481 e quattro consilia manoscritti da Bartolomeo Capodivacca nel XIV secolo. Vi sono anche le Gesta Berengarii Imperatoris. Molto importante è anche il "Breviario Grimani" importante codice Miniato fiammingo donato dal cardinale Grimani nel primo Cinquecento.

La biblioteca custodisce inoltre cinquantasei volumi di diari di Marin Sanudo, una delle fonti più importanti della storia veneziana tra il 1496 e il 1533. Un particolare tesoro della libreria è una raccolta completa delle Aldine.

Nella collezione c'è anche il Catena in Job, codice manoscritto bizantino che contiene una copia dell'inizio del X secolo del Libro di Giobbe, accompagnato da un commento e preziosamente ornato da miniature.

La biblioteca dispone anche di una notevole collezione di carte geografiche ed atlanti, sia storici che attuali. Spiccano la mappa mundi di Fra Mauro (1459) e la pianta della città di Venezia di Jacopo de' Barbari (1500). Dal 1996 il patrimonio della Biblioteca è stato oggetto di una serie di interventi di recupero bibliografico, di riproduzione, digitalizzazione e catalogazione. Alcuni di questi interventi sono stati realizzati anche grazie ai fondi del Gioco del Lotto, in base a quanto regolato dalla legge 662/96.[214]

Esplicative
  1. La biblioteca privata di Bessarione fu tra le più importanti del Quattrocento. Nel 1455 la collezione di Papa Niccolò V, la più grande, contava 1209 codici. Biblioteche private significative appartenevano a Niccolò Niccoli (808 volumi) e Coluccio Salutati (circa 800 volumi). Tra le maggiori biblioteche di corte si contavano quelle dei Visconti (998 volumi nel 1426), di Federico da Montefeltro (772 volumi), degli Estensi (512 volumi nel 1495) e dei Gonzaga (circa 300 codici nel 1407). Per quanto riguarda i codici greci, la biblioteca di Bessarione era senza pari nell'Europa occidentale. La collezione vaticana, seconda per dimensione, includeva 414 codici greci nel 1455. Vedi Zorzi, 1988, p. 20.
  2. La lettera formale è conservata presso la Biblioteca Nazionale Marciana, ms Lat. XIV, 14 (=4235) ed è online su Internet Culturale. I documenti relativi alla donazione sono trascritti in Labowsky, 1979, pp. 147–156.
  3. L'atto giuridico di donazione precede l'annuncio formale ed è datato 14 maggio 1468. Vedi Labowsky, 1979, pp. 27, 153–156 e Zorzi, 1987, p. 82.
  4. Per una trattazione dettagliata della legazione di Bessarione in Germania e dei tentativi di organizzare una crociata, vedi Kenneth M. Setton, The Papacy and the Levant (1204–1571), vol. II, The Fifteenth Century (Philadelphia: The American Philosophical Society, 1978), pp. 213–218, ISBN 0871691272.
  5. La deliberazione del Maggior Consiglio si conserva presso l'Archivio di Stato di Venezia, in Grazie Maggior Consiglio, fol. 75v (in Avogaria di Comun, b. 168, fasc. 6).
  6. I termini dell'originario atto di donazione al monastero di San Giorgio (non rintracciato) sono registrati nella bolla pontificia che autorizzava la revoca, emessa da papa Paolo II il 16 settembre 1467. Il testo è pubblicato in G. Nicoletti, 'Bolla di Paolo II ed istrumento di donazione fatta della propria libreria dal cardinale Bessarione ai procuratori di s. Marco', Archivio Storico Italiano, Serie terza, Vol. 9, No. 2, 54 (1869), pp. 195–197. Anche in forma abbreviata in Pittoni, 1903, pp. 14–15 (nota 1).
  7. Marino Zorzi attribuisce l'urgenza della donazione di Bessarione alla congiura per assassinare Papa Paolo II nel febbraio 1468, e al conseguente arresto, imprigionamento e tortura di diversi noti umanisti romani, membri dell'Accademia di Giulio Pomponio Leto, molti dei quali vicini a Bessarione. Vi furono anche accuse di eresia, in linea con l'avversione del papa verso il Platonismo, la poesia profana, la retorica e l'astrologia. Zorzi sostiene che, in questo clima di sospetto e repressione, Bessarione desiderasse mettere al sicuro la sua biblioteca fuori dallo Stato Pontificio. Vedi Zorzi, 1987, pp. 80–82. Per una trattazione dettagliata del complotto contro Paolo II, vedi Anthony F. D'Elia, A Sudden Terror: The Plot to Murder the Pope in Renaissance Rome (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2009) ISBN 0674061810. Per la relazione di Paolo II con l'Umanesimo, vedi A. J. Dunston, 'Pope Paul II and the Humanists', Journal of Religious History, 7 (1983), pp. 287–306 ISSN 1467-9809 (WC · ACNP).
  8. L'inventario completo è pubblicato in Labowsky, 1979, pp. 157–188.
  9. Nella lettera preliminare di accettazione, il Senato stimò il valore dei manoscritti in 15000 ducati. La lettera, datata 23 marzo 1468, è pubblicata in Labowsky, 1979, p. 124. Per Bartolomeo Platina, i preziosi codici di Bessarione costavano 30000 scudi d'oro. Vedi Bartolomeo Platina, Panegyricus in Bessarionem doctiss. partriarcham Constantin (Colonia: Eucharius Cervicornus, 1529), p. [9]. In ogni caso, il valore era considerevole: da contratti contemporanei risulta che un professore ben retribuito guadagnava 120 ducati all'anno. Vedi Zorzi, 1987, p. 60.
  10. Bessarione stabilì nell'atto di donazione che i codici potessero essere concessi in prestito, a condizione che venisse depositata una cauzione pari al doppio del valore del codice. Vedi Zorzi, 1987, p. 83.
  11. Il senatore Domenico Malipiero si oppose alle spese per la costruzione della biblioteca sostenendo che i codici avrebbero perso valore una volta stampati. Questa opinione perdurò: nel 1541 l'avogadore Bernardo Zorzi criticò la facilità con cui si autorizzavano le copie, ritenendo che ciò diminuisse il valore e l'importanza degli originali. Lo stesso Aldo Manuzio scrisse che gli esemplari forniti agli stampatori erano destinati a essere rovinati. Vedi Zorzi, 1987, pp. 92–93.
  12. Le edizioni aldine degli Elleniche di Senofonte (1502) e dei Moralia di Plutarco (1509) si basarono sui codici di Bessarione. I manoscritti furono consultati anche per le opere di Aristotele pubblicate tra il 1495 e il 1498. Vedi Zorzi, 1987, p. 93.
  13. La deliberazione del Senato non stanziò alcun finanziamento e non ebbe effetto. Rappresenta tuttavia la prima proposta di costruire una biblioteca, invece di limitarsi a cercare una sede adatta per la collezione. La deliberazione, datata 5 maggio 1515, è pubblicata in Labowsky, 1979, pp. 130–131.
  14. Il verbale delle deliberazioni dei procuratori è pubblicato in Labowsky, 1979, p. 132.
  15. L'interpretazione consueta della Repubblica come esempio di governo misto prevedeva che l'elemento monarchico fosse identificabile nel doge, quello aristocratico nel Senato e quello democratico nel Maggior Consiglio. Vedi John G. A. Pocock, The Machiavellian Moment: Florentine Political Thought and the Atlantic Republican Tradition (Princeton: Princeton University Press, 1975), pp. 311–312.
  16. La deliberazione dei procuratori si trova nell'Archivio di Stato di Venezia (PS, Atti, reg. 125, c. 2) ed è pubblicata in Howard, 1975, p. 163.
  17. Descrizioni frammentarie di antiche biblioteche si trovano nelle fonti letterarie classiche. Vedi Howard, 1975, pp. 26 (note 99 e 100 per riferimenti bibliografici). È stato suggerito che la descrizione di Pausania della Biblioteca di Adriano ad Atene possa aver servito da prototipo architettonico per la Biblioteca Marciana, considerati colonne e soffitto dorato. L'orientamento della biblioteca con la sala di lettura rivolta a est potrebbe essere stato influenzato dalla raccomandazione di Vitruvio in De architectura (VI,4,1). Vedi Hartt, 1987, p. 633.
  18. Nel 1565, i procuratori estinsero il debito residuo in cambio di lavori scultorei. La deliberazione dei procuratori, datata 20 marzo 1565, è negli archivi di Stato di Venezia (PS, Atti, reg. 130, c. 72). Vedi Howard, 1975, p. 21.
  19. Nel 1552 iniziò la pratica di estrazione a sorte dell'uso dei balconi da parte dei procuratori e loro ospiti per osservare i festeggiamenti del carnevale nella Piazzetta. In quell'anno furono assegnati sette balconi. Vedi Howard, 1975, p. 21 e Morresi, 2000, p. 202.
  20. L'anno veneziano era calcolato a partire dal 421 d.C., anno leggendario della fondazione della città il 25 marzo. Vedi Edward Muir, Civic Ritual in Renaissance Venice (Princeton: Princeton University Press, 1981), pp. 70–72.
  21. Durante la sovrintendenza di Sansovino era stata posizionata soltanto una statua. Vedi Ivanoff, 1967, p. 8.
  22. Scamozzi critica il troncamento di cornici, basi e capitelli in riferimento all'innesto tra le facciate della libreria e della zecca, considerando tali soluzioni "indecenze e sciocchezze". Vedi Vincenzo Scamozzi, L'idea della architettura universale di Vincenzo Scamozzi architetto veneto (Venetiis: Giorgio Valentini, 1615), Parte seconda, p. 171.
  23. La questione è riassunta in Deborah Howard, 'The Length of the Library', Ateneo veneto, Anno CXCVII, terza serie, 9/11 (2010), pp. 23–29, ISSN 0004-6558 (WC · ACNP).
  24. Non esistono documenti sopravvissuti riguardanti il dibattito e non si conoscono i fattori determinanti. Vedi Howard, 1975, pp. 15–16.
  25. Manuela Morresi suggerisce che, oltre a considerazioni ingegneristiche, la decisione di mantenere l'altezza della biblioteca derivò dall'ascesa della fazione dei giovani dopo la crisi costituzionale del 1582 e dalla loro opposizione al programma edilizio aggressivo. Vedi Morresi, 2000, p. 207.
  26. La serliana è impiegata in sequenza anche da Giulio Romano nella facciata sul fiume della Villa Turini-Lante. In Morresi, 2000, p. 193.
  27. Questa base ionica, impiegata una sola volta da Palladio per Palazzo Porto a Vicenza, si ritiene appartenesse alla villa di Lucullo a Frascati. Cfr. Maria Barbara Guerrieri Borsoi, Villa Rufina Falconieri: la rinascita di Frascati e la più antica dimora tuscolana (Roma: Gangemi, 2008), p. 13, ISBN 8849214065. Per un confronto con le basi attica e vitruviana per l'ordine ionico, si veda Howard Burns, '"Ornamenti" and ornamentation in Palladio's architectural theory and practice', Pegasus: Berliner Beiträge zum Nachleben der Antike, 11 (2009), pp. 49–50, ISSN 1436-3461 (WC · ACNP).
  28. Il frammento, che raffigura il ratto di Proserpina, è conservato al Museo archeologico nazionale di Venezia, inv. 167. Cfr. anche Antonio Foscari, "Festoni e putti nella decorazione della Libreria di San Marco", Arte veneta, XXXVIII (1984), pp. 23–30.
  29. Il motivo fu proposto in precedenza da Antonio da Sangallo il Giovane per Palazzo Farnese e potrebbe essere stato previsto per la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini a Roma. Vedi Lotz, 1963, pp. 8–9.
  30. La soluzione di Bramante per il coro di San Pietro consisteva nel collocare una metopa, e non un triglifo, sopra le lesene. Tale soluzione, molto criticata da Guillaume Philandrier nel trattato In decem libros M. Vitruvii (Lione: Jean de Tournes, 1552), fu adottata da Antonio da Sangallo per Palazzo Baldassini e da Raffaello per Palazzo Jacopo da Brescia. La versione di Giuliano da Sangallo della Basilica Emilia mostra il triglifo decentrato rispetto al pilastro. Lo stesso architetto propose due soluzioni per il progetto di San Lorenzo a Firenze: un triglifo angolare oppure un triglifo assiale seguito da una metopa ridotta. Vedi Morresi, 2000, pp. 451–453 (nota 139 per i riferimenti bibliografici).
  31. Lotz suggerisce che l'ispirazione possa essere stata il piedritto d'angolo di Santa Maria presso San Biagio a Montepulciano, che tuttavia manca della metopa d'angolo. Vedi Lotz, 1963, p. 9.
  32. Deborah Howard suggerisce che l'idea della balaustra possa derivare dal progetto di Raffaello per Palazzo Branconio dell'Aquila. Vedi Howard, 1975, p. 27.
  33. Scamozzi considerava appropriato un rapporto tra altezza della trabeazione e colonna di 1 a 4 per l'ordine dorico e 1 a 5 per l'ordine ionico, mentre nella biblioteca i rapporti sono rispettivamente 1 a 3 e 1 a 2. Vedi Vincenzo Scamozzi, L'Idea dell'Architettura Universale (Venetiis: expensis auctoris, 1615), Lib. VI, Cap. VII, pp. 20–21.
  34. La sezione latina, leggermente più piccola, occupava le scrivanie da 1 a 16 e comprendeva retorica, storia secolare, medicina, diritto canonico e civile, logica, filosofia morale, le opere di Aristotele e dei suoi commentatori, scienze naturali, matematica, astronomia, i Sentenze di Pietro Lombardo e relativi commentari, teologia, le opere di Tommaso d'Aquino e Agostino, e testi biblici con commentari. La sezione greca occupava originariamente le scrivanie da 17 a 38 e comprendeva grammatica, poesia, storia secolare, retorica, medicina, diritto civile, le opere di Aristotele e dei suoi commentatori, gli scritti di Platone e dei platonici, matematica e astronomia, agiografia, teologia, diritto canonico e testi biblici con commentari. Vedi Zorzi, 1987, pp. 159–161 e Labowsky, 1979, pp. 95–96.
  35. Nel 1967 Nicola Ivanoff identificò Aristotele e Platone nei 'filosofi' di Veronese e, con riserva, Tolomeo e Democrito nei 'filosofi' di Andrea Schiavone (uno dei quali è attribuito anche a Giuseppe Salviati). Tuttavia queste identificazioni sono puramente speculative e prive di argomentazioni significative. Ivanoff individua Aristotele solo sulla base del copricapo orientale, ritenuto un riferimento ai traduttori arabi. Per Platone si rifà alla descrizione immaginaria del filosofo fatta da Marsilio Ficino come uomo anziano e barbuto con spalle larghe, fronte alta e sguardo ispirato, affermando che molte di queste caratteristiche sono presenti nel 'filosofo' di Veronese. Vedi Ivanoff, 1967, pp. 43.
  36. Sono conservati i contratti stipulati con Giuseppe Salviati, Battista Franco e Giulio Licinio che prevedevano un pagamento di 20 ducati per dipinto. Sebbene la tela fosse fornita dai procuratori, gli artisti dovevano procurarsi i pigmenti eccetto l'azzurro oltremare che veniva pagato a parte. Il contratto relativo a Salviati è pubblicato in Pittoni, 1903, pp. 111–112.
  37. Per i principali studi e titoli proposti, vedi Giorgio Vasari, Le vite de' più eccellenti pittori scultori e architettori, vol. III, parte 2 (Firenze: I Giunti, 1568), p. 526; Francesco Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare descritta in 14 libri (Venezia: Iacomo Sansovino, 1581), fols 114r–114v; Carlo Ridolfi, Le maraviglie dell'arte, overo Le vite de gl'illustri pittori veneti, e dello Stato (Venezia: Gio. Battista Sgava, 1648), pp. parte I, 222, 230–231, 291–292, 352; Marco Boschini, Le minere della pittura (Venezia: Francesco Nicolini, 1664), pp. 90–91; Francesco Macedo, Pictura Venetae vrbis, eiusque partium in tabulis Latinis, coloribus oratorijs expressa, & pigmentis poeticis colorata (Venetiis: Cieras, 1670), pp. 56–59; Domenico Martinelli, Il ritratto di Venezia (Venezia: Gio. Giacomo Hertz, 1684), pp. 589–590 [sic]; Antonio Maria Zanetti, Della pittura veneziana e delle opere pubbliche de' veneziani maestri (Venezia: Giambatista Albrizzi, 1771), pp. 182, 244, 248–250, 284, 369, 497–498, 509; Giulio Lorenzetti, Venezia e il suo estuario: guida storico-artistica (Venezia: Bestetti & Tuminelli, 1926), p. 161; Nicola Ivanoff, 'La libreria Marciana: arte e iconologia', Saggi e Memorie, 6 (1967), pp. 33–78; Antonio Paolucci, 'La sala della libreria e il ciclo pittorico' in Rodolfo Pallucchini ed., Da Tiziano a El Greco. Per la storia del Manierismo a Venezia 1540–1590 (Milano: Electa, 1981), pp. 287–298; Charles Hope, 'The Ceiling Paintings in the Libreria Marciana' in Massimo Gemin, ed., Nuovi Studi su Paolo Veronese (Venezia: Arsenale Editrice, 1990), pp. 290–298; Jarrod, M. Broderick, 'Custodian of Wisdom: The Marciana Reading Room and the Transcendent Knowledge of God', Studi veneziani, LXXIII (2016), pp. 15–94.
  38. Nati come comitato temporaneo, i riformatori furono definitivamente istituiti nel 1528. Vedi Andrea Da Mosto, L'Archivio di Stato di Venezia: indice generale, storico, descrittivo ed analitico, vol. I, (Roma: Biblioteca d'arte, 1937), p. 217.
  39. Altri noti visitatori e scrittori di viaggio includono Fynes Moryson, Charles de Brosses, lo storico scozzese Gilbert Burnet, il paleografo francese Jean Mabillon, Richard Lassels, lo storico della musica inglese Charles Burney, Charles-Nicolas Cochin, Pierre-Jean Grosley e l'astronomo francese Jérôme Lalande. Vedi Zorzi, 1987, pp. 188, 238, 264..
  40. Il regio decreto che designa la Marciana come biblioteca nazionale, n. 3530 del 12 novembre 1876, è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, n. 288, 12 dicembre 1876.
  41. Ai sensi della Legge 106/2004 e del relativo decreto attuativo DPR 252/2006, un editore ha l'obbligo di deposito legale in base alla sede legale, indipendentemente dal luogo di stampa. Vedi Biblioteca Nazionale Marciana (sito ufficiale), Deposito legale [accesso 2 luglio 2020].
  42. La Direzione Generale Biblioteche e Diritto d'Autore era in precedenza la Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali.
  43. Solo circa 50 volumi risultano depositati nei 19 anni successivi alla legge. Cfr. Raines, 2010, p. 41 (nota 42).
  44. L'obbligo di deposito (il primo in Italia) era previsto dalla legge del 21 maggio 1603 che regolava l'arte dei librai e stampatori. Vedi anche Horatio Brown, The Venetian Printing Press: an Historical Study (Londra: J. C. Nimmo, 1891), pp. 218–221.
  45. A seguito delle sconfitte austriache del 1866 e del 1918, la maggior parte dei volumi fu restituita come riparazioni di guerra. Cfr. Zorzi, 1987, p. 355.
Bibliografiche
  1. 1 2 3 4 5 6 7 Hartt, 1987, p. 633
  2. 1 2 Howard, 1975, p. 28.
  3. Palladio, 1581, p. 5.
  4. Burckhardt, 1869, p. 325.
  5. Humfrey, 1995, p. 194
  6. Zorzi, 1987, p. 407.
  7. Raines, 2010, pp. 31–32.
  8. Pittoni, 1903, pp. 5–10.
  9. Raines, 2010, pp. 32–33.
  10. Howard, 1975, p. 17.}
  11. Pittoni, 1903, pp. 10–19.
  12. 1 2 Raines, 2010, p. 33.
  13. Zorzi, 1987, pp. 80–85.
  14. Labowsky, 1979, pp. 27–28, 147–149.
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  16. Zorzi, 1994, p. 204.
  17. Zorzi, 1987, p. 204.
  18. Zorzi, 1994, p. 205.
  19. Zorzi, 1987, pp. 79–80.
  20. Zorzi, 1987, pp. 82–83.
  21. Zorzi, 1994, p. 220.
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  26. Zorzi, 1987, p. 87.
  27. Labowsky, 1979, p. 58.
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  30. Labowsky, 1979, p. 59.
  31. Zorzi, 1987, p. 90.
  32. Zorzi, 1987, pp. 91–92.
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  34. Zorzi, 1987, p. 91.
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  37. 1 2 Howard, 1975, p. 18.
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  39. Zorzi, 1987, p. 98.
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  41. Zorzi, 1987, p. 102.
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  46. Zorzi, 1987, pp. 121–125.
  47. Chambers, 1970, pp. 12–13, 18–20, 25–30.
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  56. 1 2 Howard, 1980, p. 147.
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  58. 1 2 Zorzi, 1987, p. 127.
  59. Howard, 1980, p. 137.
  60. 1 2 Howard, 1975, p. 15.
  61. Rosand, 2001, p. 105.
  62. 1 2 Raines, 2010, p. 35.
  63. 1 2 3 4 Howard, 1975, p. 19.
  64. Lotz, 1966, p. 114.
  65. 1 2 Howard, 1975, p. 20.
  66. Morresi, 2000, p. 196.
  67. Zorzi, 1987, p. 132.
  68. 1 2 3 Howard, 1975, p. 21.
  69. Morresi, 2000, p. 197.
  70. 1 2 Howard, 1975, pp. 21, 23.
  71. Howard, 1975, p. 23.
  72. Zorzi, 1987, p. 158.
  73. 1 2 3 Zorzi, 1987, p. 135.
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  75. Morresi, 2000, p. 202.
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  89. Alberti, Leon Battista, De Re Aedificatoria, VII, 15.
  90. Wittkower, 1952, II. 1.
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