Battaglia delle isole Santa Cruz

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Battaglia delle isole di Santa Cruz
Listing USS Hornet (CV-8) is abandoned in the late afternoon of 26 October 1942.jpg
La portaerei statunitense Hornet affonda dopo essere stata colpita dalle forze nipponiche
Data 26 ottobre 1942
Luogo Isole Santa Cruz, Isole Salomone
Esito Vittoria tattica giapponese, vittoria strategica Alleata
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
2 portaerei di squadra, 4 incrociatori pesanti, 5 incrociatori leggeri, 12 cacciatorpediniere, 8 sommergibili 2 portaerei di squadra, 1 portaerei leggera, 1 corazzata, 5 incrociatori leggeri, 22 cacciatorpediniere
Perdite
1 portaerei, 36 aerei, 57 morti 93 aerei, 104 morti
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La battaglia delle isole di Santa Cruz fu la quarta battaglia del Pacifico combattuta tra portaerei.

Mentre le truppe del generale Hyakutake stavano attaccando il perimetro difensivo di Guadalcanal, le portaerei nipponiche, assieme ad altre grandi navi da guerra, sotto la direzione generale di Isoroku Yamamoto, si spostarono nei pressi delle isole Salomone Meridionali. Da questa posizione, la flotta sperava di ingaggiare e sconfiggere definitivamente tutte le forze navali statunitensi, ed in particolar modo le portaerei, che contrastavano l'offensiva terrestre di Hyakutake. Le portaerei alleate, passate al comando di William Halsey che sostituì Ghormley il 18 ottobre, speravano a loro volta di incontrare le forze navali giapponesi. Nimitz sostituì Ghormley con Halsey dopo aver concluso che quest'ultimo stava diventando troppo pessimistico e miope per continuare efficacemente a guidare le forze alleate nell'area del Pacifico meridionale[1].

Le due flotte si confrontarono nella mattina del 26, in quella che divenne nota come la battaglia delle isole di Santa Cruz. Lo scontro fu sostenuto esclusivamente dagli aerei da combattimento, sia provenienti dalle navi che da Henderson Field per quanto riguarda gli statunitensi; la forza statunitense composta principalmente dalle portaerei USS Enterprise ed USS Hornet e comandata dall'ammiraglio Kinkaid, lanciò 2 ondate di attacchi aerei (24 F4F, 47 Dauntless, 15 Avenger prima ondata, perdite: 22 aerei; 10 F4F, 17 Dauntless seconda ondata) contro le portaerei giapponesi Zuikaku, Shokaku e Zuiho della 3ª Flotta del viceammiraglio Chūichi Nagumo, appoggiate dalla Junyo e dalla Hiyo della 2ª Flotta del viceammiraglio Nobutake Kondō: quest'ultima, in realtà, dovette rientrare in porto poco dopo la partenza a causa di avarie all'impianto motore. Le incursioni statunitensi danneggiarono piuttosto gravemente la Zuiho e la Shokaku, senza però affondarle. I giapponesi passarono al contrattacco con 84 apparecchi per infliggere un duro colpo allo schieramento avversario. La formazione fu avvistata dal radar; i caccia rimasti decollarono ad affrontarli abbattendo 9 Zero, 18 Kate e 17 Val. La contraerea contribuì con 12 abbattimenti. Ulteriori perdite giapponesi si ebbero con gli appontaggi. Le navi di superficie alleate furono costrette a ritirarsi dall'area di battaglia quando persero la portaerei USS Hornet e venne gravemente danneggiata la USS Enterprise. Le portaerei giapponesi tuttavia si ritirarono a loro volta poiché subirono pesanti perdite nelle forze aeree e danni significativi. Anche se il Giappone ottenne una apparente vittoria tattica (in termini di navi affondate e danneggiate), la perdita di molti equipaggi di aerei, veterani e spesso insostituibili, costituì nel lungo termine un vantaggio tattico alleato, le cui perdite nelle forze aeree furono relativamente basse. Le portaerei giapponesi non riuscirono nuovamente a giocare un ruolo significativo nella campagna[2].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Morison, pp. 199–207; Frank, p. 368–378; Dull, pp. 235–237.
  2. ^ Dull, pp. 237–244; Frank, pp. 379–403; Morison, pp. 207–224.

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